Dal diario di Licia Collobi Ragghianti

È stato per caso che sono venuta a conoscere l’esistenza della Fondazione Culturale Ragghianti di Lucca, fondata da Licia Collobi e Carlo Ludovico Ragghianti, moglie e marito, entrambi studiosi di storia dell’arte di grande rilievo. Era il 2014, il centenario della nascita di Licia, nata a Trieste il 24 agosto 1914 da Silvia De Domazetovich e Alberto Golubic (poi italianizzato in Collobi), quando la figlia di una mia amica, attrice professionista, aveva avuto l’incarico di leggere alcuni brani di una sua breve autobiografia e del diario che Licia aveva scritto per i figli.

La Fondazione oggi. Foto di George Tatge. Archivio della Regione Toscana. Biblioteca Alta

La Fondazione, secondo gli intenti dei due fondatori, «ha lo scopo primario di offrire uno strumento di studio dell’arte nella storia e nel presente» (Fonte: Wikipedia). E comprende una biblioteca, una fototeca, una videoteca e una casa editrice. Mi hanno colpito le personalità della coppia e di loro intendo parlare, ma voglio soffermarmi di più su di lei, che, tra mille difficoltà, riuscì a brillare di luce propria.

Licia Collobi Ragghianti critica d’arte, saggista, traduttrice, collaboratrice di varie riviste, fu apprezzata storica dell’arte e lo attestano gli incarichi svolti per le Sovrintendenze di Modena e Firenze, per il Gabinetto dei disegni e stampe degli Uffizi, per la Galleria di arte moderna di Palazzo Pitti, per gli articoli pubblicati su seleArte e su Critica d’arte, nonché i suoi numerosi libri. Ma non si può parlare di Licia senza parlare del marito, di Carlo Ludovico Ragghianti, storico dell’arte, intellettuale, antifascista resistente, partigiano, fondatore delle brigate Rosselli, presidente del comitato di liberazione nazionale toscano e, alla fine, Magnifico Rettore dell’Università di Pisa. Immagino sia stato difficile per sua moglie ritagliarsi il suo spazio accanto a un uomo di tal calibro, sostenerlo, allevare quasi da sola quattro figli, ma lei ci riuscì.

Guardo due foto di Licia e Ludovico: della prima, da come sono vestiti, penso che deve essere stata scattata in qualche occasione ufficiale. Sono una coppia di mezza età, lui è tarchiato, ha spessi occhiali da miope, la faccia seria, indossa giacca, cravatta e panciotto, lei ha un sorriso dolcissimo, i capelli raccolti a crocchia, un elegante capotto su cui spicca una spilla. Nell’altra sono giovani, lui è di tre quarti e la sta guardando, anche qui Licia sorride, è bella, una triestina dalle gambe lunghe.

Se dai numerosi testi da lei scritti, presenti alla Fondazione Culturale Ragghianti, ho ricavato l’immagine di una storica dell’arte dal grande spessore culturale, sono stati uno scritto autobiografico e un piccolo libro a farmi comprendere come era Licia, donna, moglie e madre: forte, coraggiosa, sensibile e dotata di un gran senso dell’umorismo.
Dalla breve autobiografia scritta a Firenze il 15 luglio 1989, dodici giorni prima della sua morte, ho appreso che Licia è nata a Trieste e che piccolissima si è trasferita a Klagenfur dove ha trascorso gli anni della prima infanzia; da Klagenfur è tornata bilingue nella sua città natale dove ha frequentato, oltre al conservatorio, le scuole inferiori e superiori; in seguito, terminato il liceo, si è trasferita all’università di Torino per laurearsi brillantemente in storia dell’arte, ottenendo anche una borsa di studio triennale di specializzazione all’Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte all’Università di Roma, dove ha frequentato un corso antitetico a quello ufficiale, tenuto da Ludovico Ragghianti, che un anno dopo è diventato suo marito.

