Una donna promettente

Tutte le mie aspettative sul film Una donna promettente (2021 – Promising young woman), diretto da Emerald Fennell, candidato a 5 Premi Oscar e vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, sono state ampiamente soddisfatte. 

Abbiamo già parlato in precedenza di questo film, mettendolo in relazione alla tutela delle vittime nelle aule di giustizia. Il mio scritto, invece, punterà non solo ad elaborare una recensione, ma anche a riflettere su ciò che mi ha trasmesso, poiché è impossibile non rimanere colpite e scosse dopo la sua visione. Pertanto, a differenza di tutti gli altri miei articoli, questo in particolare sarà stilato in prima persona, proprio per rimarcare che si tratta del mio personale pensiero e giudizio. 

Cassie è una trentenne che ha lasciato gli studi alla facoltà di medicina sette anni prima, dopo che la sua migliore amica e compagna di corso è stata violentata da uno studente ad una festa, mentre era ubriaca. La violenza si è consumata di fronte alle risate e agli incitamenti dei presenti e il giorno successivo nessuno ha creduto alle parole di Nina, vittima dello stupro, che per la disperazione si è suicidata. Il senso di colpa devasta la protagonista, interpretata magistralmente da Carey Mulligan, che nel weekend vaga per i locali fingendosi ubriaca e attendendo le azioni degli uomini nei paraggi. Ha un taccuino su cui annota i nomi di tutti i “bravi ragazzi”, come amano definirsi, che hanno cercato di approfittare del suo stato di incoscienza per abusare di lei. Ma è proprio quando pensano di avercela fatta che Cassie gli rivela di essere sobria, lucida e consapevole di ciò che sta accadendo, mettendoli davanti alla realtà: si tratta di una violenza sessuale. 

Il taccuino 

Quando una persona è portata a soffrire così tanto da non vedere altro al di fuori del proprio dolore, la vendetta sembra la soluzione migliore per placare la rabbia e lo sconforto. 
Si dice scherzando, ma non troppo, che le fasi del lutto non sono cinque, ma sei e l’ultima, quella in grado di chiudere il cerchio e farci ricominciare, non è più l’accettazione, ma la vendetta, che è un piatto che va servito freddo. In questo film, freddissimo. 
Il lavoro in caffetteria è solo un modo per mantenersi, ma il vero scopo nella vita della protagonista è proprio quello di vendicare la migliore amica, cercando di rendere consapevoli le persone che il sesso senza consenso è stupro e una donna ubriaca non è nelle condizioni di esprimere alcun assenso. La sua sete di rivalsa raggiunge l’apice quando rivede un ex compagno di studi universitari, ormai diventato medico, che la informa del fatto che tutte/i sono laureate/i, realizzate/i e felici, come se nulla fosse successo. Andare per locali e cercare di far ravvedere uomini sconosciuti non le basta più, ora Cassie avverte la necessità di mettere colleghe e colleghi di fronte alle loro mancanze: per lei diventa indispensabile che capiscano i loro errori e ammettano di essere artefici del suicidio della sua migliore amica. 
È di nuovo costretta a sentire le parole di chi non ha creduto alla violenza, sostenendo che una ragazza ubriaca si mette a rischio di essere stuprata e quindi non può lamentarsi se le accade “qualcosa di brutto”. La colpa ancora una volta viene rivolta verso chi subisce l’abuso e non verso chi lo esercita, alimentando quella spirale di vergogna e stigma che la società intera attribuisce alle vittime di stupro, cercando in tutti i modi di sollevare gli autori dalle loro responsabilità. 

Carey Mulligan nelle vesti di Cassie

In questo clima, per una vittima è sempre più difficile vedersi individuata come tale, trovando quel sostegno che può aiutarla a superare il trauma e infatti Nina si è sentita sopraffatta dagli eventi fino a suicidarsi. 
La cultura dello stupro è ampiamente rappresentata sia da ex colleghe/i, sia dalla rettrice dell’università che non ha creduto alle parole della giovane, per dare il beneficio del dubbio a chi l’aveva violentata. Si parlerà dell’episodio come di una ragazzata che può capitare quando si è giovani e a una festa ci si lascia andare con l’alcol, nonostante una vita sia stata spezzata. 
La banalizzazione dello stupro e il non riconoscimento della gravità di un simile atto sul corpo di una persona lasciano spiazzate e al contempo ci rendono consce del fatto che è proprio questa la terribile realtà in cui viviamo. 

Molte recensioni lo descrivono come un rape and revenge movie, tradotto: film sullo stupro e la vendetta, ma in questa pellicola la vendetta non è fine a sé stessa. La protagonista non si traveste da giustiziera della notte: il suo fine ultimo non è fare del male a chi si è voltato dall’altra parte, ma rendere chiunque cosciente del fatto che l’omertà e l’indifferenza hanno causato la morte della cara amica. Per Cassie è fondamentale riuscire a far ragionare chi ha negato e minimizzato l’accaduto, fino a percepirne il pentimento autentico: sarà solo questo che potrà portarla a perdonare e lasciare andare l’odio e la rabbia.  

Purtroppo, durante la proiezione non sono riuscita a individuare nel film una figura adulta positiva che riesca ad essere un punto di riferimento. A salvarsi, per il rotto della cuffia, sono forse i genitori di Cassie, a mio avviso troppo spenti e passivi per poter rappresentare un aiuto concreto per la figlia, nonostante l’amore sincero nei suoi confronti. Più volte rinfacciano alla ragazza di non avere né amici né il fidanzato e di vivere ancora in casa con loro, senza cercare di aprire un vero e proprio dialogo, lasciandola sola e in balìa dei suoi sentimenti e dei suoi mostri. 

La locandina

E questo deve spingere a una drammatica considerazione: quante vittime di violenza vengono abbandonate e non credute proprio da coloro che dovrebbero aiutarle e sostenerle? I soggetti adulti, che siano genitori, insegnanti, poliziotte/i, avvocate/i, sono i grandi assenti. Ci si chiede chi abbia aiutato Nina, a parte Cassie, troppo giovane e traumatizzata per sopportare un peso così enorme da sola. Nemmeno la madre mostra empatia nei suoi confronti, invitandola a voltare pagina, sebbene il suo dolore sia tanto tangibile da uscire dallo schermo e colpire spettatori e spettatrici, con la cognizione che non si tratta solo di un film, ma della realtà che ci circonda. 

La vita di Cassie è completamente assorbita da quanto accaduto sette anni prima e null’altro suscita il suo interesse; nemmeno la frequentazione con un suo ex compagno di corso riesce a distoglierla dal suo vero obiettivo. 
Ma la vendetta, anche quella che mira al pentimento e al perdono, è un’arma a doppio taglio e come dice una famosa citazione attribuita a Confucio: «Prima di intraprendere la strada della vendetta, scavate due tombe». 

***

Articolo di Elisabetta Uboldi

Liz. foto 200x200

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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