Con i piedi nell’acqua. Storia di una famiglia e del Padule

L’uscita di questo libro, piccolo nelle dimensioni ma grande e interessante per quanto contiene, mi offre una straordinaria opportunità: parlare di un ambiente naturale unico e prezioso per la biodiversità, per la storia, per le vicende umane che proprio lì hanno avuto luogo.

Castelmartini, Centro visite,
castello per i bachi da seta. Foto di Laura Candiani

Leggendo il titolo due elementi balzano all’attenzione: i piedi nell’acqua, che sono quelli della bambina Maria Antonietta ora residente altrove, ma pur sempre in Valdinievole, nata e cresciuta ai margini dell’area palustre, dove l’acqua si insinua in mille canali e con i suoi “chiari” fra le rare abitazioni. Il secondo elemento è, naturalmente, il Padule: in Toscana con questa parola non si hanno incertezze. Per noi significa: il Padule di Fucecchio, che in realtà oggi si estende soprattutto in provincia di Pistoia, è la più vasta area umida interna d’Italia (le altre sono invece costiere) di circa 1800 ettari, in parte protetta (230 ettari di cui 207 in provincia di Pistoia e 25 di Firenze), luogo di piacevoli passeggiate ideali per praticare bird-watching, inserita nei siti di particolare interesse tutelati dalla convenzione di Ramsar. Passando da Castelmartini (Larciano) si trova il bell’edificio del Centro visite intitolato alla baronessa Irene Selvaggia Alfano, della famiglia Poggi Banchieri che mise a disposizione il terreno; grazie al Centro di Ricerca, Documentazione e Promozione del Padule di Fucecchio (in tempi normali…) è possibile partecipare a visite guidate, trovare pubblicazioni, vedere mostre, frequentare corsi di disegno e fotografia, accompagnare scolaresche, assistere a interessanti conferenze sulle piante e sugli animali (dai pipistrelli alle farfalle, dagli uccelli notturni ai migratori…) e farsi un’idea degli antichi mestieri, grazie ai tanti manufatti presenti: fiaschi, sporte, damigiane, sedie impagliate, stampi per la caccia, reti da pesca, barchini.

Casotto verde (o del Biagiotti). Foto di Laura Salaris

Con una bella camminata, o in bicicletta, oppure in auto attraverso il bosco di Chiusi, si raggiunge liberamente il casotto Verde (o del Biagiotti) e si è immersi nell’area delle Morette (che prende il nome dalla ormai rara anatra tuffatrice “moretta tabaccata”) dove si ammira la variegata fauna che popola in ogni stagione l’ambiente.

Riserva Naturale Le Morette. Foto di Alessio Bartolini

La nostra scrittrice si sofferma invece sull’altra sponda dell’area palustre, quella di Ponte Buggianese, o meglio del Ponte di Mingo, dove ha vissuto, e del Pratogrande, dove si trova uno dei tre tabacchifici che davano lavoro a tante donne. Sul volume La Valdinievole: tracce, storie e percorsi di donne, guida di Toponomastica femminile, se ne parla diffusamente, come pure degli altri mestieri femminili tipici di questa zona: le impagliatrici, le trecciaiole, le balie, le addette all’allevamento dei bachi da seta. Ma è venuto il momento di ascoltare la voce della vera protagonista del libro: la zia Erina, nota come “Rina dei Magrini”, a cui la nipote fa raccontare, con lucidità e freschezza, le origini familiari, l’infanzia, l’adolescenza e la guerra, in tre diversi capitoli, in cui il parlato locale si fa lingua espressiva e viva. Una vita non facile, di fatica e di duro lavoro, ma con l’affetto intorno di una bella famiglia affiatata. «Sono nata al Pratogrande il 29 febbraio del 1932. Il mio babbo e la mia mamma facevano i contadini a mezzadria per i marchesi Gerini di Firenze». «La mi mamma era una donna tranquilla. Non li abbiamo mai sentiti “letiàre”, il mio babbo e la mia mamma. O lo facevano quando noi un si sentivano». «Io e i miei fratelli dormivamo insieme in uno stanzone enorme diviso in due. Da una parte i ragazzi e dall’altra le ragazze. Nel mezzo i bachi da seta». Il dettaglio può stupire e far sorridere, ma ha una sua motivazione: i bachi da seta sono molto delicati e si possono ammalare, hanno bisogno di un riparo idoneo e di graticci ricoperti di foglie fresche di gelso, finché non fanno il bozzolo; un tempo, nelle nostre campagne, se ne occupavano proprio bambini e bambine, trattandosi di un lavoretto semplice e non faticoso.

