Donne, storie, archivi. Intervista a Elisa Fontanelli

Elisa Fontanelli, una delle autrici del volume Una donna nella tempesta, dagli archivi familiari la vita di Maria Luisa di Borbone, edito su iniziativa degli Archivi storici delle famiglie, ci parla del suo lavoro d’archivio e di ricerca che le ha consentito di contribuire alla realizzazione del volume e che è anche una delle proposte del bando di Toponomastica Femminile per l’a.s. 2021/2022. La IX edizione del concorso Sulle vie della parità propone infatti una nuova sezione in cui la ricerca d’archivio della storia delle donne è centrale. 

Buongiorno Elisa, innanzitutto vorrei chiederti di parlarci del significato e dell’importanza della ricerca in archivio con particolare attenzione per la storia delle donne. 
Buongiorno Alice e a tutte/i le/i lettrici/tori di Vitamine Vaganti.  Partiamo dall’amara constatazione di Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé (1928): «La donna non scrive la propria autobiografia e raramente tiene un diario; di lei rimangono solo una manciata di lettere».  Come ha messo bene in rilievo Lea Melandri, si tratta del primo dei due aspetti che va a comporre la “duplice assenza” delle donne nella storia: non sono loro a farla e non sono loro a scriverla, pur essendo, paradossalmente, «l’animale più discusso dell’universo».  Solo recentemente è stato possibile invertire la rotta di questo processo di occultamento e rimozione, con il sorgere di associazioni e gruppi di ricerca il cui scopo primario è quello di promuovere e conservare le scritture, con particolare attenzione a quelle prodotte dalle donne. Questa azione di recupero è stata messa in atto attraverso varie strategie, che vanno dal recupero di archivi altrimenti dispersi, alla complessa ricerca di scritture femminili spesso “nascoste” all’interno di altri archivi, fra cui quelli familiari. L’archivio, quindi, si configura non solo come luogo di conservazione dove si depositano le memorie del passato, ma anche e soprattutto come luogo di ricerca, di scavo, che permette di riannodare i fili di scritture femminili disperse. 

La memoria di queste voci rimaste a lungo silenziate costituisce un punto d’osservazione privilegiato che spesso “decostruisce” gli schemi maschili e descrive i mutamenti politici e sociali con sensibilità e linguaggio differenti, ponendosi così come chiave di volta per una storia davvero generale che comprenda la pluralità dei punti di vista. Non solo. Attraverso queste carte è possibile ricostruire il complesso intreccio di dinamiche di oppressione e strategie di autodeterminazione che le donne hanno sperimentato nel corso del tempo. Non è un percorso lineare, anzi, si tratta, come ha notato Marina Zancan, di “riaffioramenti” che emergono da un fiume carsico: rileggere queste carte analizzando l’intima connessione tra pubblico e privato, ci deve far interrogare, come scrive Lea Melandri, sulla questione dell’eredità delle donne. Questa non è intesa come semplice successione lineare, quanto piuttosto come un «complesso passaggio di competenze ed esperienze che vivono nelle carte una materialità simbolica che non può essere lasciata in silenzio». L’attenzione alla memoria di donne da parte di altre donne è particolarmente significativa in quanto ci pone l’orizzonte di una rivoluzione parzialmente riuscita e ancora in cammino, quella della liberazione delle donne. 

Nel caso specifico del volume, qual è stato il valore aggiunto dato dalla consultazione degli archivi privati? 
Il volume scaturisce da un progetto dell’associazione Archivi storici delle famiglie cofinanziato dalla Fondazione CR Firenze, che ringrazio, e è dedicato a Maria Luisa di Borbone (1782-1824), figlia del re Carlo IV di Spagna e di Maria Luisa dei Borbone di Parma. Il matrimonio con il cugino Ludovico dei Borbone di Parma, avvenuto quando lei era ancora bambina, e la nascita del primogenito Carlo Ludovico nel 1799, coincidono con l’ascesa politica di Napoleone Bonaparte.  Proprio Napoleone cambierà per sempre la vita della coppia: nel 1801, infatti, dispone che il giovane e cagionevole Ludovico diventi re d’Etruria, per poi togliere il regno a Maria Luisa nel 1807, già vedova e madre di due figli. Da questo momento Maria Luisa diventa una pedina nelle mani di Napoleone che dispone di lei a suo piacimento, costringendola a vagare in esilio per l’Europa, alla ricerca di una fantomatica corte. Dopo un fallito tentativo di fuga a Nizza, viene incarcerata a Roma e sottoposta a una delle prove più dure: la privazione del suo primogenito. Dopo la caduta di Napoleone Maria Luisa si ricongiunge con i figli ma dovrà attendere qualche anno tra Roma e Genova prima di vedersi assegnato, secondo le disposizioni del Congresso di Vienna, un nuovo regno: il Ducato di Lucca, di cui sarà duchessa dal 1817 al 1824. 

