Michaelina Wautier  

 Visitatori e visitatrici in attesa dei treni alla stazione di Anversa nell’estate del 2018 potevano passare il tempo tentando di collocare al posto giusto qualche tessera di un grande puzzle raffigurante Il trionfo di Bacco. Il puzzle riproduceva una tela di grande formato (270 x 354 cm), in passato conservata nei depositi del Kunsthistorisches Museum di Vienna, nel settore dei dipinti fiamminghi “di secondaria importanza”.  

Il trionfo di Bacco 

È stato osservando nel 1993 quell’opera e chiedendo informazioni su di essa  al conservatore del Museo che la storica dell’arte belga Katlijne van der Stighelen ha iniziato ad interessarsi alla sua autrice, identificata poi come Michaelina Wautier. 
Se la famiglia citata degli zii era sicuramente di ricchi mercanti, il padre di Michaelina aveva probabilmente perseguito una carriera militare e in questo verrà poi imitato da alcuni dei suoi figli. Morì, però, nel 1617, lasciando la vedova ad occuparsi di ben otto tra figli/e e figliastri ancora in età minorile.  

Il ragazzo che fuma la pipa

In base alle ricerche fino ad ora effettuate conosciamo invece circa quindici opere di Michaelina firmate e/o datate, molto disparate per generi e dimensioni, in base alle quali è stato possibile con buon fondamento attribuirgliene un’altra decina.  

Tutte le opere datate risalgono agli anni Quaranta e Cinquanta del XVII secolo, in una fase in cui l’artista aveva tra i 39 e i 56 anni di età; come anticipato, mancano notizie ed opere sia di una fase giovanile e di formazione che della vecchiaia, visto che morirà ottantacinquenne, circa trent’anni dopo l’ultima opera nota. 

Educazione della Vergine

È quasi la stessa epoca in cui l’arciduca Leopoldo Guglielmo d’Austria, vescovo di molte diocesi, Gran maestro dell’ordine teutonico e gran collezionista, fu governatore dei Paesi Bassi spagnoli. Nell’inventario che della sua collezione verrà stilato nel 1656, compaiono elencate ben quattro opere di Michaelina: il già citato Trionfo di Bacco e tre teste di Apostoli.  

Il fatto di aver lavorato per un tale personaggio e che le sia stata affidata un’opera con molte figure in movimento e di grandi dimensioni, come il Bacco, fatto inaudito per una donna, la dice lunga sulla fama di cui all’epoca la pittrice dovette godere. È assai probabile che ella, alla morte della madre – di cui, unica femmina, aveva quasi certamente dovuto prendersi cura – abbia raggiunto il fratello Charles a Bruxelles, dove poi i due, entrambi mai coniugati, hanno abitato e lavorato nella stessa casa per tutta la loro vita rimanente. Charles era già a Bruxelles da alcuni anni. Per un certo periodo, però, deve essersene assentato, forse per un viaggio all’estero (qualcuno ha ipotizzato in Italia); al ritorno, gli venne chiesto di pagare le tasse di iscrizione alla gilda dei pittori della città. Nei decenni successivi risulta aver avuto vari apprendisti e garzoni regolarmente registrati.  
Michaelina può aver catturato certi influssi della cultura artistica italiana dalle opere e stampe portate dal fratello dal suo viaggio, anche se è vero che stampe e dipinti italiani circolavano frequentemente sul mercato fiammingo.  

Certe commissioni dovettero giungere a Michaelina grazie alle conoscenze  dei suoi fratelli; Jacques, di soli due anni più vecchio di lei, era arciere di Filippo IV e frequentava l’entourage della corte, mentre Pierre, capitano di cavalleria, era frequentemente a Bruxelles. Forse tramite loro le arrivò l’incarico di ritrarre Andrea Cantelmo, condottiero abruzzese al servizio della corona asburgica ed in quel tempo (1643 o poco prima) di stanza nelle Fiandre. Il ritratto è perduto, ma ne è stata tratta una bella stampa. Altri due ritratti di eminenti capi militari fanno parte dell’ancora ristretto catalogo di Michaelina: uno datato 1646, oggi nei Musei reali di Bruxelles, ed il secondo, oggi in collezione privata, forse raffigurante proprio il fratello Pierre in occasione del suo tardivo fidanzamento.  

Ritratto maschile, 1646 

Se il tema dell’Autoritratto è stato interpretato da molte delle donne pittrici, anche per affermare con fermezza il proprio “status” di artista, strumenti alla mano, è del tutto straordinario ed eccezionale che la propria immagine compaia, rivolta verso chi guarda, addirittura ritratta a seno nudo, tra le comparse del Baccanale più volte ricordato. Si riteneva che le donne non potessero comporre soggetti con più figure in movimento, anche perché non conoscevano l’anatomia, non potendo frequentare lezioni con modelli/e nudi/e; ma possiamo facilmente dedurre che una giovane donna che ha sette fratelli maschi, di cui quattro più piccoli di lei, non avesse problemi eccessivi a procurarsi modelli per studiare l’anatomia maschile.  

Autoritratto

Del 1654 è un Ritratto del gesuita Martino Martini, eminente personaggio trentino che aveva studiato a Roma con Athanasius Kircher e, dopo aver completato la propria formazione in Portogallo, aveva viaggiato in Cina, ritornandone con importanti studi di storia della Cina premoderna, cartografia aggiornata, una grammatica cinese, tutte opere che verranno pubblicate negli anni successivi e tradotte in numerose lingue. 
Parlavo inizialmente di una eclettica versatilità di generi da parte di Michaelina: oltre alla ritrattistica, alcune opere sono a soggetto religioso, altre sono scene di genere, due, infine, le nature morte con fiori e insetti. 

Ghirlanda di fiori

A cavallo tra il soggetto religioso, il ritratto, la scena di genere, queste due ragazzine si sono travestite da sante, sant’Agnese e santa Dorotea, con i rispettivi attributi: l’agnellino ed un cesto con rose e frutti. La scelta di ritrarre in modo così intimo e domestico due sante martirizzate perché rifiutarono di sposarsi, avrà forse avuto un risvolto autobiografico? Certo è che tra le opere più fresche di Michaelina, spesso stese con pennellate ampie e sprezzanti, ci sono alcuni volti di donne o di ragazzini (questi ultimi legati anche a studi per una serie raffigurante I cinque sensi, descritta in inventari antichi, ma oggi perduta).  

Sant’Agnese e santa Dorotea  

Per finire, voglio ancora citare l’incursione di Michaelina nel mondo della natura morta floreale, questo sì un genere che vantava anche al suo tempo molte brave artiste specializzate, come Rachel Ruysch e Judith Leyster, ad esempio. Forse un modo per far apprezzare la propria versatilità e invitare al confronto con chi quel genere praticava da sempre? Voglio sperare che il ritrovato interesse per una artista quasi totalmente dimenticata non sia fugace ed effimero, ma duraturo e fruttifero, portando ad altre possibili, interessanti scoperte. 

Qui le traduzioni in francese e inglese.

***

Articolo di Luisa Nattero

Già docente di Storia dell’arte presso il Liceo Artistico Statale “Klee Barabino” di Genova.
Recente pensionata, ora collabora a un manuale scolastico in corso di revisione e si occupa di personalità artistiche femminili nel tempo.

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