«La mia infanzia l’ho trascorsa aiutando i miei genitori nei campi, ma anche giocando tra campi e fosse e nella Pescia». E Rina ricorda la spericolata Livia che la trascinava in avventure e rischi di ogni genere, ma pure il nonno Guido che teneva vicino un “vincone” (un ramo sottile di salice) per incutere timore alle vivaci nipoti; ma era buono e comprensivo, alla fine, e tutti andavano d’accordo. Come nelle famiglie patriarcali del tempo, quello che decideva il nonno era ben fatto. «Non reclamava nessuno». Racconta degli orti, della coltivazione di asparagi e di fiori, della raccolta e lavorazione delle erbe palustri, dell’allevamento di polli e conigli, ma in particolare delle anatre, attività che serviva a integrare il reddito familiare e che era strettamente connessa con l’area umida. Tanti gli episodi curiosi e divertenti: dalla pesca dei ranocchi a quella delle anguille, la vendita delle uova, con qualche contrattempo, il trasporto delle pèsche delicate, protette una per una, gli spuntini sul lavoro a base di pomodori e uova, a cui si davano vari nomi: «un giorno si facea il “timballe”, e un giorno il “fricchè”. Erano sempre pomodori e ova, ma così parean tre pasti diversi…».

Ponte Buggianese (PT). Piazza Giovanni Magrini. Foto di Laura Candiani

Rina andava a scuola, anche in tempo di guerra, con il freddo e con il fango, lungo i fossi e per sentieri sconnessi e spiega come funzionava: orari, lezioni, quaderni. Fra le insegnanti che meglio rammenta mi ha colpito un nome, che mi ha commosso: una mattina arriva una maestra giovanissima, aveva solo 10 anni più della scolaresca; si chiamava Maria Leda Lenzi e tanto tempo dopo sarebbe diventata mia suocera. «”Buongiorno bimbi! Tutti bravi?” Noi zitti! “Parlate, bimbi, siete bravi?” E noi: “Sììì.” Allora mi ricordo come fosse ora, disse: “Se siete bravi, all’undici vi fo fare ricreazione, e io vi canto. Voi state senza scrivere e io vi canto.” Era proprio brava a cantare». Da allora, quando si incontravano in paese, la maestra la salutava dicendo alle persone presenti che era stata la sua prima scolara!

D’estate bambini e bambine erano impegnate a girare il fieno, partendo dagli otto anni, ma c’era spazio anche per i giochi all’aria aperta; e qui la memoria fa rivivere le “conte”, gli stornelli, le filastrocche in varie versioni, persino una canzone allora celebre: C’è una stella sul cupolone (di Firenze, ovviamente). Le uscite per le funzioni religiose, le prediche, il rosario erano vissute come occasioni per fare una “girata”; a Pasquetta la meta per la merenda di pontigiani/e e padulini/e era la Cellina, dove si trova un Santuario con una fonte di acqua miracolosa, capace di guarire il mal di gola.

Rina cresce, va a lavorare nel podere di Nandone e ci sono nuove esigenze: si parla di corredo, di telai, di infiniti lavori a maglia, di rammendi e di ricami per rifinire lenzuola e tovaglie, nel poco tempo libero, la sera “a veglia”, quando ci si ritrovava e ci si raccontavano i fatti del giorno. D’inverno davanti al camino acceso, d’estate sull’aia, sotto le stelle.

