Storia libera tutte. Il mondo greco e romano 

Continua l’utile e interessante percorso di aggiornamento online progettato dalla Società italiana delle storiche (SIS), indirizzato alle e ai docenti delle scuole primarie e secondarie, dal titolo Storia libera tutte, finalizzato ad incentivare lo studio della storia delle donne e a diffondere uno sguardo attento al genere tra i nostri studenti. Il programma del corso prevede sei lezioni e due momenti laboratoriali, a partire dalla preistoria fino al novecento, ed intende offrire una occasione di approfondimento di questi temi grazie alla guida esperta di studiose e ricercatrici che offriranno anche materiali e attività di tutoring utili a sostenere la pratica didattica delle e degli insegnanti.  

Il progetto del corso è stato finanziato dalla Regione Lazio, a valere sul bando intitolato I luoghi delle donne, e testimonia, assieme ad altre attività rivolte al mondo della scuola, la volontà della Società delle storiche di affiancare alla ricerca storica un impegno volto alla formazione dei e delle docenti. 
La seconda lezione, che ha affrontato il ruolo della donna nel mondo greco e romano, è stata tenuta dalla professoressa Francesca Cenerini che insegna Storia antica, epigrafia e istituzioni romane presso l’Università di Bologna. Naturalmente non è possibile ricondurre ad un unico modello la condizione della donna in Grecia e a Roma, non si possono ignorare le differenze dettate dall’appartenenza sociale nè i progressivi mutamenti che, anche in età antica, si sono registrati nei comportamenti e nel ruolo riconosciuto alle donne. Pur rimanendo in ambito greco è possibile osservare spazi di intervento femminile molto diversi: se ad Atene alla donna è affidata la gestione dell’oikos e il suo ruolo è riconducibile esclusivamente all’ambito della casa e, forse, del gineceo, a Sparta le donne frequentavano le palestre e ad esse si chiedeva forza e valentìa fisica per poter generare guerrieri. 
Dunque solo attraverso un vaglio attento delle fonti è possibile una ricostruzione attendibile dell’orizzonte culturale, politico, economico in cui le donne potevano muoversi. Ma l’intervento della professoressa Cenerini si è focalizzato su di un tema essenziale ad una lettura delle figure femminili più attenta e scevra del peso della tradizione: la necessità di analizzare le fonti, in particolare quelle antiche, per forza di cose meno numerose e di più difficile comprensione, in modo critico, con la consapevolezza dell’orizzonte culturale coevo, quasi sempre imbevuto di stereotipi negativi riguardo alle donne. Spesso ciò che i documenti raccontano delle figure femminili, siano esse appartenenti al mito o alla storia, è una proiezione maschile che va decostruita e interpretata, poche e non sempre facilmente riconoscibili sono infatti le voci di donne che in prima persona producono cultura. 

Le figure mitiche in particolare, topoi dalla lunghissima vita e dalla complessa polisemia, sono ambiti privilegiati a cui applicare, anche nella pratica scolastica, interessanti analisi critiche. Il mito di Medea, ad esempio, che sembra presente già nelle tavolette micenee ed ha alimentato numerose riscritture, definisce uno spazio femminile di alterità rispetto all’orizzonte maschile, estraneo alla ragione e alle leggi della città: la maga Medea, sapiente di cose oscure, vive nella Colchide, l’attuale Georgia, ai margini del mondo civile, schiava della passione per Giasone tradisce la patria, il padre e il fratello. Euripide, nell’Atene del V° secolo, la rende un’infanticida, consapevole di porsi fuori da ogni regola di civiltà, una straniera, una barbara, che mai potrà essere accolta nel perimetro della polis e dei suoi valori, riservati agli uomini. 

Anche Seneca, nella sua tragedia Medea, sottolinea il potere negativo delle passioni, soprattutto femminili, travolgenti e senza freno, totalmente opposte alla auspicata atarassia del saggio. La figura di Penelope, al contrario, tratteggia i caratteri proposti come modello della donna fedele (ma anche astuta e capace di sotterfugi) dedita alla sola attività degna di una moglie e di una regina, la tessitura. Lo stesso Telemaco, il figlio ancora ragazzo, le ricorda che a lei non è dato di occuparsi del regno e che il suo posto è, assieme alle ancelle, accanto al telaio. 
Bisognerà attendere le Heroides di Ovidio perché a Penelope venga data voce, ma anche in questo caso chi parla è una donna lasciata sola per troppo tempo, che teme il tradimento e la vecchiaia ed antepone il ritorno del marito alla sconfitta di Ilio: ancora una volta l’orizzonte femminile è totalmente estraneo al mondo della politica, della guerra, del governo. 

La condizione della donna e la sua rappresentazione culturale nel mondo romano risulta più articolata, anche se il modello proposto soprattutto alla élite, dall’inizio della res publica all’età cristiana, è sempre lo stesso: la donna deve essere moglie fedele e silenziosa, madre prolifica e amorevole. Il valore supremo è la castitas che garantisce al marito una discendenza legittima a cui affidare nome e patrimonio.  Anche le epigrafi funerarie dedicate alle donne riaffermano lo stereotipo e tramandano la memoria della defunta ricordandone il ruolo di madre, la riservatezza, la dedizione nello svolgere le attività femminili della cura della casa e della tessitura. 

