Angela, la disobbediente al matrimonio

Dalle polverose carte degli archivi fanno spesso capolino delle storie che dimostrano come le donne, nonostante vessazioni e pesanti discriminazioni, abbiano avuto la forza e il coraggio di ribellarsi a regole imposte e a leggi inique e siano riuscite, attraverso la disobbedienza, a raggiungere i propri obiettivi. Tramandarne la memoria però era troppo pericoloso perché si temeva che, da questi esempi, altre trovassero il coraggio di emulazione. E allora si è ritenuto “saggio e giusto” ricacciare quelle carte tra la polvere dei secoli nella speranza che nessuna “ficcanaso” le portasse alla luce.  

Quella di Angela Tolsà è una storia che ci riporta indietro alla fine del Quattrocento nel Ducato spagnolo di Gandia. Restò orfana di padre quando era ancora una ragazzina; quando fu letto il testamento paterno si scoprì che era stata designata erede dell’intero patrimonio ad eccezione dei beni dotali della moglie. Un caso inconsueto per quei tempi, ma così fu e Angela si ritrovò proprietaria di numerosi immobili e di una cospicua somma di denaro. 

La madre, immaginiamo un po’ stizzita dalle decisioni testamentarie del coniuge, si attivò subito per predisporre un contratto prematrimoniale per la figlia e individuò un bambino di una facoltosa famiglia di Valencia. Angela rifiutò la proposta, adducendo sia il recente lutto che l’aveva gettata nello sconforto e nel dolore, sia l’inadeguatezza del futuro sposo. Passò qualche anno ma la madre non si arrese e ripropose la sua intenzione. Angela rifiutò nuovamente e la lite sfociò in un processo “madre contro figlia”. Grazie proprio a questo incartamento, la storica Serena Mazzi è stata in grado di ricostruire l’inconsueta vicenda.  

Per la madre della giovane, la sua era una decisione saggia, giusta e inappellabile. Angela invece era ferma nel disobbedire a tutti i costi e con tutte le sue forze. Pianse, gridò, minacciò di farsi monaca pur di non accettare quel contratto prematrimoniale. La donna ignorò le proteste e addirittura organizzò il matrimonio nascondendole tutto. Un giorno, Angela vide la sua bella dimora riempirsi di gente. Insospettita, scese nelle cucine per capire cosa stava succedendo. Dalle domestiche apprese la verità: si stava festeggiando il suo matrimonio. La ragazza restò basita e, dopo un primo momento di stupore, tra l’incredulità degli ospiti, si gettò come una furia a terra iniziando a gridare che lei quel marito non lo voleva. A nulla valsero le suppliche di chi la esortava a calmarsi, Angela, ferma nel suo proposito, si rinchiuse nella propria camera. Ne uscì soltanto quando le dissero che in ogni caso quel matrimonio non sarebbe stato valido, perché lo sposo era minorenne, e che lo sarebbe diventato soltanto se al raggiungimento della maggiore età fossero stati entrambi d’accordo. 

Una mezza verità, una mezza bugia. Angela ovviamente restò separata da quel marito imposto, rifiutandosi anche di farsi sfiorare. Un giorno la madre, esasperata da quella figlia ribelle e disobbediente, dopo un’ennesima discussione, iniziò a picchiarla selvaggiamente con un bastone. La ragazza svenne e cadde a terra. Dopo questo episodio, era il settembre del 1496 e lei aveva compiuto sedici anni, decise di presentare la domanda di divorzio alla curia ecclesiastica di Valencia e fuggì di casa confidando nell’annullamento del matrimonio in forza del fatto che non era stato consumato. 

Prima si rifugiò in un monastero e poi in un’abitazione privata in attesa della sentenza. Ma il 20 aprile del 1497, su ordine del coniuge, alcuni uomini armati la rapirono e la consegnarono al legittimo sposo. Per sette settimane fu violentata dall’uomo, così che venissero meno le condizioni per la definitiva separazione. Ma Angela non demorse, riuscì a fuggire e continuò la sua battaglia legale. Finalmente l’8 luglio del 1500 una sentenza papale sancì l’annullamento delle nozze. Angela si risposò con un giovane nobile di cui era innamorata e si godette le sue ricchezze. La disobbedienza aveva dato i suoi frutti. 

In copertina: Palazzo Ducale di Gandia.

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Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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