Fantascienza, un genere (femminile). Joan Vinge 

«Io so cosa si prova a perdere la propria identità, o la ragione di esistere della propria anima, o ancora l’unica cosa oltre alla vita che pensavi nessuno avrebbe mai potuto toglierti. 
Ho visto un autotreno fuori controllo sbucare dall’oscurità e venirmi addosso e − non potevo crederci − ho pensato che un mostro dagli occhi abbaglianti venisse verso di me. Poi ho pensato, molto seriamente, Sto per morire. Non c’era tempo perché la mia vita mi scorresse davanti agli occhi, il mio pensiero sono stati i miei figli non ancora adulti e tutte le storie che avrei voluto ancora raccontare. Come chi nella sua vita ha visto molti film, avevo sentito molti personaggi rantolare: Non posso morire ora, ho ancora troppe cose da fare, e ho sempre pensato che queste parole fossero uno stereotipo. Ma questo era davvero, parola per parola, l’ultimo pensiero che occupava la mia mente. Miracolosamente, non sono morta. Se la mia vita fosse stata una fiction, sarebbe finita lì, in modo trionfale, anche se un po’ melodrammatico per la maggior parte degli standard». 

È Joan Vinge a descrivere l’attimo prima di un incidente quasi mortale, e non in un racconto o romanzo fantasy e science fiction della sua produzione, bensì in un lungo testo autobiografico redatto nel 2011, oltre nove anni dopo l’incidente che il 2 marzo 2002 le causò danni cerebrali durevoli, i quali, uniti alla fibromialgia (una patologia associata a dolori muscolari diffusi e persistenti) le impedirono di scrivere per diversi anni. 
Come molte autrici di fantascienza nate negli anni Quaranta, che hanno raggiunto la notorietà negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, Vinge è una scrittrice prolifica, molto prolifica, che progressivamente ha saputo adattare la propria produzione al gusto del pubblico, soprattutto statunitense (è meno nota e poco tradotta in Italia), anche grazie alla novellizzazione di serie o singole pellicole cinematografiche di successo e alla riscrittura di classici adattati per «young adults», guardando dunque più al mercato che alla ricerca di una propria via originale per la letteratura fantastica. 

Joan Vinge in una fotografia giovanile di autore non noto

Joan Carol Dennison nasce a Baltimora, Maryland, il 2 aprile 1948: il padre è ingegnere aeronautico e sul retro della casa di famiglia è collocato un telescopio, attraverso il quale la bimba osserva la luna e i pianeti, mentre la madre le indica per nome le costellazioni. A sei anni, è colpita da un’illustrazione del pittore Chesley Bonestell che rappresenta un sistema stellare binario osservato da un «hypothetical planet», ovvero da una prospettiva immaginaria: «a volte – confessa Joan – penso che è da allora che tento di ritornare su quell’ipotetico pianeta». 

Chesley Bonestell, Beta Lyrae, 1960 (https://www.bonestell.org/Image-Gallery.aspx): guardando un’immagine simile a questa, all’età di sei anni, Joan è affascinata dallo spazio 

Ma è durante la frequenza della nona classe, ovvero all’ingresso nella high school, che la giovane «finalmente» scopre la fantascienza, grazie alla lettura di Storm Over Warlock pubblicato nel 1960 da Andre Norton, una delle poche donne che in quegli anni scrivono di science fiction. Nel frattempo, la famiglia si è trasferita a San Diego, California, e, conclusa la scuola superiore, nel 1965 Joan si iscrive all’università cittadina, frequentando dapprima il corso di arte, poi quello di antropologia, che le permette di comprendere quanto «l’universo e ogni cosa» siano strettamente interconnessi. 
Nel 1972 si unisce in matrimonio con Vernor Vinge, già celebre scrittore di fantascienza, che – come lei stessa afferma – la incoraggia a scrivere e del quale, al pari di altre donne statunitensi, mantiene il cognome anche dopo il divorzio, avvenuto nel 1979. Con Vernor (successivamente definito «my technical advisor», consulente tecnico), nel 1975 Joan firma The peddler’s apprentice (titolo italiano Il mercante e l’apprendista), che segue di un anno il testo che costituisce il suo esordio letterario, Tin Soldier

