La donna romana. Adulterio, sessualità e sport  

Durante l’Impero, inevitabilmente, con grande scandalo e disapprovazione degli intransigenti moralisti come Giovenale, la donna emancipata assume la stessa libertà sessuale degli uomini. Ancora non si parla degli adultèri come un problema sociale ma sono certamente così frequenti che Giovenale considera normale avvertire un amico che ha invitato a cena di mettere da parte le amarezze quotidiane, soprattutto quelle che gli derivano dal fatto che la moglie esce di casa alle prime luci del giorno e vi torna a notte fonda «con le chiome scompigliate e col volto e con le orecchie tutte accese di pruriginosa libidine». 

A distanza di secoli, un esemplare di donna più moderna e spregiudicata compare dunque nella Roma imperiale, dove una certa emancipazione femminile, che vede gladiatrici e sportive, adultere, vedove allegre e ninfomani mai sazie di sesso, e perfino crudeli matrone che comandano ai mariti di crocifiggere uno schiavo, suscita lo scandalo e lo sdegno dei moralisti all’antica.  
Specchio fedelissimo della depravazione delle nobili del tempo, protagonista indiscussa delle dolci notti romane, è una giovanissima signora, vera divoratrice di uomini, di nome Valeria Messalina. Altro che signora! È una regina, anzi di più, è imperatrice, moglie del potentissimo Claudio che regna dal 41 al 54 d. C. su un territorio di milioni di chilometri quadrati, mentre lei regna incontrastata su un’infinità di virili “membri” pronti a calmare i suoi sessuali bollori. È una lista d’attesa lunghissima, ma lei ce la fa a soddisfare tutti, e non ci mette molto tempo. Valeria Messalina detiene numerosi record mondiali. È la donna che mette più corna al marito in assoluto, e fa di quel poveretto di Claudio il coniuge più tradito della storia. Imperatrice di giorno, scortum ovvero lupa, puttana altamente professionale e qualificata di notte con nome d’arte di Licisca (un nome che dice tutto), esercita il mestiere nella Suburra, il quartiere più malfamato della malavita romana. Con una laurea in ninfomania in tasca, o per meglio dire nascosta nel regale perizoma, non la batte nessuna.  

Messalina. Grafico di Agostino Carracci, XVI secolo 

Ma da dove le viene questa voglia sfrenata di sesso? Non è ancora quindicenne, e i genitori la costringono a sposare il “vecchio” Claudio che ha 50 anni, più del triplo dei suoi, è zoppo, non si presenta bene, ma lo fanno solo per piazzare al meglio la figlia e farla salire sul trono più prestigioso del pianeta. La ragazzina dà in breve due figli al marito, ed è pure una bella coppietta, Britannico e Ottavia, ma chiaramente Claudio che ha varcato il mezzo secolo non ce la fa a soddisfarla sessualmente, e lei, vittima di un matrimonio combinato, non può che sfogarsi in altro modo. Mica ha tutti i torti! La colpa è dei genitori quando fanno sposare figli e figlie contro la loro volontà. Ed ecco, appena suo marito prende sonno (sappiamo tutto da Giovenale che spia attentamente dal buco della serratura), l’augusta meretrice si copre con un cappuccio, si nasconde i capelli corvini sotto una parrucca più gialla del sole ed esce ogni notte come una ladra dal reale palazzo, accompagnata da una sola fidata ancella. Depilatissima dalle ascelle alle parti più intime, con i capezzoli coperti di polvere d’oro, con un trucco molto  pesante, gli occhi cerchiati di bistro, nerofumo e antimonio, ha la faccia dipinta e impiastricciata come una maschera. Entra poi in un afoso postribolo e prende posizione in una stanzetta vuota a lei riservata, dove si prostituisce senza veli.  