L’estraneità al fasto borbonico nel clima sociale ed economico delle città toscane di Lucca e Firenze ha probabilmente fatto sì che il passaggio dei Borbone sia trascorso senza lasciare un segno apparente. In realtà la sovrana ha lasciato diverse tracce della sua permanenza: oltre ai documenti ufficiali della corte “stabile” conservati presso gli Archivi di Stato di Firenze e Lucca, già ampiamente studiati, esistono altre carte rimaste sino a oggi in larga parte inedite. Questa preziosissima documentazione si è conservata grazie al suo segretario, il conte Ferdinando Guicciardini (1782-1833), che fu al fianco della sovrana per oltre venti anni, nella buona e nella cattiva sorte.  L’idea della ricerca è nata proprio dal riordino delle carte del conte, nelle quali sono emerse informazioni riguardanti non solo la vita privata della sovrana, il suo rapporto con Napoleone e con i familiari, ma anche gli affari della corte. I risultati sono confluiti nel volume e consultabili sul sito web dell’associazione Archivi storici delle famiglie. Il ritrovamento, lo studio e il riordino della documentazione hanno reso possibile la ricostruzione di una personalità molto forte, che ci appare vicina non solo perché ingiustamente sottoposta a dinamiche di oppressione, ma anche perché reagisce agli ostacoli che trova innanzi al suo cammino come faremmo noi; viceversa ci appare lontana per il suo legame perenne con le proprie origini di sovrana, quando rivendica il “diritto” a un Regno. Quest’ultimo aspetto è cruciale se si guarda al suo Memoriale, di cui l’originale autografo è conservato proprio nell’archivio del conte Guicciardini. 

La narrazione che troviamo nelle lettere giustappone notizie sulla situazione politica internazionale, sulle fughe, gli esili, gli eserciti, i trattati politici alle notizie sullo stato di salute, sulle nascite, sulle piccole gioie quotidiane, ed è particolarmente coinvolgente. Per la ricostruzione del periodo lucchese, invece, è risultata fondamentale l’analisi dei documenti contabili della corte e delle missive del Guicciardini promosso al ruolo di “maggiordomo maggiore”, una sorta di plenipotenziario della casa reale. Non solo, come dimostrato dagli altri autori, dalle carte emergono anche la passione per la musica di Maria Luisa e il suo rapporto “privilegiato” con papa Pio VII. Accanto ai documenti, nel corso delle ricerche, sono comparsi gli oggetti di Maria Luisa, abiti e tessuti gelosamente conservati dai suoi ammiratori.  Si tratta di un lavoro polifonico che esce dagli schemi classici dell’archivistica e proprio per questo riesce a cogliere aspetti cruciali non solo della vicenda personale di Maria Luisa ma anche della vicenda collettiva di quel periodo. Il volume riunisce una pluralità di punti di vista, che vanno dalla indagine storica e artistica alla storia della musica, dall’archivistica al restauro. Voglio ricordare tutte e tutti coloro che vi hanno partecipato: Rita Romanelli, che ne ha assunto la cura, Antonella D’Ovidio, fra Giovanni Scarabelli, Maddalena Bonechi, Luca Carboni, Elisa Zonta, oltre a chi scrive. 