Copertina della prima edizione di Storm Over Warlock di Andre Norton, 1960: è il romanzo che introduce la quattordicenne Joan Vinge alla letteratura science fiction 

Il racconto scritto a quattro mani con il primo marito rappresenta il prodotto della contaminazione tra fantasy e science fiction, che sarà una costante della produzione più matura di Joan Vinge: in una ambientazione di gusto squisitamente medievale − con castelli arroccati, foreste tenebrose, briganti feroci o maldestri (memori del mondo canagliesco di Leight Brackett e di quello eroico di Fritz Leiber) − si inseriscono elementi alieni e futuribili, non sempre convincenti, a dire il vero, che rinviano a miti di immortalità highlander o lemuriani. I personaggi principali, in una narrazione in cui spicca l’assenza di donne, sono quelli di Jntat Katchetoorianz, mercante girovago e mago accorto, e di Wim Buckry, dapprima a capo di una banda di malandrini, poi di necessità al seguito dell’uomo che avrebbe voluto derubare, come apprendista dalle qualità superiori alle aspettative. È nel rapporto maestro/discepolo la parte più godibile della vicenda: «La magia esiste, Wim: qui, tutt’attorno a te. Solo che adesso la vedi con occhi di mago. Dietro a ogni evento c’è una causa: magari non sai qual è, ma c’è lo stesso», così Jntat − che qui riecheggia singolarmente Giordano Bruno −, insegnante capace di condividere il giudizio con il proprio discente, perché «due teste valgono più di una», regolatore dell’equilibrio sulla terra in nome del libero arbitrio umano, della forza del cambiamento, del diritto di scegliere il proprio destino da parte degli esseri umani, senza che alcuno si arroghi il diritto di decidere «per il loro stesso bene». 

View from the height (1976, titolo italiano Vista dall’alto) presenta invece un’unica, notevole protagonista femminile: Emmylou Stuart, giovane donna «malata e solitaria», voce narrante che «ha scelto l’astronave come dimora privilegiata, dove tutto è immobile, fisso, lontano da ogni contatto umano» (così Oriana Palusci, che ha inserito il racconto nell’antologia Aliene, amazzoni, astronaute, antesignana della fantascienza delle donne, edita nel 1990). «Volevo soltanto strisciare in un buco dal quale non potessi uscire», scrive invece nel suo diario l’astronauta che ha scelto di essere lanciata in un viaggio senza ritorno, ormai remota e forse perduta nello spazio, con la speranza o l’illusione di essere utile al genere umano, rispetto al quale si è percepita aliena ma al quale sente comunque, disperatamente, di appartenere. Colpisce, nel testo, la straordinaria capacità di immedesimazione dell’autrice nel dolore di Emmylou, nella sua volontà di negare il corpo ed eleggere invece a rappresentarla il cervello, in un rovesciamento consapevole ma lacerante, che nega il desiderio in nome di un astratto bene superiore, che ancora una volta celebra il sacrificio del genere femminile. 

L’astronauta statunitense Sunita Williams fotografata all’interno della International Space Station nel 2012 (NASA): l’immagine rievoca la protagonista del racconto View from the Height di Joan Vinge 

Gli anni Settanta, che corrispondono al primo matrimonio, sono per Joan Vinge prolifici e fruttuosi: è forse un caso, ma data a questo decennio la produzione più originale dell’autrice tradotta in lingua italiana e l’assegnazione del primo dei due Hugo Award ottenuti durante la carriera: si tratta della novelette, ovvero racconto lungo, Eyes of Amber (1977, Occhi d’ambra), pubblicato – tra le altre edizioni − in Italia nel 2001 con la novella, o romanzo breve, Fireship (1978, Nave incendiaria) e con la novelette dal titolo Phoenix in the ashes (1978, La fenice nella cenere), a costituire un trittico affine per ambientazione e atmosfera, per la creazione di mondi ibridi, tra fantasy e science fiction, passato magico e futuro tecnologico. 