Accoglie i clienti con una vocina erotica che li fa eccitare anzitempo, si fa anche pagare in anticipo, poi si sdraia su un pagliericcio e cuscini sgualciti e come un pozzo senza fondo assorbe senza interruzione i colpi di tutti, insomma celebra un’orgia no-stop. Poi quando il ruffiano manda via le sue ragazze, viene anche per lei il turno di tornare a casa. Credete che sia stanca, spossata, sfinita? Macché! Lei continuerebbe per ore, anzi le notti le sembrano sempre troppo brevi. Con le guance e la bocca umide della saliva che tanti maschi le sbavano addosso, sporca e puzzolente di fumo e di olio della lucerna, se ne va per ultima, e a malincuore perché non è ancora sazia. Se ci fosse un’olimpiade del sesso, Messalina vincerebbe la medaglia d’oro. Che sia imbattibile lo dimostra sfidando a colpi di orgasmi la più famosa cortigiana di Roma in una gara di resistenza a oltranza che non ha uguali nella storia. Ebbene, vince con il primato di ben venticinque rapporti con relativi orgasmi in una sola notte. Più viziosa di così! Qualcuno la vede fare l’amore perfino con i fratelli. Focosa com’è, è lei a corteggiare gli uomini.  

A parte le notturne orge puttanesche, non vede l’ora di andare a letto con il patrigno Appio Silano, secondo marito di sua madre, Domizia Lepida. Ma lui non vuole. E lei lo fa scaraventare giù dalla Rupe Tarpea. Poi perde la testa per l’attore Mnestere, e il poveretto, per paura di fare una brutta fine come il predecessore, deve dirle per forza di sì. Guai a dire di no a Messalina! Si rischia la pelle!  
Un giorno poi va al Circo e resta fulminata alla vista di un uomo bellissimo e palestrato, il più conturbante “fusto” dell’Urbe, il console Gaio Silio. Lui è sposato, lei è sposata. Nessun problema. Lui non ci pensa due volte a ripudiare la moglie. Lei smette di prostituirsi ed è pronta a cambiare vita, anzi per una donna che sembra incapace di amare questo è il primo e unico vero amore della sua vita, ma per uno strano paradosso la conduce alla morte. Mentre l’imperatore Claudio è a Ostia, durante un’orgia dionisiaca i due amanti si sposano pubblicamente. È l’anno 48. E la tragedia è dietro l’angolo. Ora che al di là del sesso finalmente sta scoprendo che cosa significa davvero amare, la prostituta di lusso finisce per firmare la propria condanna. Finché ha giocato con gli uomini di ogni categoria il marito l’ha lasciata fare. Ma quando capisce che con Gaio Silio lei fa sul serio e lo vuole mettere sul trono, lo sposo tradito tira fuori le unghie. Informato dal liberto Narciso, Claudio manda a morte la moglie e l’amante. Messalina, che ha appena 23 anni, fugge e corre a nascondersi negli spettacolari giardini di Lucullo, ma un tribuno la raggiunge e, afferrandola per i capelli, la trafigge col pugnale sotto gli occhi della madre Domizia Lepida che le è accanto in quell’ora fatale, pronta a prendere in custodia il corpo della figlia. Se non fosse morta, avrebbe messo la testa a posto e magari sarebbe diventata un’onesta e rispettabile signora e madre di famiglia. Allora diamo a Claudio le sue colpe, reo di uno dei più famosi femminicidi della storia. E oggi, a quasi duemila anni dalla nascita (più o meno quando Gesù Cristo inizia la sua missione), ricordiamola anche come una donna che muore per amore, e non solo per la sua voglia di sesso. 

Messalina e Britannico, Museo del Louvre (identificazione incerta. Tutte le statue di Messalina sono state distrutte dopo la sua dannatio memoriae)

Già Augusto nella sua opera di moralizzazione della società romana si occupa di un problema che ha radici lontane, l’adulterio. Ora la Lex Iulia de adulteriis coercendis, promulgata nel 18 a.C., stabilisce che gli adùlteri possono essere condannati all’esilio privandoli di una metà dei loro beni e proibisce ogni futuro matrimonio tra loro. La legge finalmente sottrae la donna a ogni crudele comportamento del marito, ma soprattutto riconosce come reato d’adulterio anche quello commesso dal coniuge maschio. Aver considerato l’adulterio un reato passibile di severa condanna è un evidente segno di come ormai questo fosse tanto diffuso da essere ritenuto un problema sociale da risolvere senza ulteriori proroghe. Ma alla fine del I secolo nessuno si ricorda più di questa legge finita nel dimenticatoio. A un certo punto Domiziano ne emana un’altra che rinnova quelle antiche disposizioni con la piena approvazione di Marziale che attribuisce a gloria dell’imperatore aver restituito a Roma il suo pudore. 
Passano due generazioni e ancora una volta deve intervenire l’imperatore, in questo caso Settimio Severo, per controllare un problema che in effetti si è molto attenuato, ma non per l’intervento delle leggi quanto piuttosto per la facilità con cui si può divorziare. 
Verso la fine dell’età repubblicana abbiamo ricette mediche, incantesimi e pozioni d’amore, tesi di astrologia e interpretazioni dei sogni con allusioni alle relazioni tra donne.  

