Storia libera tutte. Le relazioni coniugali e parentali nel Medioevo

Il terzo incontro del corso di aggiornamento online organizzato dalla Società italiana delle storiche (Sis), indirizzato ai/lle docenti delle scuole primarie e secondarie, dal titolo Storia libera tutte è stato coordinato dalla professoressa Isabelle Chabot che insegna Storia medievale e Storia di genere presso l’Università degli Studi di Padova e si occupa in particolare delle relazioni di genere e della parentela nella famiglia medievale.

Durante questa lezione è stato affrontato il tema delle diverse relazioni coniugali e parentali che legavano gli individui in età medievale. Approfondire le modalità di incontro e di formazione delle famiglie, i rapporti tra i coniugi, i tempi e i modi della riproduzione e della gestione della prole permette, infatti, non solo di osservare un complesso sistema di riti sociali, di indagare lo spazio riconosciuto alle donne, dei diversi ceti, nell’ambito privato delle famiglie, ma anche di volgere lo sguardo alla dimensione affettiva e all’insieme dei bisogni e delle aspettative che si potevano nutrire.

Di particolare interesse si sono rivelate le fonti proposte dalla professoressa Chabot: i cosiddetti Libri di Famiglia o di Ricordanze, presenti in gran numero nell’Archivio di Stato di Firenze, compilati soprattutto da mercanti i quali tengono memoria, attraverso una notazione puntuale, delle proprietà e degli eventi significativi della loro vita familiare, come le nascite, le morti o i matrimoni, distinguendo l’ambito privato da quello degli affari, registrati invece nei Libri dei Conti o di Commercio.

Queste utilissime fonti, piuttosto rare anche in una città dedita al commercio come Venezia, sono invece particolarmente numerose a Firenze dove le famiglie di mercanti potevano migliorare con una certa rapidità il proprio status sociale e dovevano dunque testimoniare le tappe della propria ascesa tenendo nota dell’acquisizione di proprietà, delle alleanze ottenute attraverso i matrimoni e delle successioni ereditarie.

I Libri di Famiglia non sono diari né autobiografie, non offrono dunque testimonianze dirette di sentimenti e affetti, ma, come gli atti fiscali, notarili e i testamenti , permettono di ricostruire, accanto all’andamento demografico , un sistema di relazioni e di ruoli socialmente riconosciuti e accettati, a volte piuttosto lontani dall’insieme dei valori e delle abitudini della modernità.

La conoscenza e l’utilizzo di fonti così interessanti e significative dovrebbe costituire un momento irrinunciabile nella pratica didattica, nonostante le grandi difficoltà imposte dal limitato numero di ore dedicate, anche nei licei, allo studio della storia: confrontarsi con i documenti originali consente di evitare facili generalizzazioni, di cogliere la complessità e la variabilità dei comportamenti, di sottrarsi al rischio di proiettare sul passato le nostre certezze e i nostri giudizi morali, di riconoscere insomma che quanto oggi riteniamo normale, o addirittura naturale, è invece semplicemente il prodotto di un determinato contesto.

Il primo documento proposto è il Libro dei Ricordi di Paliano di Falco, mercante di origine umbra, arricchitosi con il commercio della seta, che, negli anni Ottanta del 1300, annota la nascita dei figli avuti da una popolana, Marcuccia, vedova perugina con la quale vive in concubinato per circa un decennio, fino a quando non convola a nozze con una fanciulla di una altolocata famiglia fiorentina, in grado di offrire una ricca dote.

Gli uomini in età medievale contraevano matrimonio intorno ai trentacinque anni e durante il periodo del celibato potevano impegnarsi in forme di convivenza anche durature, quasi sempre con vedove di bassa estrazione, formando un particolare tipo di famiglia. Con tutta evidenza questo tipo di relazioni erano socialmente diseguali: Marcuccia, donna del popolo, non potrà mai diventare la moglie di un mercante in piena ascesa, rimane semplicemente una compagna di gioventù e vive con Paliano una relazione coniugale, pur senza il vincolo del matrimonio, che sembra accettata dalla comunità, nonostante la Chiesa condanni il concubinato, molto diffuso anche tra il clero. Il mercante autore del libro, una volta allontanatosi, si impegnerà a dotare la madre dei suoi figli, forse per consentirle un nuovo matrimonio di poche pretese.

