Un ponte per l’India 

Avvicinare è un verbo impegnativo. Onomatopeico, a suo modo. C’è la voce alta di chi ha scorto l’obiettivo da raggiungere, lì, nella prima a. E poi c’è il camminare sottomesso, il sussurro di chi si approssima al contatto con il timore che esso possa sfumare.  
È un verbo da non sottovalutare, che andrebbe usato con il libretto delle istruzioni. Bisogna rallentare la propria andatura, fermarsi, abbassare il corpo e lo sguardo.  
Chi sa avvicinare, sa costruire. Ponti, rapporti, possibilità, futuro. Chi avvicina, allunga la mano alla speranza. E, soprattutto, raggiunge. Nel buio, nella polvere, nell’indifferenza. Raggiunge. Spalanca le finestre e cambia l’aria.  

L’associazione Ponti non muri fa questo da anni, soprattutto in Palestina, con progetti che intendono, in una sintesi che non renderà mai il giusto merito, sostenere i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne di Palestina, e dare loro la chiara consapevolezza che il domani può e deve essere degno di loro.  
Succede, però, che la Palestina non basta più. E succede che un loro collaboratore, un mio amico, così folle da pensare che il mondo storto possa essere raddrizzato, propone di andare in India, dove lui è già stato e dove ha contribuito — con eventi e finanziamenti raccolti qui in Italia — alla costruzione di una scuola. 

E succede ancora che questo mio amico, questo sognatore che non si arrende, pubblica sui social alcune foto dell’inaugurazione di quella scuola e succede poi che un suo fratello indiano lo contatta. Succede che i due decidono che quello che hanno già fatto non può bastare e succede allora che se inizi a pensare a cose folli, tanto vale farlo per bene. E siccome succede pure che quando si vive di follia, non ne hai mai abbastanza, succede che l’associazione Ponti non muri accetta con entusiasmo di abbracciare questo nuovo progetto, coinvolgendo anche la  Manav Vikas Seva Sangh (MVSS), un’organizzazione che si occupa dell’elevazione sociale delle persone, del benessere della comunità senza distinzione di casta, credo, religione, razza. 

È così che nasce SHIKSHA – Un ponte per l’india,  il verbo straordinario che rallenta l’andatura, si ferma, abbassa il corpo e lo sguardo a incrociare gli occhi dei bambini e delle bambine delle baraccopoli che sorgono intorno alla città di Khurai, nel distretto di Sagar, nello stato del Madhya Pradesh. Queste creature vivono per la maggior parte del loro tempo nei pressi della stazione di Bina, raccogliendo stracci, chiedendo l’elemosina, costantemente vittime di abusi sessuali e del traffico di droga. Non vanno a scuola, non hanno istruzione, non immaginano nemmeno che possa esistere un percorso diverso da poter intraprendere.  
Sono circa trecento: arrivano in stazione ogni cinque minuti; alcuni di loro scompaiono dai binari; diciassette tra bambini e bambine sotto i cinque anni viaggiano in treno chiedendo l’elemosina. È la quotidianità. È la normalità.  

Ecco perché, per le donne e gli uomini di SHIKSHA – Un ponte per l’india, la prima tappa del loro avvicinarsi è far cambiare la consapevolezza: dei bambini e delle bambine, delle famiglie, delle comunità. 
Il secondo punto è fornire un’istruzione di base che possa permettere l’inserimento nel sistema scolastico statale. E poi, ci sono i giochi, il divertimento, attività creative che li e le distolgano dall’abuso di droga e dallo sfruttamento sessuale.  
Perché è normale, giusto e sacro, che i bambini e le bambine, giochino, studino, guardino al futuro come possibilità e non come rassegnazione. 
Perché è normale che i bambini e le bambine abbiano un nome e un’identità e che non siano soltanto occhi persi, visi bassi, fatti di cronaca ai quali siamo arrivati e arrivate troppo tardi. 
Grazie, quindi, a Ponti non muri. Grazie a Giuseppe Del Vecchio, che ho l’onore immeritato di chiamare amico. Mille e mille volte grazie. Per credere. Per fare. Per guardare oltre. Per avvicinare l’umanità e solo così renderla tale. E grazie a chiunque di voi voglia aiutare la declinazione del verbo — forse — più prezioso che esista.  
 
Qui il link del progetto e della raccolta fondi https://www.gofundme.com/f/progetto-shikshaun-ponte-per-lindia?member=13986069&utm_campaign=p_cp+share-sheet&utm_medium=copy_link_all&utm_source=customer 
 
Qui, quelli dell’associazione http://www.pontinonmuri.it/  https://www.facebook.com/search/top?q=ponti%20non%20muri  

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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