Si usano vari termini per indicare le lesbiche: hetairistria, tribas, lesbia, fricatrix, dal verbo frico “sfrego, strofino”, colei che strofina o sfrega i propri genitali su quelli di un’altra, e virago (da vir “uomo”, quindi donna-maschio). Il termine fricatrix, “strofinatrice”, fa pensare che una delle due introduca nella vagina della compagna un fallo finto o che abbia un clitoride così grande da sfregarle la vulva fino a penetrarla.  

Sulla parete di una stanza delle Terme Suburbane di Pompei troviamo la prima e unica raffigurazione di una scena saffica di tutta la pittura erotica romana, un cunnilingus (dal latino cunnus, vulva, e lingere, leccare), praticato da una donna che con la bocca e la lingua stimola clitoride e vagina a un’altra donna.  

Cunnilingus a Pompei 

In tutta l’arte romana c’è anche una sola rappresentazione di una donna che penetra con un membro artificiale un’altra donna. Su un graffito, sempre su un muro di Pompei, si legge: «Vorrei tenerla stretta al collo, abbracciarla e accogliere tutti i suoi baci sulle mie labbra». 
Nell’Urbe non sono tutte rose e fiori. Nell’età imperiale, fin dal primo secolo dopo Cristo, quando le matrone si lasciano andare a orge e abusi sessuali di ogni genere, Seneca il Vecchio riferisce che un marito sorprende la moglie a letto con una donna e le ammazza entrambe. Evidentemente scoprire la moglie in flagrante adulterio con una donna è considerato un reato peggiore che trovarla a letto con un uomo. 

Marziale, acutissimo osservatore dei costumi e di tutti i vizi e perversioni del suo tempo (siamo tra I e II secolo d. C.), descrive le lesbiche come donne dagli appetiti sessuali fuor di misura che bevono e mangiano come i maschi e praticano vigorosi regimi fisici e, prese da uno smodato e incontrollabile desiderio, possono arrivare addirittura a penetrare altre donne, e perfino a sodomizzare bambini e ragazzi d’ambo i sessi. Lo stesso autore ci fornisce due significativi esempi di una donna che ama un’altra donna. Nell’epigramma 90 del I libro entra in scena Bassa:  
«Poiché vedevo che non stavi mai in compagnia dei maschi 
e che nessun pettegolezzo ti assegnava, Bassa, un amante, 
ma una schiera di donne gironzolava sempre intorno a te 
senza che ti si accostasse nemmeno un solo uomo,  
mi sembravi, te lo confesso, una Lucrezia. Ma tu,  
che scandalo, facevi la parte dell’uomo,  
tu sfacciatamente unisci due vulve tra loro,  
la tua mostruosa libidine ti fa imitare quello che fa un maschio.  
Hai escogitato una porcheria degna di un indovinello di Tebe:  
ci può essere un adulterio senza la presenza di un uomo».  

Nell’epigramma 67 del libro VII compare Filenide:  
«Filenide, la tribade, più libidinosa di un uomo,  
si lavora undici ragazze al giorno.  
Gioca anche alla palla in mutandine  
e biondeggia per la polvere gialla delle palestre  
e col braccio muscoloso maneggia i manubri pesanti…  
Quando poi si lascia andare all’orgasmo non le lecca,  
per lei questo è poco virile, 
ma divora le ragazze addentandole a metà corpo.  
Gli dei ti facciano rinsavire, Filenide,  
che credi sia da uomo leccare la vagina».  