L’intreccio di Eyes of Amber si svolge su Titano, uno dei satelliti di Saturno: Lady T’uupieh – donna ambiziosa, falsa mendicante, potenziale assassina – è ingaggiata da Lord Chwiul – signore pure ambizioso e spietato quanto Riccardo III − per compiere un agguato ai familiari di entrambi, che darà a lei vendetta, a lui potere; la nobile si avvale dell’ausilio di un demone dall’occhio ambrato, in realtà una sonda terrestre che ha la voce del giovane Shannon Wyler, giunta in quel mondo lontano per osservarlo e interagire con i suoi abitanti. Si evidenziano dunque due punti di vista differenti, quello alieno e quello umano, il primo fondato sulla superstizione, il secondo sulla ragione: una volta tanto, i terrestri esercitano un influsso positivo sugli altri da sé, rinunciando al ruolo di conquistatori irrispettosi, ma proponendo l’insegnamento della clemenza, valore alternativo nell’esercizio del governo, e rendendo possibile lo scioglimento di una sanguinosa tragedia elisabettiana in un esito non trionfalistico, ma positivo. Gli elementi più interessanti del racconto sono i riferimenti al divorante potere di controllo dei governi di Terra («Non rimane una singola cima montana o un’isola deserta che l’occhio onnipresente delle telecamere non abbia trasmesso in tutto il mondo», osserva Marcus Reed, responsabile del progetto Titano); la possibilità di scegliere chi essere e cosa fare nel proprio mondo («Tu puoi tracciare una linea fra… fra la lealtà e il tradimento, fra il giusto e lo sbagliato, fra il bene e il male; puoi scegliere di non varcare mai quella linea…», così Shannon a Lady T’uupieh); fino al ruolo determinante che ciascuno e ciascuna può avere nel divenire degli eventi («Quand’ero ragazza avevo l’abitudine di credere che le nostre azioni potessero cambiare il mondo»: è la madre di Shannon a dirlo, esplicitando, evidentemente un pensiero di Joan). 

Titano, satellite di Saturno, fotografato dall’orbiter Cassini l’11 settembre 2017 (NASA) 

Fireship è invece un romanzo breve pienamente godibile, vivace e ironico; il protagonista è, letteralmente, uno e trino, poiché all’io narrante Ethan Ring si affiancano l’antico io chiamato Michael Yarrow («un insignificante assistente di laboratorio») e l’innesto cyborg Ethanak (un sistema «così sofisticato da possedere una propria mente»): Ethan è dunque la personalità emergente dalla fusione delle altre due, che parla di sé al plurale dovendo rappresentare «io, me e me stesso». Un personaggio tra James Bond e Philip Marlowe, con risvolti comici, avventure amorose e fughe spericolate comprese, nel quale Vinge sovrappone, parodiandoli, gli stereotipi del maschile, quasi a suggerire che occorrono tre uomini per farne uno appena accettabile. Premonitrici le aperture cyberpunk, anch’esse in chiave comica (il collegamento con Ethanak avviene mediante l’innesto di un cavo nella presa posta nella parte bassa della spina dorsale di Michael: ed ecco la personalità multipla di Ethan, che compendia le altre due), nel corpus di una spy story ambientata sul pianeta Marte, ormai meta di turisti interplanetari. Riuscirà questo eroe improbabile nella mission impossible di penetrare l’impero informatico più potente del sistema solare? Forse, ma facendo ricorso a un’antica virtù classica, la pietas… 