Le memorie scritte da Maria Luisa di Borbone e l’epistolario costituiscono alcune delle fonti principali del volume. Che cosa puoi dirci in merito soprattutto alle peculiarità di questi documenti storici? Quali i vantaggi e i limiti che pongono al lavoro storiografico? 
La voce di Maria Luisa emerge chiaramente dalle sue Memorie, conservate in tre esemplari manoscritti ora presso l’Archivio di Stato di Lucca, l’Archivio di Stato di Firenze e l’Archivio Guicciardini. Secondo lo studio comparativo dei tre testi effettuato da mons. Giovanni Scarabelli, l’esemplare conservato presso l’Archivio Guicciardini sarebbe l’autografo redatto da Maria Luisa, come dimostrano la grafia e le numerose cancellature frutto di correzioni. Dal testo emergono le “pubbliche umiliazioni” a cui la sottopose Napoleone e la volontà di rivincita della sovrana che, con profonda dignità e tono accorato, dimostra la consapevolezza dei propri diritti dinastici e la precisa volontà di assicurare a lei e soprattutto al primogenito la legittima successione a uno dei territori precedentemente posseduti dalla sovranità. Il mio contributo, invece, mira a ricostruire le peregrinazioni di Maria Luisa e tenta di colmare alcune lacune, osservando questi spostamenti con un ulteriore punto di vista, quello offerto dalle lettere che il conte Ferdinando Guicciardini – al seguito della Borbone insieme alla moglie Margherita Paglicci – invia ai propri familiari a Firenze.  Il lato più vulnerabile di Maria Luisa emerge sia da queste lettere che da quelle da lei stessa inviate da Nizza al fedele Ferdinando, quando lui tornerà per un periodo a Firenze. Un’angoscia costante sembra dominare nella vita della sovrana, la cui salute è minata da crisi nervose e dolori la cui origine si può far risalire ai profondi turbamenti che ne scuotevano l’esistenza. L’unico conforto, durante il periodo buio dell’esilio, è rappresentato dall’affetto, pienamente ricambiato, della famiglia Guicciardini e dalla consolazione di poter ricevere dei piccoli regali. 

Tuttavia, le lettere non narrano solamente delle dinamiche di oppressione messe in atto da Napoleone nel corso del tempo, ma ci trasmettono anche importanti notizie circa le strategie messe in atto dalla sovrana nel tentativo di sfuggire al destino deciso per lei: alcune missive, infatti, riportano notizie inedite circa il tentativo di fuga da Nizza messo in atto da un mercante livornese, Gaspare Chifenti, ma che poi non andò a buon fine; altre ci informano sulle condizioni di prigionia della sovrana presso il convento romano dei Santi Domenico e Sisto; e infine alcune lettere ci svelano quell’universo sotterraneo e nascosto di relazioni familiari che Maria Luisa tentò di sondare nel tentativo di assicurare a lei e al figlio un’ancora di salvezza. L’analisi di questi testi comporta indubbiamente numerosi vantaggi: essi ci mostrano il ruolo chiave della scrittura nella costruzione di un’identità, quella della sovrana, continuamente messa alla prova e rinegoziata; ci offrono un nuovo punto di vista per l’analisi di un periodo storico assai complesso, quello dell’Europa dominata da Napoleone. Infine, comparando le informazioni ricavate dalle lettere con quelle contenute nella storiografia tradizionale, possiamo individuare le cause che in passato hanno portato a una valutazione negativa nei confronti della sovrana, valutazione che oggi, alla luce delle nuove scoperte, è stata completamente ridisegnata. Maria Luisa fu una donna dotata di forza d’animo, vivace intelligenza, intraprendenza, fu un’attenta osservatrice della dimensione culturale e artistica del suo tempo, per lei così sventurato. 