La “regina” delle lesbiche ritorna nell’epigramma 70 del VII libro: «Oh Filenide, la più lesbica fra le lesbiche, fai bene / a chiamare amica la donna con cui fai sesso».  
Poiché i Romani sanno bene che in un rapporto omosessuale maschile, come in quello etero, uno dei due è l’attivo, l’altro il passivo, immaginano che anche nella sessualità tra donne una delle due sia la dominante e che penetri la compagna con un fallo finto o col suo clitoride. 

Ancora Giovenale nella VI satira, il più violento attacco contro la natura perversa della donna, non può che guardare con disprezzo due donne: 
«Meravigliati dunque dei gesti che fa Maura fiutando l’aria o delle parole che dice Tullia alla sorellastra malfamata, quando fa finta di non vedere l’altare della Pudicizia, dove di notte fanno fermare le lettighe per urinare e inondano coi loro caldi zampilli dorati la statua della dea, e si cavalcano a vicenda, chiamando la Luna a testimone. Poi vanno a casa e tu, povero marito, quando fa giorno e vai a visitare gli amici potenti, calpesti l’urina della tua signora. Sono ben noti i segreti della Buona Dea, quando il flauto eccita i lombi, e invasate dal suono e dal vino, le Menadi di Priapo scuotono i capelli e urlano. Quanta voglia di sesso nelle loro teste, che canti e che balzi di lussuria e quanto torrente di vino vecchio scorre nelle membra ubriache! Saufeia provoca a gara le schiave e riporta il premio delle figure amorose; ma lei stessa si china ad adorare le contorsioni di Medullina: la palma è delle matrone, la virtù eguaglia i natali». 

La Satira sesta di Giovenale è universalmente riconosciuta come il documento più significativo dei costumi delle donne tra I e II secolo d. C., un documento straordinariamente fotografico della corruzione a cui si lascia andare il sesso femminile lasciandosi alle spalle secoli di morigeratezza e di sani principi. Ne viene fuori un ritratto collettivo tanto di una sconcertante rilassatezza quanto di una massima libertà che le donne amano concedersi. Che non sia libertà politica poco importa. Ciò che più conta è che le donne si abbandonano a vizi e capricci di ogni genere lasciando cadere tutti i freni inibitori.
Bastano alcuni esempi: 
«Quando languidamente Batillo danza la pantomima di Leda, Tuccia non sa frenare la libidine e Àpula con lunghi lamenti ansima concitata come al culmine di un amplesso; Timele è tutt’occhi e ciò che ancora non sa l’impara. Ma quando a sipario calato tutti i teatri son chiusi e deserti, e solo le piazze risuonano di grida, tra i giochi Plebei e i lontani Megalesi, vi sono donne che immalinconite si trastullano con la maschera, il tirso e le mutande di Accio. E come ridono quando in una farsa atellana Úrbico impersona Autonoe: per lui spasima Èlia, ma non ha quattrini. E ce ne vogliono tanti per far slacciare la fibbia a un commediante! Altre han ridotto Crisògono senza voce, mentre Ispulla si gode un attor tragico. Che t’aspettavi? che s’innamorassero di Quintiliano? La moglie che ti prendi farà padre il chitarrista Echíone o i flautisti Glàfiro e Ambrogio…».  

Le donne sono libere di fare pratiche ginniche e sportive a volontà: 
«E chi non conosce le tuniche di Tiro e gli unguenti per i loro esercizi ginnici? Chi non le ha viste vibrare fendenti al palo? Lo intaccano a furia di colpi, lo percuotono con lo scudo, eseguendo con precisione tutti i movimenti prescritti, ben degne di esibirsi tra le fanfare nei giochi di Flora, se pur nel loro petto non covino disegni più ambiziosi e non s’allenino davvero per l’arena. Che pudore può mostrare una donna con l’elmo in testa, che abdica al suo sesso? L’attira la forza, eppure diventar uomo non vorrebbe, sapendo quanto breve è il piacere nel maschio. Bell’onore se mettessero all’asta gli arnesi di tua moglie: cinturone, bracciali, elmo e mezzo cosciale della gamba sinistra! E che gioia se la tua sposa, passata ad altro tipo di tenzone, vendesse gli schinieri! Donne! Sudano persino sotto la veste più leggera: che le loro grazie vadano in fiamme a contatto d’una stoffa di seta? Guarda con che fremiti vibra i colpi appresi dal maestro, schiacciata com’è sotto il peso dell’elmo, come sta salda sui garretti malgrado la corazza di dura corteccia; e ridi, sì, quando deposte le armi si accoscia sul pitale!». 