Barbarie e vittime a cura di Metello Bonanno

La famiglia Magrini, che porta un cognome piuttosto diffuso in questa zona della Toscana, ha avuto almeno due personaggi di spicco di cui giustamente andare fiera; ne parla la narratrice e aggiunge dettagli la scrittrice: uno è stato il carabiniere Giovanni, l’altro un sacerdote francescano, Primo Egidio, fratelli fra loro. Di entrambi non manca localmente il ricordo per il ruolo ricoperto in due vicende terribili e sanguinose. Giovanni, nato nel 1921, fu protagonista di un atto eroico il 9 settembre 1943 a Gattatico, sull’Appennino Tosco-Emiliano dove si trovava nella caserma: dalla data si deduce che fu praticamente uno dei primissimi atti di resistenza spontanea contro le truppe tedesche. Un manipolo di soldati voleva infatti impadronirsi delle armi lì custodite, ma la risposta del giovanissimo carabiniere e dei commilitoni fu ferma: si rifiutarono e anzi respinsero l’assalto, in cui Giovanni fu gravemente ferito a un braccio, poi amputato. Anni dopo gli fu consegnata la Medaglia d’argento al valor militare e, dopo la morte, gli sono state intitolate una piazza a Ponte Buggianese e la caserma di Montecatini.

Ponte Buggianese (PT). Piazza Giovanni Magrini. Foto Laura Candiani

Don Primo (o Primio, come era chiamato in famiglia) ebbe il compito doloroso, insieme a Giovanni, di accorrere in Padule appena saputo dell’eccidio ad opera di milizie nazi-fasciste e di trovare fra le 146 vittime i loro cari Guido e Domenico, nonno e bisnonno di Maria Antonietta, con altri parenti e parecchi sfollati. Spettò a loro e a chi era sopravvissuto riconoscere e seppellire pietosamente i morti innocenti: era il 23 agosto 1944. Ce ne ha lasciato pagine indimenticabili nel suo opuscolo Barbarie e vittime. Nei «tre giorni di ferocia tedesca» fra le persone uccise nessun partigiano né partigiana, 31 avevano sopra i 55 anni, 22 sotto i 15, tre bambine sotto l’anno di età, una invalida di 93 anni, cui fu gettata nel grembiule una granata. Nessuna regione, come la Toscana, ha dato un tale contributo di vittime civili: 4.461 sul totale di 9.980, e la provincia di Pistoia in soli quattro mesi ne ebbe 680.

Nel dopoguerra varie cose cambiarono, sia a livello familiare sia a livello lavorativo, ma Rina, ormai sposa e mamma, era sempre attiva, operosa, instancabile, capace di svolgere tutte le mansioni che la vita dei campi richiedeva; la nipote la rivede ancora guidare il trattore, «tenendo testa a uomini e donne che ne riconoscevano e riconoscono l’intelligenza e la capacità di gestire situazioni complicate».

Vogliamo concludere la lettura e la riflessione riprendendo quanto scrive Maria Antonietta Magrini nell’Introduzione. Quale può essere lo scopo del libro, quando sia la ricerca storiografica sia quella naturalistica si sono già parecchio occupate di ambienti, persone, fatti storici, e continuano a farlo? L’obiettivo è quello di «restituire la magia di questa terra fra acqua e cielo e rimettere a fuoco immagini di vita vissuta, di attività contadine che tanto hanno dato ai protagonisti di questa storia e che per ragioni spesso incomprensibili sono diventate sempre più incerte nei loro contorni e nella loro capacità rievocativa. Potenza della memoria». Allora grazie, zia Rina, per i tuoi ricordi che ora sono anche nostri.

In copertina: Stagni di Bagnolo. Sullo sfondo il bosco di Chiusi. Foto Alessio Bartolini.

Maria Antonietta Magrini
Con i piedi nell’acqua. Storia di una famiglia e del Padule
Carmignani Editrice, Stàffoli (Pisa), 2021

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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