Nel tuo lavoro per il volume ti sei occupata dei viaggi e delle committenze artistiche di Maria Luisa di Borbone. Che ruolo hanno svolto queste due attività della regina e che impatto hanno avuto su di lei e sul suo essere donna nel XIX secolo? 
Il primo viaggio compiuto da Maria Luisa è quello effettuato nel 1801 quando, appena diciannovenne, si sposta da Madrid a Firenze insieme al marito Ludovico di Borbone-Parma e al figlioletto di un anno e mezzo. Il peregrinare tra prigionie, fughe, arresti, che caratterizzerà gli anni successivi, troverà il suo punto d’approdo laddove il lungo viaggio era iniziato, a Madrid, dove il corpo della regina farà ritorno nel 1824. Nella sua breve e intensa esistenza percorre per terra e per mare l’Europa conquistata da Napoleone: non ha una meta ben definita (Napoleone le prometterà e toglierà vari regni facendosi beffe di lei), non cerca una patria, per lei impossibile, ma vuole conquistare la propria identità di donna e sovrana. Guardiamo al rapido susseguirsi dei viaggi imposti: nel 1801 Maria Luisa parte con il marito da Madrid verso Parigi, dove la attendeva Napoleone, e da lì avrebbe proseguito verso Firenze. Poco dopo l’insediamento in Toscana Maria Luisa perde un figlio che aveva in grembo e anche la salute del marito, particolarmente cagionevole, comincia a declinare rapidamente. Dopo appena un anno nel Regno d’Etruria, Maria Luisa è richiamata a Madrid dall’autorità paterna e, durante il tragitto in mare, partorisce una bambina, Carlotta. Poco dopo il rientro a Firenze, muore Carlo Ludovico, lasciandola vedova con due creature. Un nuovo colpo di scena la coglie di sorpresa nel 1807: Napoleone, che le aveva dato il Regno d’Etruria nel 1801, adesso se lo riprende e le assegna un fantomatico regno in Portogallo. 

È dunque costretta a partire, armi e bagagli, per poi scoprire di essere stata raggirata, finendo di fatto in un esilio dorato a Fontainebleau, dove la raggiungeranno anche i genitori, dai quali però cercherà di mantenere una certa indipendenza. Napoleone allora le promette i territori di Parma, ma quando si trova in viaggio, la sovrana viene improvvisamente arrestata e scortata a Nizza. Dopo un fallito tentativo di fuga viene nuovamente arrestata e condotta a Roma, dove rimane anche dopo la caduta di Napoleone. Maria Luisa tenta di organizzare delle “corti provvisorie” tra Genova e Roma, dove stabilisce il suo nido a Palazzo Ercolani, richiamando a sé la sua antica corte e organizzando una vivace koiné artistica. Come è possibile immaginare, queste traversie hanno un impatto enorme su di lei, che affronta le varie prove con spirito di abnegazione, spesso affidandosi al “Sacro Cuore di Gesù”, ma anche con spirito di rivalsa: è pienamente consapevole dei suoi diritti dinastici e della sua posizione di sovrana, pertanto sente l’esigenza di mettere per iscritto la sua versione dei fatti, per denunciare i più neri tradimenti di un tiranno che ha giocato con la sua vita. La eco dei tormenti è ben visibile nelle committenze: si pensi, ad esempio, al dipinto commissionato al pittore Agostino Tofanelli raffigurante Ester che accusa il ministro Amanno durante il convito preparato in onore di Assuero, ora a Lucca. Il soggetto, tratto dalla storia biblica, si riferisce chiaramente alla battaglia di Maria Luisa contro l’odiato Napoleone. Ma è soprattutto il Palazzo Ducale di Lucca a mostrare un programma decorativo incentrato sull’esaltazione delle virtù della sovrana che alla fine trionfò su Napoleone. 

In conclusione, vorrei chiederti qualche suggerimento per docenti e studenti che il prossimo anno scolastico parteciperanno al concorso di Toponomastica Femminile scegliendo la sezione relativa alla ricerca archivistica delle donne e delle loro storie. 
I suggerimenti che rivolgo loro riguardano gli strumenti di ricerca utili al reperimento delle fonti relative alle scritture femminili: l’associazione Archivi storici delle famiglie è attiva dal 2016 e ha come obiettivo quello di far conoscere la ricchezza delle carte degli archivi privati a un pubblico vasto. Per questo ha il sito http://www.archivistorici.com, tramite il quale è possibile effettuare numerose ricerche e dove è possibile rintracciare i profili storici e biografici dei produttori. Attraverso il web, quindi, si possono richiedere informazioni inerenti la documentazione anche se si è impossibilitati a raggiungere le sedi di conservazione, grazie al contatto diretto con proprietari e archivisti. Poi esiste l’Archivio per la Memoria e la scrittura delle donne, che ha censito i fondi degli Archivi di Stato di Firenze, Pisa e Siena. Voglio anche ricordare l’Archivio e Biblioteca delle Donne di Bologna, che offre alle studiose e agli studiosi la possibilità di consultare volumi specializzati.  

In copertina. Maria Luisa di Borbone, di Laurent Pécheux, 1765, olio su tela, Galleria nazionale, Complesso monumentale della Pilotta, Parma (particolare). 

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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