Il circo di Flora, sede di Ludi dedicati alla Dea, feste antiche presumibilmente celebrate per la prima volta
a Roma nel 516 

L’immoralità dilaga a dispetto del severo mos maiorum, orge e vizi a gogò, la virtus che ha fatto grande Roma è posta sotto i piedi. Giovenale ci fa sapere che molte donne, durante la solenne festa della dea Bona, oltre a compiere oscenità di ogni genere, si sfrenano in una danza libidinosa, dimenando e agitando, come furie impazzite, gli scarmigliati capelli, complici delle loro saffiche follie.  
«Non è un gioco, là si fa sul serio, tanto sul serio, da rinfocare persino Priamo, il figlio di Laomedonte, ormai intorpidito dall’età, e il membro stesso di Nestore. L’eccitazione è alle stelle e in quell’attimo la donna si mostra com’è; sotto le volte rimbomba all’unisono un grido: “Aprite agli uomini, la Dea lo vuole!”. Se l’amante dorme, lo sveglia un ordine: prendere il mantello e precipitarsi. E se non viene, si ricorre ai servi. Mancano anche questi? si affitta un acquaiolo. Se non lo trovano e mancano gli uomini, nessun problema: si offrono le natiche a un asinello per farsi montare…». 

Sembra di essere giunti al culmine della depravazione e dell’immoralità con una schiera di matrone e patrizie che si danno ai vizi più sfrenati, incapaci di controllare i loro istinti. 
«Nulla esiste che non si permetta una donna, nulla che reputi scorretto, se può cingersi il collo di smeraldi o appendersi alle orecchie tutte tese pendagli smisurati: [no, non c’è nulla di più insopportabile di una femmina ricca]. Il viso, gonfio di pomate, tutto un effluvio di ceroni poppeani, in cui s’invischiano le labbra del povero marito, è ripugnante, eppure muove al riso: ma dall’amante corrono a pelle pulita. Quando mai una donna si preoccupa d’esser bella in casa propria? Gli unguenti sono per l’amante, per lui s’acquistano i prodotti che voi, diafani Indiani, ci mandate. È ripugnante il viso di una matrona, gonfio di pomate e di mollica di pane, tutto un effluvio nauseante di unguenti di Poppea, dove si appiccicano le labbra del povero marito… Finalmente svela il suo volto: tolto il primo strato d’intonaco, ecco, ora sappiamo chi è; poi si spalma tutta con il latte d’asina. Io domando: è una faccia questa, così trasformata in maschera, viziata da tanti impiastri, tutta untuosa per gli impacchi di farina bollente, o non è piuttosto una ferita aperta?». Ma mette conto di conoscere con esattezza cosa fanno e tramano lungo tutta la giornata. «Se la notte il marito le ha volto le spalle, l’intendente è spacciata, l’estetista deve denudarsi la schiena, lo schiavo Liburno è accusato d’aver fatto tardi ed è costretto a pagare per il sonno di un altro: schiene rotte dalle nerbate, rosso fuoco per staffile o scudiscio; vi sono donne che assoldano l’aguzzino un tanto l’anno. Schiocca la frusta, e lei intanto s’imbelletta il viso, ascolta le amiche, esamina il bordo dorato d’una veste ricamata, e giù botte; controlla il libro dei conti, e giù botte; finché agli aguzzini sfiniti con voce orrenda tuona “Fuori!”: giustizia è fatta. Se ha un appuntamento e vuol farsi bella più del solito in fretta e furia, perché già l’aspettano ai giardini o al tempio d’Iside (quella mezzana), è alla povera Psecas, scarmigliata, spalle e petto nudo, che tocca pettinarla. “Perché quel ricciolo è più alto?”. Orrendo delitto, un ricciolo fuori posto: ne fa immediata giustizia la frusta. Ma che diavolo ha fatto Psecas? che colpa ne ha se il tuo naso non ti va a genio? Da manca un’altra ancella spiana, ravvia, inanella le chiome. Alla seduta assiste una vecchia schiava di casa che, ormai messa a riposo, dalle forcine è passata alla lana: sarà lei la prima a dare un giudizio; poi l’esprimeranno le più giovani e meno esperte, quasi ci fosse in gioco l’onore o la vita: tanta è la preoccupazione d’esser bella! Ordini e ordini di trecce, accumulandosi strato a strato sul capo, rendono imponente l’architettura: vista di fronte sembra Andromaca, di spalle uno scricciolo, tutta un’altra. Che vuoi farci? minuscola è la taglia che ha avuto in sorte da natura, più bassa d’una fanciulla pigmea è senza tacchi, e per farsi baciare deve sollevarsi in punta di piedi. Al marito non pensa proprio; alle spese, non se ne parli. Vive come se per lui fosse una vicina, ma un legame esiste e ben stretto: odia i suoi amici, i suoi schiavi, pesa sul suo bilancio». (Trad. prof. Luigi Saito) 