Animato da buoni sentimenti (forse troppi) anche l’ultimo testo del trittico, Phoenix in the Ashes, che si svolge in una California sopravvissuta all’olocausto atomico, ove alcune comunità (in una di queste, «il posto più arretrato dell’intero territorio del nordovest», vive la protagonista Amanda) hanno organizzato la propria vita sulla base di un opprimente patriarcato, che pare unire lo stile di vita rurale amish e la più rigida tradizione islamica. La rivendicazione della pari dignità dei generi da parte di Joan Vinge è evidente: la narrazione presenta costanti riferimenti al ruolo subalterno delle donne (costrette a indossare velo e corsetto, perché «il Profeta Angel ci ha insegnato che una donna onesta non deve mostrarsi a un uomo che non sia suo marito»), alla loro creduta incapacità intellettiva («queste cose sono troppo forti per la mente di una donna»), alla necessità immutabile della loro obbedienza a padri e mariti («una donna deve mostrare deferenza a un uomo, con le parole e le azioni», e ancora «un uomo non ha mai torto»). Amanda, la diseredata che ha rifiutato lo sposo scelto per lei dal padre, e Cristoval, il pilota caduto sulla terra che ha perduto la memoria, uniscono dunque due solitudini, due diversità: l’autrice si serve della loro vicenda per scrivere un forte atto d’accusa alla società patriarcale e un elogio del voler bene che è anche capacità di essere solidali. Tuttavia, come afferma il critico Gerald Jonas proprio a proposito di questo racconto, di cui pure apprezza personaggi e dialoghi, il limite di Joan Vinge è di cercare «il significato cosmico in ogni situazione», mentre troppo spesso «i suoi finali si dissolvono in lezioni edificanti». 

To bell the cat (1978, in traduzione italiana Cavie per Hoban) è un racconto di chiara impronta animalista, il cui titolo costituisce una frase idiomatica che ha il significato di tentare un’impresa impossibile, tant’è che l’esito della vicenda − non particolarmente originale, con debiti nei confronti di Alice Sheldon − è soltanto consolatorio. Piper Alvarian Jary ha commesso un delitto orribile e innominabile, che lo ha trasformato in cavia umana, in virtù della narcotizzazione permanente dei suoi terminali nervosi (non quelli delle mani, però), in oggetto di disprezzo o pietà da parte degli umani che si trovano in una piccola colonia su un pianeta remoto, popolato da creaturine denominate troglodi, che i terrestri raccolgono per studiarle senza curarsi se esse siano senzienti e intelligenti. Il punto di vista è duplice (ancora una volta): quello del protagonista, in stato di minorità e reso schiavo per espiare la propria colpa, senza identità e senza memoria, consapevole soltanto del proprio corpo e sottoposto a un dolore inutile e gratuito da parte del custode Hoban Orr; e quello delle creaturine aliene, nei confronti delle quali i terrestri si pongono come «animali che vogliono fare la parte di Dio», dando per scontato che gli animali non hanno «né diritti né sentimenti». Non è così, e lo dimostrano i dialoghi dei troglodi, che comprendono che gli umani sono sì «alieni, ma simili a noi». È grazie a queste creaturine che il male può trasformarsi in bene: risiede infatti in un gesto di empatia nei confronti degli oppressi il possibile riscatto di quell’orribile colpa (davvero commessa?) che ha portato Jary a essere cavia tra le cavie. 

