Ewelina Pytlarz: disobbediente alla ‘Ndrangheta 

Tra le disobbedienti alla ‘Ndragheta certamente noto è il nome di Lea Garofalo e in tanti e tante conoscono la sua triste storia. Ma ci sono state e ci sono tuttora altre donne che si sono ribellate alle regole delle ‘ndrine, che hanno sovvertito ordini di obbedienza e affiliazione. Per alcune la condanna è stata immediata: uccise o indotte al suicidio. Altre invece sono riuscite a sopravvivere diventando testimoni di giustizia come Ewelina Pytlarz. 

Per raccontare la sua storia dobbiamo tornare indietro nel tempo, precisamente nel 2013, a Limbadi in provincia di Vibo Valentia. Una giovane polacca decide di lasciare il marito Domenico Mancuso, appartenente a una feroce cosca della ’Ndrangheta, e di trasferirsi a Gioia Tauro portando con sé la figlia Giulia. 
Ewelina era emigrata dalla Polonia nella speranza di una vita migliore e più dignitosa e nel 2006 si era sposata con quel giovane che invece l’aveva resa infelice: assoggettata completamento al suo volere e alla sua mentalità retrograda. Lui la trattava come una schiava, facendola lavorare nel forno di cui era proprietario, sia di giorno che di notte. Non poteva uscire da sola, e una volta, perché si era permessa semplicemente di salutare un carabiniere, era stata aspramente redarguita: lei doveva stare sempre zitta e non rivolgere mai la parola a persone al di fuori della famiglia.  Ewelina non poteva tollerare tutto ciò, lei apparteneva a un’altra cultura, era estranea a quelle ferree regole e si ribellava.  
Ma puntuali, a ogni ribellione, arrivavano percosse e vessazioni. Anche la suocera la umiliava e la minacciava. Per sette lunghi anni condusse una vita d’inferno. Lavorava venti ore al giorno, era costretta inoltre a fare le pulizie pure nella casa dei suoceri, tutti i santi giorni, comprese le domeniche. L’unica con cui aveva stretto rapporti d’amicizia era la cognata Tita Buccafusca che, anche lei stanca di quella “non vita”, aveva deciso di denunciare i familiari e di collaborare con la giustizia. Tita stessa disobbedì a quelle regole mafiose ma non ebbe la forza di proseguire il suo cammino di collaborazione; ingerì dell’acido muriatico e morì nel 2011. Così Ewelina rimase sola, con la paura di fare la stessa fine della cognata, come le ricordavano spesso il marito e i familiari per intimidirla. 
Ma un giorno, nel gennaio 2013, decise che per salvare sé stessa e la figlia doveva disobbedire, si recò così presso la caserma dei carabinieri di Limbadi, chiedendo aiuto e protezione ma non accusando nessuno. Il clan dei Mancuso entrò subito in allarme, e, tramite un intermediario che rassicurò Ewelina, le fu permesso di trasferirsi a Gioia Tauro. Lì la giovane iniziò a cercare un lavoro e fu assunta come cameriera in un hotel della città. 

Ewelyna era felice, si sentiva finalmente libera e pensava che il clan dei Mancuso l’avrebbe dimenticata. Ma si sbagliava. Dopo un breve periodo, il titolare dell’albergo la licenziò senza alcuna motivazione e lei, rimasta senza sostentamento, si rivolse alla madre che lavorava in Germania per avere un aiuto economico per sé e soprattutto per la figlia. 
Nel frattempo il marito le fece una proposta: se fosse rientrata a casa le avrebbe dato uno stipendio di 2000 euro al mese. Ma Ewelina rifiutò e iniziarono così le minacce più pesanti; in più l’uomo si rivolse a un avvocato denunciandola per sottrazione di minore. La donna era sempre più terrorizzata e cercò aiuto attraverso un appello grazie al blog di Angela Napoli, senatrice della Repubblica, vice presidente della Commissione Antimafia. L’appello fu ovviamente accolto, la senatrice avvisò subito le forze dell’ordine e la ragazza fu convocata al commissariato di Gioia Tauro. Così diventò testimone di giustizia. Il clan dei Mancuso aveva perso. 

Il 18 febbraio di quest’anno il Giudice per le Indagini preliminari del Distretto di Catanzaro, dietro richiesta della Dda, ha disposto il rinvio a giudizio per quattro membri della famiglia Mancuso per i reati da loro commessi ai danni di Ewelina. 

Come scrive la magistrata Marisa Manzini nel suo libro Zittiti che parrasti assai: «Ewelina, nata e cresciuta in un altro Paese, lontano e diverso dalla Calabria, ha dato alle donne calabresi un grande esempio. Ha dimostrato di credere nella possibilità di riscatto, di ricominciare una nuova vita e di imprimere, con le proprie forze, una svolta al destino, che è segnato definitivamente solo per chi non si adopera per cambiarlo. Una grande speranza per gli uomini e le donne di Calabria che devono continuare a credere che la potenza della parola cambierà il volto oscuro e nascosto di questa meravigliosa terra».  

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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