Statua di una matrona (circa 100-110 d.C.), Gliptoteca di Monaco di Baviera 

È stato rinvenuto in Egitto un incantesimo d’amore, vergato in greco, risalente all’età dell’impero, scritto da una donna di nome Sarapias per conquistare il cuore di un’altra donna, Herais. 
Giamblico di Calcide, un filosofo siriano di lingua greca vissuto fra terzo e quarto secolo dopo Cristo, nel Babyloniaca, un romanzo ampio, ricco di esotiche avventure, ci mostra Filenide, un’atleta mentre fa la lotta nel fango, beve e mangia come un maiale e sodomizza fanciulli con il suo smisurato clitoride. E poi descrive la principessa egiziana Berenice che ama e sposa un’altra donna, con la conclusione che «un tale amore è selvaggio e senza legge».
L’imperatore Domiziano offre venationes e spettacoli gladiatorii notturni, alla luce delle torce, comprendenti combattimenti tra uomini e anche tra donne. Negli stessi combattimenti fa esibire talvolta nell’arena nani e donne uno contro l’altro. Pare che le gladiatrici, per lo più schiave o popolane, si presentassero a torso nudo e senza elmo. In un’iscrizione trovata a Ostia antica un certo Hostilinianus si vanta di essere stato il primo impresario  a portare le gladiatrici in città. 
Durante uno spettacolo offerto dall’imperatore Nerone si vedono uomini e donne sia nelle vesti di bestiarii che di gladiatrici. Lo stesso Nerone, ai giochi organizzati nel 66 d.C. nell’odierna Pozzuoli per Tiridate I di Armenia, fa esibire nell’arena donne e bambini di colore, provenienti dall’Etiopia. 

Giovenale nelle sue Satire condanna fermamente le gladiatrici dei periodi flavio e traianeo. Un bassorilievo marmoreo del I o del II secolo trovato ad Alicarnasso mostra due gladiatrici, Amazon e Achillia, che combattono a seno nudo con armature pesanti. Entrambe hanno una spada e uno scudo, non indossano né elmo né tunica, ma un semplice perizoma e gli schinieri.  

Bassorilievo di due gladiatrici trovato ad Alicarnasso 

Molti autori da Giovenale a Svetonio citano con sdegno la presenza delle donne che combattono nell’arena, una pratica sanguinosa, violenta e brutale che ai loro occhi appare scandalosa e aberrante per il gentil sesso. La Tabula Larinas, una tavoletta in bronzo, riporta il testo di un editto emanato sotto Tiberio, che vieta agli uomini e anche alle donne di partecipare ai giochi dei gladiatori qualora abbiano legami di parentela con senatori o cavalieri. Solo intorno al 200 d.C. Settimio Severo bandisce gli spettacoli con le gladiatrici.  

