La ferita aperta del Tigray 

Da tempo si sente ovunque nominare il conflitto del Tigray, che sta causando migliaia di morti e sfollati. Ma che cosa si sa realmente su ciò che sta avvenendo? 

Il Tigray è la regione più settentrionale dello stato africano dell’Etiopia ed è popolata principalmente da persone di etnia tigrè e tigrina. Da sempre il partito politico chiamato Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, indicato ovunque come Tplf, mira alla secessione, con la formazione di una repubblica indipendente. Proprio per questo motivo, dall’inizio del gennaio 2020 il governo centrale etiope, guidato dal presidente in carica Abiy Ahmed Ali, ha mostrato ben poca tolleranza nei confronti delle mire di autonomia tigrine. 

A seguito del rifiuto da parte del presidente Ali di preparare le elezioni regionali in Tigray, il Tplf ha coinvolto altri partiti di opposizione, affinché le votazioni si tenessero ugualmente. Nonostante più di 2,7 milioni di persone si siano recate alle urne, il presidente ha rifiutato di riconoscere i risultati, vietando ai giornalisti di recarsi sul posto. 
Ufficialmente la scintilla della guerra ancora in corso sarebbe stata scatenata dall’attacco da parte dei secessionisti di alcune basi militari. La risposta del governo centrale è stata l’invio immediato delle truppe al Nord, il blocco di cibo, aiuti umanitari e farmaci che hanno scatenato una grave carestia e costretto parte della popolazione alla fuga. 

Inoltre, si sono verificate diverse violazioni dei diritti umani, tra cui l’utilizzo dello stupro come arma di guerra contro civili inermi. 
Ed è proprio in questo contesto che è stato prodotto il rapporto di Amnesty International riguardante la grave piaga della violenza sessuale che sta colpendo donne e bambini/e in tutto il Tigray. 
Dall’inizio del conflitto, il 4 novembre 2020, si è registrato un fortissimo aumento dei casi di stupro, in particolare solo tra febbraio e aprile 2021, più di 1288 casi di violenza sessuale sono stati riferiti all’interno delle strutture sanitarie. Se si considera che buona parte delle vittime non si rivolge agli ospedali, è chiaro come il vero numero degli stupri commessi dall’esercito etiope ed eritreo e dalle milizie di etnia amhara contro la popolazione tigrina sia ampiamente sottostimato. 
Il rapporto pubblicato da Amnesty raggruppa le interviste a 63 donne e ragazze sopravvissute alle violenze dei militari e trascrive anche le testimonianze di medici, infermieri e ostetriche che hanno prestato loro assistenza. I racconti delle donne sono molto crudi e toccanti, ma sono necessari affinché quanto sta accadendo non passi sotto silenzio. 
La prima pagina del rapporto evidenzia una frase pronunciata da una sopravvissuta: “Non so se hanno capito che sono una persona”. Questa donna, di cui per ragioni di privacy e sicurezza non viene menzionato il nome, è stata violentata da più soldati mentre era in stato di gravidanza. 
La violenza sessuale è utilizzata per terrorizzare, degradare, umiliare la popolazione e in questo caso il gruppo etnico tigrino. È a tutti gli effetti una strategia e un’arma di guerra. 
Su 63 interviste, in 38 casi si è trattato di violenze di gruppo. Diverse donne hanno dichiarato che i soldati rapiscono le vittime e le violentano a turno, indipendentemente dalla loro età. Si verificano stupri anche su bambine e donne anziane. 
Ci sono diverse testimonianze che rivelano l’utilizzo della schiavitù sessuale come metodo per brutalizzare le vittime. Alcune donne raccontano di essere state sequestrate e stuprate per giorni o settimane, da più persone, più volte al giorno.  
Vale la pena menzionare la storia di una madre che è riuscita a ritrovare la figlia sedicenne rapita dai soldati e fuggita dopo cinque mesi di prigionia. Si sono ritrovate all’ospedale della città di Mekelle, ma la figlia si trovava in uno stato di gravidanza troppo avanzato per ricorrere a una procedura abortiva. 
Non solo lo stupro, ma anche il sadismo e le torture sono all’ordine del giorno. I militari si divertono a ustionare le loro vittime, penetrarle con oggetti per infliggere quanto più dolore e danno possibile. Un medico ha riportato il caso di una paziente a cui sono stati inseriti dei chiodi all’interno della vagina e con diverse bruciature sulle cosce. La donna è rimasta in ospedale per mesi prima che il recupero fosse completo. 
La violenza sessuale viene inoltre utilizzata per rimarcare il disprezzo che i militari hanno nei confronti delle donne tigrine. Molte intervistate riferiscono di aver subito insulti, pestaggi, minacce e umiliazioni di ogni sorta, mentre venivano abusate e molto spesso queste aggressioni sono avvenute nei confronti di donne in fuga verso il vicino Sudan. 
Una giovane madre di 28 anni è stata allontanata dai figli e stuprata, sentendo le seguenti parole: “se fossi un uomo ti uccideremmo, ma tu puoi partorire figli di etnia amhara.” 
Le conseguenze di tali brutalità sono ben note: da gravi problemi fisici, come fistole, infezioni, malattie a trasmissione sessuale, prolassi, ad altrettante sequele psicologiche. 