L’ultimo testo del prolificissimo 1978 qui preso in esame è un romanzo, The Outcast of Heaven Belt (letteralmente I reietti della cintura di Paradiso, pubblicato in Italia con il titolo La cintura del Paradiso, ove ‘cintura’ ha naturalmente significato astronomico), primo di una serie di due (il secondo, Legacy, sarà dato alle stampe negli Stati Uniti nel 1980). È una space opera, con risvolti antropologici e sociali; l’intreccio è complesso − presenta una narrazione alternata e dislocata in diversi punti della stella Paradiso, ove si trovano mondi e pianeti differenti – ma piuttosto ben padroneggiato; i personaggi, in particolare quello della protagonista femminile, donna d’onore e di parola, convincenti. Al centro la Ranger, un’astronave altamente tecnologizzata proveniente dal pianeta Mattino e contesa dalle comunità rivali di Paradiso, un tempo fiorenti, ora, in conseguenza della guerra civile, in agonia soprattutto per mancanza d’acqua. A contrapporsi, come scrive Sandro Pergameno nella bella presentazione all’edizione italiana del 1981, sono «la Grande Armonia, un gruppo militarista che domina la parte esterna del sistema, e la Demarchia, una strana società basata sulla democrazia più assoluta, in cui tutto viene registrato da onnipresenti telecamere e mostrato a tutti i cittadini, i quali hanno il potere di votare e intervenire su qualsiasi questione. L’estrema indipendenza dei cittadini e la voracità delle corporazioni fieramente competitive sono le caratteristiche principali di questa cultura. Accanto alla Demarchia e alla Grande Armonia troviamo Lansing, l’asteroide che un tempo era stato la capitale di tutto il sistema, ma ormai giunto alla fine del suo corso vitale: i suoi abitanti non hanno più idrogeno per produrre acqua e Lansing, una volta meraviglioso mondo, splendido ecosistema contenente la flora della vecchia Terra, va morendo assieme ai suoi abitanti, che sono diventati ladri di pezzi meccanici di astronavi abbandonate nello spazio». A bordo della Ranger la comandante Betha Turgussen e il navigatore Clewell Welkin: la prima bel personaggio femminile, donna non più giovanissima e non particolarmente bella, ingegnere volitiva e capace, e come molte quasi ossessionata dall’idea di dover dimostrare costantemente di essere all’altezza delle situazioni più complesse e pericolose; il secondo saggio e accogliente, in un rovesciamento degli stereotipi di genere senza dubbio interessante; gli altri e altre cinque componenti l’equipaggio scompaiono letteralmente di scena, risucchiati nello spazio, a seguito di un attacco degli Anellani (altro nome della Grande Armonia), ma il loro ricordo aleggia per tutta la narrazione, perché − tutti e sette − erano una sola famiglia, di mariti e mogli, il che è la norma sul pianeta d’origine: «riguardandosi indietro attraverso due secoli di matrimoni multipli e di rapporti familiari aperti che garantivano libertà e sicurezza, ben pochi tra gli abitanti di Mattino trovavano motivo, nel passato o in qualsiasi altra idea, per tornare a cambiare». Con Betha e Clewell viaggia nello spazio l’indimenticabile gatto Rasty, personaggio che l’autrice ha certo creato sulla base del dichiarato amore per i felini che l’accompagna dall’infanzia. Gioca poi un ruolo fondamentale nello svolgersi degli eventi Wadie Abdhiamal, negoziatore della Demarchia, inizialmente distaccato e restio nell’affidare il proprio destino a una donna («quella donna piccola e brusca che avrebbe anche potuto essere un uomo, come tutte le altre donne che si avventuravano nello spazio»), poi progressivamente sempre più coinvolto nella fuga della Ranger da un asteroide all’altro e attento al futuro del suo equipaggio più che al proprio; rappresentano invece la giovinezza e la vita i due adolescenti Shadow Jack e Bird Alyn, già impiegati all’esterno di Lansing, «la capitale del nulla», che credono di non potersi amare e si amano, invece, malgrado tutto. 

L’astronauta statunitense Karen Nyberg fotografata mentre osserva il cielo dall’interno della cupola di una stazione spaziale nel 2013 (NASA): il rinvio è a Betha Turgussen, comandante della Ranger in The Outcast of Heaven Belt 

I debiti del romanzo sono molteplici: in primo luogo con The dispossessed di Ursula Le Guin e i suoi mondi gemelli di Urras e Anarres, il primo fondato sul capitalismo, il secondo sull’anarchismo, così come la Grande Armonia rappresenta l’aristocrazia elitaria e la Demarchia la democrazia esasperata. Mattino, invece, costituisce la terza via: ha riconosciuto il diritto di ogni uomo e donna di «scegliere in piena libertà», ha sviluppato il modello di una famiglia allargata e comunistica, nella quale si possono amare più persone senza gelosia, ha incentivato lo scambio commerciale su principi di equità e di solidarietà: «Abbiamo impiantato una catena commerciale, − spiega Betha − e quando uno di noi si accascia, gli altri lo risollevano e lo rimettono in sesto. È così che sopravviviamo. È tutto ciò che facciamo: sopravvivere. Ma è abbastanza…». 