A Roma le pratiche sportive sono molto diffuse fin dai tempi più antichi: tra esse le gare femminili di corsa hanno una particolare importanza. L’imperatore Domiziano, nell’86 d.C., ne inserisce una all’interno del Certamen Capitolinum istituito in onore di Giove nello stadio fatto costruire appositamente per ospitare una grande competizione di atleticagare equestri e musicaliUn’iscrizione attesta la partecipazione di due ragazze, nella specialità dello stadion (la gara più importante: una corsa veloce su un rettilineo di 192,28 metri) ai Sebastà di Napoli, grandiosi giochi isolimpici, nel 154 d.C. Ancora nel II sec. d.C. una donna vince la corsa doppia di 400 metri a Sparta. Infine in un’epoca più tarda, ma di incerta datazione, a Patrasso una giovane di nome Nikegora è onorata dal fratello per aver vinto nel dròmos delle fanciulle, probabilmente la corsa semplice. Risale al IV secolo d.C. una delle più importanti nonché rarissime testimonianze iconografiche di donne atlete nell’antichità: sono le nove bellissime fanciulle in forma smagliante e straordinariamente moderne che ammiriamo nel mosaico della sala delle Palestrite, uno degli ambienti della villa romana del Casale nei pressi di Piazza Armerina in Sicilia, famose in tutto il mondo per il capo che indossano, ritenuto il primo bikini della storia. Due ragazze giocano con la palla, una sembra impegnata nel lancio del disco, sport solitamente riservato agli uomini, mentre un’altra pare intenta a sollevare pesi.  

Piazza Armerina, villa del Casale, particolare del mosaico nella sala delle Palestrite 

Con l’avvento del Cristianesimo l’attività ginnico-sportiva, considerata una pratica pagana, va incontro a un inesorabile declino fino a scomparire del tutto. Novaziano, un teologo vissuto nel III secolo, sentenzia: «I cristiani devono allontanare la vista e l’udito da questi spettacoli privi di contenuto, pericolosi e di cattivo gusto». E nel 393 l’imperatore Teodosio abolisce i giochi Olimpici. 

Come in Grecia, le donne preparano farmaci, creme e pomate con le erbe più svariateCi sono dottoressefarmaciste ed erboriste, medicae, herbariae, pharmacopolae. Le medichesse si occupano prevalentemente di gravidanze, parti e malattie ginecologiche. Una delle ginecologhe più famose è la greca Elefantide (I sec. a. C.), venuta a vivere a Roma, autrice di trattati che non ci sono giunti. È così bella che fa lezione nascosta dietro una tenda per non distrarre i suoi allievi. Greche sono molte dottoresse che lavorano come schiave negli ospedali, i valetudinaria. 
All’interno della medicina ufficiale le matrone, nobili romane, esercitano privatamente la professione in casa. Plinio il Vecchio ricorda Salpe di Lemno, esperta in oftalmologia, e Olimpia di Tebe, nota ginecologa. Antiochis è invece rinomata chirurga, e Cleopatra, una vera luminare della ginecologia. Le loro opere sono andate perdute. 

Durante l’Impero, non manca un’élite di donne colte cresciute all’ombra di uomini illustri. Ma di vere e proprie filosofe ce n’è una sola, Pompeia Plotina (65/70-121), l’imperatrice filosofa per eccellenza. Nata a Nemausus (Nîmes) tra il 60 e il 70 d.C., moglie di Marco Ulpio Traiano, imperatore dal 98 al 117 d.C., Plotina riporta in auge l’epicureismo e si fa apprezzare per la vivace intelligenza e la ricca cultura.  

Moneta romana (c. 105-117 d.C.), recto Pompeia Plotina, rovescio Fides con spighe di grano e cesto di frutta 

Dopo di lei Giulia Domna, la siriaca che nel 187 a diciassette anni sposa il futuro imperatore Settimio Severo, bella e carismatica, è una donna d’azione che accompagna il marito in guerra, ma è anche una matrona docta che ama gli studi e la filosofia in particolare, al punto da animare un cenacolo di intellettuali e artisti tra i quali lo storico Dione Cassio, il medico Galeno e il filosofo Flavio Filostrato. Giulia Domna rivolge le sue simpatie soprattutto agli esponenti della cosiddetta Nuova Sofistica. 
Uno sparuto gruppo femminile aderisce ai movimenti ereticali che si formano a partire dal II secolo d.C. Durante il pontificato di Aniceto (papa dal 154 al 165), troviamo a Roma una certa Marcellina, discepola di Carpocrate, fondatore di una setta gnostica. I suoi seguaci negano la natura divina di Cristo e ritengono che il mondo sia stato creato da angeli inferiori. Praticano spiritismo, magia, stregoneria e il culto delle immagini. 

In copertina: Le Menadi, Roma Museo Barraco, rielaborazione neoattica da modelli di Kallimachos, fine del V sec. a.C. 

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...