Traduzione e nuove tecnologie

Anni Novanta: nasce l’Unione Europea con il trattato di Maastricht, si scioglie l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss), in Italia scoppia lo scandalo “Mani Pulite”, che porterà con sé una valanga di cambiamenti. Iniziano la guerra nel Golfo e quella nella ex Jugoslavia, l’Ira dichiara il cessate il fuoco. Sono solo alcuni degli avvenimenti che quando li ho vissuti avevano il sapore dell’attualità e adesso me li ritrovo come tasselli della storia dell’umanità. È sempre all’inizio degli anni Novanta che compaiono i primi dizionari su cd-rom e soprattutto nasce il World Wide Web. Se gli avvenimenti di cronaca vissuti allora avevano già il sapore della storia, se c’era la consapevolezza di un prima e di un dopo, penso che poche persone immaginassero l’impatto sulle nostre vite della diffusione capillare della rete. Prima di allora, per scrivere nella propria o in un’altra lingua, per studiare una lingua straniera, per tradurre da una lingua all’altra, era indispensabile consultare un dizionario cartaceo. In tedesco si dice der, die o das Brief (‘la lettera’)? Qual è l’esatta pronuncia in inglese di february o di flood? Saranno giusti gli accenti sul francese théâtral (‘teatrale’)? E non sono passati secoli. Certo, non abbiamo ancora a nostra disposizione un droide protocollare come C-3PO (e per chi non conoscesse l’universo fantascientifico di Guerre Stellari, si tratta del droide antropomorfo che conosce più di sei milioni di forme di comunicazione), ma chi non ha mai fatto uso di google translate (d’ora in avanti GT)? Inserisci un’intera frase, un testo, ed ecco la traduzione bella e fatta. Non capisci un passo di un articolo che stai leggendo? Basta copiare e incollare ed ecco che la traduzione automatica ti chiarisce i dubbi.

Dunque, dal momento che c’è uno strumento che traduce velocemente ed efficacemente da una lingua ad un’altra, ha senso continuare a formare traduttrici e traduttori di professione? La mia risposta è ovviamente sì, ha senso, perché anche se i nuovi sistemi si basano sulle reti neurali che “imparano” e vengono “allenate”, la traduzione automatica non è (ancora) riuscita a risolvere alcuni problemi legati alla complessità della lingua e alla diversità dei sistemi grammaticali.

Innanzitutto partiamo dalle omonimie. Una frase del tipo “la pesca mi piace molto” viene tradotta da GT in inglese con “I love fishing”. Di per sé è corretta, a meno che non si intenda il frutto. Ampliando con un contesto appropriato, il problema dell’interpretazione viene amplificato: “L’ho colta dall’albero. La pesca mi piace molto” diventa “I took it from the tree. I love fishing”. E qui ci si dovrebbe rendere conto che qualcosa non funziona. Ma basta la sostituzione di un articolo con un dimostrativo e la traduzione cambia e viene selezionato l’altro significato di ‘pesca’: “Mi piace questa pesca” diventa “I really like this peach”.

Passiamo ad un modo di dire comune come “costa un occhio della testa”. La traduzione di GT in inglese è, giustamente, “it costs an arm and a leg” (cioè, letteralmente, ‘costa un braccio e una gamba’). Se partiamo dall’inglese “costs an arm and a leg”, la traduzione italiana è invece quella letterale: “costa un braccio e una gamba”. E qui casca l’asino (tradotto da GT “the donkey falls”, ma la vera espressione inglese sarebbe “there’s the rub!”): non c’è (attualmente) una vera reciprocità nella qualità delle traduzioni, perché comunque la lingua dominante è l’inglese e anche la traduzione automatica di tipo neurale si basa in partenza su delle traduzioni effettuate da esseri umani. I droidi protocollari ancora non li abbiamo. E le traduttrici e i traduttori ce li dobbiamo tenere stretti.

Un altro esempio è l’accordo o l’uso del femminile. La traduzione di “the gynecologist arrived” è “è arrivato il ginecologo”. L’alternativa “ginecologa” non è contemplata. Solo se modifico in “the gynecologist Susan Smith arrived” allora ottengo “è arrivata la ginecologa Susan Smith”. Si tratta di un risultato positivo e che fa ben sperare perché il sistema riconosce il nome femminile e aggiusta la grammatica concordando al femminile il participio e anche il sostantivo che indica la professione. Il problema si pone con quei nomi che non sono chiaramente identificabili dal sistema come assegnati normalmente ad una donna o a un uomo: “the gynecologist Andrea Smith arrived” viene tradotto solo con “è arrivato il ginecologo Andrea Smith”, ma Andrea potrebbe anche riferirsi ad una donna. Quando il femminile del sostantivo che indica la professione è invece meno saldo nel lessico, come ad esempio “chirurga”, allora abbiamo questa traduzione: “the surgeon Susan Smith arrived” diventa “è arrivato il chirurgo Susan Smith”. Dunque, non è la traduzione automatica in sé che non riconosce il femminile; il problema sta nell’input: se al sistema non fornisco le forme femminili, questo non le potrà usare nella traduzione e non potrà nemmeno aggiustare la grammatica in modo che venga correttamente accordato al femminile l’aggettivo o il participio passato. Eppure per il traduttore automatico la grammatica è importante ed ecco che “the conductor Laura Bianchi has arrived” viene tradotto con “è arrivata la conduttrice Laura Bianchi”, con un bel femminile. Peccato che si dica “direttrice d’orchestra” e non “conduttrice”, ma questo lo possiamo sempre correggere con la nostra conoscenza delle lingue, materna e straniere, o grazie al lavoro di traduttrici e traduttori. A proposito, il traduttore automatico non evita lo studio delle lingue straniere, ma di questo magari ne parleremo un’altra volta.

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Articolo di Lorenza Pescia

Nata e cresciuta nel Canton ticino, sono stata assistente al Romanisches Seminar di Zurigo e ho collaborato all’edizione degli Scritti linguistici di Carlo Salvioni. Attualmente vivo negli Stati Uniti e sono visiting scholar all’Institute for Advanced Study di Princeton. Tra i miei interessi di ricerca ci sono il linguaggio di genere, il multilinguismo e la politica linguistica, l’analisi del discorso, la storia della linguistica.

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