Nel 1980 Joan Vinge sposa James Frenkel, agente letterario, tra gli altri, di Andre NortonFrederik PohlDan SimmonsJack WilliamsonGreg Bear, nonché di Joan stessa e Vernor. Il secondo matrimonio dà inizio a una seconda fase della produzione di Vinge, non soltanto perché la nascita dei figli la porta a rimodulare tempi e modi della scrittura e ad accentuare il carattere di «persona notturna», ma anche e soprattutto perché Joan diviene attenta a incontrare i gusti del pubblico attraverso cicli più marcatamente commerciali, rifacendosi (come lei stessa dichiara) ai modelli di Andre Norton (sempre bordeline tra fantascienza e pulp), della grande Ursula Le Guin (di cui riecheggia temi e situazioni), di Samuel Delany (per il ricorso spregiudicato al mito e il riferimento esplicito alla sessualità). 

Due autrici e un autore science fiction di riferimento per Joan Vinge, da sinistra: Andre Norton in una fotografia di autore non noto che la ritrae in età matura (http://andromedasf.altervista.org/andre-norton-la-grande-dama-della-fantascienza-fantasy-vita-e-opere/); Ursula Le Guin, fotografata nella sua casa di Portland, Oregon nel 1969 (Ursula K. Le Guin); Samuel Delany in una fotografia autore non noto scattata verosimilmente alla fine degli anni Sessanta (https://entropymag.org/the-works-of-samuel-r-delany-aye-and-gomorrah/) 

È l’anno in cui pubblica il racconto The storm king (Il re delle tempeste): l’autrice compie l’ennesima variazione sul tema dell’incontro tra fantasy e science fiction, in una struttura narrativa piuttosto banale, ove si contrappongano un protagonista maschile con un’irrefrenabile passione per il comando e una femminile che trae la sua saggezza dalla terra e dalla natura. Due personaggi poco originali, come poco originale è il percorso di consapevolezza di uno dei due in virtù dell’amore che dà la forza per affrontare il cambiamento. 

Il 1980 è anche l’anno di The Snow Queen (La regina delle nevi, ben tradotto da Giuseppe Lippi e pubblicato in Italia nel 1986), che vale a Joan Vinge l’Hugo Award, il premio tributato dal pubblico dei lettori. 
«Con The Snow Queen, il mio primo romanzo veramente lungo, […] arrivata più o meno a pagina 120 del manoscritto mi sono resa conto di tenere una tigre per coda. […] Stava diventando così lungo e complesso che non sapevo se sarei riuscita a gestirlo, se sarei riuscita a riunire tutti i fili dell’intreccio e a condurre ciascun personaggio dove avrebbe dovuto trovarsi alla fine del libro». Vinge appartiene evidentemente alla scuola di scrittura secondo cui è la vicenda a guidare l’autrice e non viceversa: e la tigre trattenuta per la coda le è sfuggita. Secondo chi scrive, a dispetto del grande successo di pubblico di cui il romanzo ha goduto, Vinge non solo non è Ludovico Ariosto, maestro di policentrismo e tessitura di percorsi autonomi capaci di intersecarsi in un insieme letteralmente fantastico, ma neppure (lontanamente) J.R.R. Tolkien, che conduce d’un fiato alla lettura appassionata di oltre mille pagine. La sinossi del romanzo è complicata (non complessa, è cosa differente), i numerosi personaggi non sempre credibili e contraddittori in modo probabilmente involontario, la sensazione di dejà lu costante e fastidiosa. Nell’esergo del volume, Joan rende omaggio alla fiaba La regina delle nevi di Hans Christian Andersen – ove la protagonista femminile compie un lungo viaggio iniziatico per salvare il protagonista maschile, vittima di maleficio per opera di una donna potente e malvagia − e al saggio La dea bianca di Robert Graves – centrato sul culto di una divinità ancestrale femminile, correlata al mare e alla luna, che richiama le teorie sul matriarcato −. 