Il breve scritto termina così: «Contemporaneamente ho mandato avanti la casa e allevato quattro figli».
Nel diario, scritto per i figli e intitolato Una mamma racconta. Per Francesco, Rosetta, Giacomo e Anna Ragghianti, ritroviamo l’umorismo con cui termina la breve autobiografia. Licia racconta gli anni dell’antifascismo, della lotta, Mussolini al balcone di Palazzo Venezia, la piazza nera di gente esaltata, la morte dei fratelli Rosselli, il rimorso di Ludovico per non averli seguiti in Spagna, la guerra, la liberazione di Firenze… il tutto con leggerezza come se volesse sminuire la tensione di quei giorni. All’inizio troviamo la giovane coppia colma di ideali, di ricchezza spirituale, ma povera in canna. Ludovico è spesso in bolletta, è già uno stimato critico d’arte, è amico di Benedetto Croce, ma, non essendo iscritto al partito, può fare solo lavori per i quali la tessera non sia richiesta espressamente. Quando conosce Licia ha solo un vestito pesante e lo indossa anche in piena estate. Il giorno del matrimonio, celebrato in Palazzo Vecchio, come viaggio di nozze porta la sposa a pranzo a Settignano con il tram. Quando i due si recano a Londra per trovare «dei contatti tra i democratici inglesi per aiutare l’antifascismo italiano» non possono permettersi né teatro né cinema perché «costa troppo».
Col proseguire della guerra la vita si fa più dura. Ludovico è arrestato due volte. Durante la prima detenzione viene rinchiuso nel carcere delle Murate a Firenze, nella seconda, nel carcere di San Giovanni di Monte a Bologna.
La seconda detenzione è più dura: «ci perse i denti, ma non la forza d’animo», scrive la moglie. Dal carcere Ludovico le manda lettere affettuose cercando di tranquillizzarla: «Ho una buona cella da cui vedo il monte e la chiesa di San Miniato». Licia, dal canto suo, fa altrettanto: «Sono davvero tranquilla». Quando arrestano il marito la seconda volta la coppia ha due figli, l’ultima di quattro mesi, ma non per questo Licia si scoraggia. Ludovico in carcere scrive direttive sulle cartine per le sigarette che Licia, durante le brevi visite che le sono concesse, infila nei capelli, porta fuori, batte a macchina e recapita a chi di dovere.

Il 25 luglio 1943 Licia viene convocata in questura, non per essere interrogata – il vento è cambiato, Mussolini è caduto – ma per assistere alla demolizione di simboli e fotografie fascisti. Lei è «schifata»: odia i fascisti, ma ancor più i voltagabbana. Dopo l’8 settembre i due si trasferiscono a Firenze, Licia fa la staffetta partigiana, gira in città in bicicletta ed è responsabile di più di metà delle comunicazioni clandestine del Partito d’Azione. Ludovico, come rappresentante del Partito d’Azione, trascorre gran parte del suo tempo presso il Comando militare, che lascia per passare attraverso il Corridoio Vasariano minato, calarsi dalle macerie, perdere gli occhiali e fermarsi a cercarli mentre gli sparano addosso.
Lei lo incoraggia. In una lettera del 10 giugno del ‘44 gli scrive: «Non preoccuparti per noi e pensa esclusivamente al tuo lavoro» e intanto, come annota nel diario, copia e smista documenti e programmi, recupera e sposta armi… consegna stampa clandestina.

Ho voluto ricordare questa donna, che affrontò coraggiosamente tempi bui, partecipò all’antifascismo, alla lotta armata, scrisse libri, articoli, ebbe incarichi importanti e, nello stesso tempo, «mandò avanti una casa e allevò quattro figli».

Sala: La passione delle donne

In copertina: cortile della Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti

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Articolo di Anna Luisa Balducci

Sono nata a Ravenna nel lontano 1933 da padre romagnolo e da madre triestina. Ho frequentato a Trieste il liceo scientifico e mi sono laureata all’Università di Pisa. Ho insegnato, prima alle superiori, poi alle medie e ho terminato la mia carriera alla scuola media di San Casciano in Val di Pesa. Dopo essere andata in pensione ho collaborato con L’arena di Pola, Capodistria addio e altri giornali affini. Ho pubblicato romanzi e racconti su giornali femminili.

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