Le nozze vere e proprie, nelle classi sociali più agiate, sono prima di tutto una questione di alleanze politiche ed economiche, che devono essere costruite con un processo lungo e complicato: i riti nuziali sono definiti puntualmente, attraverso una serie di passaggi, che impegnano non solo due persone ma due famiglie e sono garantiti dalla presenza di un mezzano, di un sensale e soprattutto di un notaio. Solo con il Concilio di Trento il matrimonio verrà celebrato in chiesa da un prelato mentre fino ad allora rimane un affare privato.

Il Libro dei Ricordi di Paolo di Alessandro Sassetti, mercante fiorentino, annota puntualmente le fasi del matrimonio della nipote Lena, affidatagli dopo la morte del fratello, dalla stretta di mano per «fermare il parentado» al giuramento, al «dì dell’anello» fino al corteo che accompagna la sposa nella nuova dimora, seguita dai forzieri con il corredo.

Con tutta evidenza la sposa, che spesso è più giovane del marito di quindici o vent’anni, non ha possibilità di scelta poiché il matrimonio è un accordo economico che viene sottoscritto dagli uomini e ha poco a che fare con i sentimenti e gli affetti. Ciò nonostante le fonti non ci autorizzano a dedurre che in ogni caso le donne subiscano le decisioni di altri, in particolare le vedove sembra che potessero intervenire nel negoziato.

In un mondo nel quale sopravvivere non era facile e la morte poteva giungere improvvisa ad ogni età, doveva essere piuttosto diffusa la condizione di vedovanza, maschile e femminile.

La sposa rimasta vedova veniva quasi immediatamente riaccolta nella famiglia paterna per essere nuovamente data in matrimonio, senza tuttavia essere seguita dai figli orfani che rimanevano nella famiglia di origine. Gli uomini rimasti vedovi si risposavano per garantire ai figli una madre.

Le nuove nozze spesso portavano nuova prole che cresceva insieme ai figli di primo letto, in una complessità di relazioni e di condizioni giuridiche, ma anche di legami affettivi, che le fonti, sebbene siano resoconti piuttosto asciutti, fanno intravedere.

Particolarmente complessa doveva essere la gestione della maternità biologica e sociale di donne che erano madri e, contemporaneamente, matrigne o che, probabilmente, avevano dovuto allontanarsi dai propri figli. Nei resoconti fiorentini si possono dedurre le tensioni e gli odi nei confronti della matrigna, cacciata di casa dai figliastri alla morte del padre, ma possiamo anche incontrare parole di riconoscenza verso donne che, spesso ancora molto giovani, dovevano farsi carico della prole nata da un precedente matrimonio e che con essa riuscivano a instaurare rapporti affettuosi.

Ciò che risulta evidente dalla molteplicità delle fonti e delle situazioni è la varietà delle relazioni familiari che non possono essere ricondotte ad un unico modello, ad un’idea stereotipata di famiglia tradizionale: le sfide poste da un’esistenza insicura dovevano spingere a trovare soluzioni che sostenessero e garantissero gli individui anche al di fuori del matrimonio inteso in senso moderno, senza incorrere nello stigma della comunità.

Certamente le donne, anche nei ceti più agiati, dovevano vivere in una condizione di subalternità, che le vedeva sottoposte alla volontà del padre e del marito, tuttavia bisogna porre attenzione a non ridurre la varietà delle condizioni e delle scelte delle singole persone, ben testimoniata dalle fonti, ad un facile schema univoco.

In copertina. Il Cassone Adimari (dettaglio), XV secolo. Galleria dell’Accademia, Firenze.

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Articolo di Tiziana Concina

Ho insegnato per molti anni italiano e storia negli istituti tecnici e italiano e latino nei licei, mi interesso di letteratura femminile italiana e straniera, in particolare mi sono occupata di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Attualmente rivesto la carica di vicesindaca e di assessora alla cultura in un comune in provincia di Rieti.

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