La vicenda è giocata sull’attrazione che è al tempo stesso antinomia tra i cugini Moon (femmina) e Sparks (maschio), appartenenti alla comunità Summer (una delle due di Tiamat, pianeta dalle stelle gemelle), a sua volta opposta a quella Winter: la prima è matriarcale, fondata su un’economia che ha nella pesca la sua principale risorsa, in comunione con la natura e nel rispetto di questa; la seconda è monarchica, con a capo una regina onnipotente e crudele, in apparenza più avanzata per quanto la tecnologia vi sia importata di contrabbando, dai Fuorimondo che vivono all’esterno di quel sistema solare, al quale hanno la possibilità di accedere soltanto per brevi intervalli attraverso la Porta Nera (buco nero in astronomia). La giovane Moon, a differenza del cugino, è scelta dalla dea bianca − la «Signora, che dà e che toglie» − come sibilla, creatura eletta capace di dare risposte e di mettere in relazione mondi differenti, rispettata o guardata con diffidenza, comunque temuta. Questo è l’evento che separa i due adolescenti e che porta Sparks nella città di Carbuncle, governata dai Winter e dalla bellissima regina Arienrhod, ma ancora per poco, in attesa del grande Mutamento di gusto carnevalesco che avviene ogni centocinquanta anni e che porterà al potere i Summer. Dalla regina il giovane protagonista è letteralmente incantato (situazione che replica quella della fiaba di Andersen e anche quella che dà inizio alle Cronache di Narnia di C.S. Lewis), in una discesa agli inferi da cui potrà essere salvato soltanto da Moon: va rilevato che entrambi i cugini si dimostrano incapaci di autonomia di giudizio e di consapevolezza delle proprie scelte, entrambi eterodiretti da forze superiori alle proprie volontà, a dispetto del percorso di possibile maturazione che compiono o dovrebbero compiere nel corso delle 471 pagine dell’edizione originale in lingua inglese (395 della traduzione italiana). 

Copertine di The snow queen e The Summer Queen rispettivamente nella ristampa Warner Books, New York 2001 e nell’edizione Warner Books, New York 1991 

Al di là dell’inopportunità di anticipazioni (per altro prevedibili) sulla vicenda, non è possibile in questa sede presentare una sinossi del romanzo, né declinarne le molteplici fonti, o calchi, che si individuano durante la lettura (da Brackett e Le Guin, per esempio): basti dire che ai protagonisti menzionati si affiancano ufficiali di polizia integerrimi capaci però di andare oltre i regolamenti, contrabbandieri di tecnologia dal cuore generoso, esseri marini che hanno in sé il segreto di una possibile immortalità, creature aliene dall’aspetto mostruoso ma intelligenti e amichevoli, robot dai sentimenti più umani degli umani, nomadi collezionisti di forme di vita rare o presunte tali, villains cattivissimi o cattivelli in cerca di riscatto. E altro ancora… 
Il ciclo The Snow Queen comprende poi la novella World’s End (1994), il lungo romanzo The Summer Queen (1991), la novella Tagled Up in Blue (2000), non tradotti in italiano al pari della trilogia intitolata Cat redatta tra gli anni Ottanta e Novanta. 

Joan Vinge, bimba di pochi anni, in costume da cowgirl (Carol Dennison)

Sono invece apparse in Italia alcune delle numerose novelizations cui Joan Vinge si dedica prevalentemente dopo il secondo matrimonio (che la porta dapprima a MadisonWisconsin, poi a Green Valley, Arizona), che dimostrano mestiere ma non creatività. Si ricorda qui soltanto quella di Cowboys & Aliens, bizzarro film del 2011 diretto da Jon Favreau, che nell’assurdità della vicenda (nel 1873 in Arizona atterrano malvage entità aliene) sembra riunire in sé un aforisma della stessa Joan Vinge: «L’archeologia è l’antropologia del passato e la fantascienza è l’antropologia del futuro». 

In copertina: Gino Andrea Carosini, Joan Vinge.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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