Purtroppo non esistono servizi sufficienti per prestare assistenza a tutte le vittime, in quanto dopo lo scoppio della guerra, diverse cliniche sono state chiuse, danneggiate o distrutte e lo staff sanitario ha lasciato la zona per paura di ritorsioni. Se si conta il blocco dei farmaci imposto dal governo centrale, si può comprendere come le poche cliniche rimaste non siano in grado di garantire nemmeno l’assistenza basilare. Da un rapporto di Medici Senza Frontiere è emerso che il 30% delle strutture sanitarie sono state danneggiate, il 73% saccheggiate e l’87% non è più funzionante. 
Un’ostetrica di una clinica di Adwa afferma che a novembre 2020 i soldati hanno depredato e distrutto l’ospedale, costringendo i pazienti ad andarsene. 
Un’altra ostetrica testimonia di aver accolto sette donne e una ragazza di 15 anni all’interno del pronto soccorso che le hanno confessato di essere state violentate diverse settimane prima. Erano riuscite a raggiungere la clinica, nel terrore di essere rapite e stuprate nuovamente. Non ha potuto aiutarle poiché non possedeva né i farmaci, né l’attrezzatura necessaria. 
Una vittima riferisce di essere stata stuprata con diversi oggetti che le hanno provocato un prolasso rettale: i medici non hanno potuto operarla per mancanza di farmaci e dispositivi. 

La risposta del governo etiope a tali violazioni dei diritti umani è gravemente carente: le violenze sono state messe a tacere ed è stato ordinato lo stop delle comunicazioni con la regione del Tigray. Molte testimonianze sono infatti state raccolte all’interno dei campi profughi in Sudan. 
L’11 febbraio 2021 il ministro etiope per l’infanzia e l’adolescenza ha dichiarato che ci sono prove sufficienti per stabilire che sono stati commessi stupri contro la popolazione senza ombra di dubbio. 
Nello stesso tempo la Commissione Etiope per i diritti umani ha dichiarato che si è verificata un’impennata di casi di violenza di genere nel territorio del Tigray. 
Il conflitto è attivo da più di un anno e ancora nessuno si è pronunciato contro questi crimini e soprattutto non sono state attivate misure per punire i colpevoli e aiutare le vittime. 

Se non fosse per le associazioni che stanno denunciando l’accaduto, il mondo ne sarebbe pienamente all’oscuro. Amnesty ricorda che lo stupro è una grave violazione dei diritti umani fondamentali e un crimine contro l’umanità, costituisce un atto di tortura e nuoce gravemente all’integrità psico-fisica della persona. 
Sul sito dell’organizzazione è possibile firmare fin da ora un appello, in cui si chiede al governo etiope di vietare ai militari l’utilizzo dello stupro come arma di guerra, di permettere alle vittime di accedere all’assistenza di cui hanno bisogno e garantire un seguito alle denunce effettuate, con indagini tempestive, efficaci ed imparziali. 
Nello stesso tempo Amnesty si appella all’Onu e agli organismi internazionali affinché si ponga una fine a questi orrori. 
La ferita del Tigray è ancora aperta e la comunità internazionale non può restare a guardare. 

Il rapporto completo: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2021/08/AFR2545692021ENGLISH.pdf 
L’appello da firmare:
https://www.amnesty.it/appelli/giustizia-per-le-vittime-di-violenza-sessuale-nel-tigray/ 

***

Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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