Le narrazioni e i miti sono finalizzati a riaffermare e accreditare il modello della pudicitia, come la leggenda, narrata dallo storico Lito Livio, di Lucrezia, che, disonorata da Sesto Tarquinio, si uccide, pur innocente, celebrando l’ideale femminile romano legato all’onore.  Tuttavia i documenti, proposti e analizzati dalla professoressa Cenerini, raccontano anche una storia diversa.
A Pompei si affaccia sul Foro un grande edificio che fu voluto e finanziato da una donna, Eumachia, a cui la corporazione dei fullones, tintori e commercianti di stoffe, dedicarono una statua. Questa donna dunque,insignita della carica politica di sacerdotessa, deve aver avuto con la potente corporazione rapporti tali da meritare di essere effigiata e deve aver avuto una disponibilità di denaro tale da poter sostenere una imponente costruzione. Queste fonti suggeriscono quindi che nel primo secolo D.C. le donne romane potessero svolgere un ruolo non secondario in una attività professionale e soprattutto che potessero gestire somme ingenti di denaro e delle proprietà. Tuttavia la statua di Eumachia ha il capo coperto ed è abbigliata secondo le regole imposte alle matrone, la dedica dell’edifico alla Concordia e alla Pietas Augusta rivela il rispetto per il mos maiorum e per il progetto di moralizzazione voluto dal princeps: se da un lato la legge riconosce ormai alle donne il diritto di possedere e gestire beni, di riceverli e di lasciarli in testamento, dall’altro continua ad essere imposto ed accettato il modello tradizionale. Che le donne, almeno coloro che appartengono alle sfere più alte della società, abbiano una nuova visibilità è testimoniato anche dal bellissimo fregio presente nell’Ara Pacis Augustae, dove, tra i familiares del princeps, vengono rappresentate le tante donne della corte imperiale, a cui è demandato il compito di garantire la continuità della casata e la legittima successione al potere. Può essere letta proprio come un mezzo per riaffermare la propria appartenenza alla stirpe di Augusto la volontà di Caligola di portare a Roma le ceneri di sua madre Agrippina Maggiore. Il cinerario giunto fino a noi, contenente i resti combusti di Agrippina, presenta un’iscrizione che ne attesta la ascendenza e la discendenza in linea maschile, come nipote di Augusto e madre dell’imperatore Caligola. 

Si può dunque dedurre dalle fonti un progressivo mutamento della condizione sociale, culturale ma soprattutto giuridica delle donne romane: nella Roma più antica le figlie femmine, quando contraevano il matrimonio detto cum manu, passavano dall’autorità del padre a quella del marito (o del suocero, nel caso che il marito non fosse sui iuris) ed erano associate al regime di proprietà della nuova famiglia. Già in età repubblicana furono ammesse alla successione ab intestato anche le donne che avevano contratto matrimonio cum manu, che dunque potevano ereditare sia dal padre che dal marito. A partire dalla tarda età repubblicana la donna ci appare giuridicamente più libera: si diffuse il matrimonio sine manu, in cui la moglie rimaneva sotto l’autorità paterna e, una volta scomparso il padre, poteva divenire sui iuris, padrona di se stessa, salvo essere sottoposta a una tutela maschile che con il passare del tempo divenne sempre meno pesante. Va tuttavia ricordato che a Roma la donna è esclusa dal voto attivo e passivo e può ricoprire solo cariche sacerdotali. La progressiva maggiore autonomia non esclude che continuino ad essere stigmatizzati come negativi ed inaccettabili alcuni comportamenti femminili, soprattutto riguardo la sessualità ed il rapporto con il potere. Le parole con cui Tacito e Giovenale tramandano la figura di Valeria Messalina, una aristocratica imparentata con la gens Iulia e prima moglie di Claudio, mostrano la forza di stereotipi che condannano la donna perché avida e lussuriosa. 

Tacito, negli Annales, racconta di un folle amore dell’imperatrice per Caio Silio, amante coperto di doni e mostrato impudicamente in pubblico; Giovenale la definisce meretrix augusta. La professoressa Cenerini suggerisce che Caio Silio, senatore, designato console, abbia tentato una congiura con il sostegno di Messalina, la quale fu forse disponibile ad un tale pericoloso azzardo perché consapevole dell’interesse di Claudio per Nerone, figlio di Agrippina Minore, discendente diretta di Augusto, in grado di rinvigorire la legittimità del potere imperiale. Claudio in effetti, liberatosi di Messalina, sposerà Agrippina Minore, sua nipote, figlia di Agrippina Maggiore e di Germanico e adotterà Nerone. Il tentativo di svolgere un ruolo politico da parte di Messalina viene ridotto dal potere alle intemperanze di una moglie lussuriosa. Insomma, ancora una volta, alle donne è assegnato e riconosciuto un unico compito: garantire una stirpe legittima, nel rispetto della pudicizia e soprattutto del silenzio. 

***

Articolo di Tiziana Concina

Ho insegnato per molti anni italiano e storia negli istituti tecnici e italiano e latino nei licei, mi interesso di letteratura femminile italiana e straniera, in particolare mi sono occupata di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Attualmente rivesto la carica di vicesindaca e di assessora alla cultura in un comune in provincia di Rieti.

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