In cammino verso l’odeporica femminile

Persone in movimento
Parlare dei resoconti di viaggio utilizzando il genere maschile non è soltanto una necessità che impone la lingua italiana, quanto piuttosto la conferma di un dato di fatto: fin dai tempi del mito, attraverso l’età classica e quella moderna, il viaggio è stato soprattutto una prerogativa maschile, come confermano numerosi studiosi; fra questi, Eric J. Leed nel suo La mente del viaggiatore analizza le motivazioni e i ruoli maschili e femminili rispetto al viaggio nelle diverse società e nel loro evolversi nel tempo (cap.X). Al di là di ogni generalizzazione, il viaggio femminile non è comunque del tutto assente dalla storia; esiste un livello di mobilità delle donne che, per quanto limitato, assolve funzioni importanti dal punto di vista sociale e culturale: dalle due Iperboeree portatrici di offerte, Iperoche e Laodice citate da Erodoto, fino alle matrone romane; dalle seguaci di Cristo nei Vangeli alle pellegrine e sovrane che hanno viaggiato in epoca medievale, o alle spose, “merce di scambio” destinate a consolidare le alleanze tra uomini, che hanno continuato per secoli a trasferirsi per il matrimonio.
I viaggi delle donne rimangono tuttavia scarsamente documentati e quasi mai narrati in prima persona dalle protagoniste stesse. È necessario arrivare all’età moderna per incontrare i primi importanti resoconti femminili da paesi lontani: circa 40 testi sui 1400 stampati fra il 1690 e il 1800 (Database of Women’s Travel Writing). Tra questi, i più noti sono senz’altro Turkish Embassy Letters (1763) di Mary Wortley Montagu sulla sua permanenza a Istanbul e i diari di M.me de Staël, Dix années d’exil, dove vengono riportati i suoi viaggi (1818) entrambi pubblicati postumi.

I resoconti e a chi sono indirizzati
Anche quando si analizzano i/le destinatarie della narrazione odeporica si nota che essa si è rivolta a un pubblico di lettori e di studiosi prevalentemente maschile. La scarsità di lettrici è certamente dovuta al minore tasso di alfabetizzazione femminile: se prendiamo ad esempio l’Italia, risulta che nel 1861, all’indomani dell’unità, circa l’80% delle donne è ancora analfabeta; nel periodo successivo (quello in cui scrivono le viaggiatrici italiane in nord Europa) il primo Congresso delle donne italiane (Roma, 1908) denuncia il problema, ma solo con la riforma Gentile (1925) la situazione migliora, con una diminuzione di donne analfabete che scende dal 30% del 1924 al 24% del 1931. Per molto tempo ancora l’alfabetizzazione comunque interesserà solo il livello elementare dell’istruzione; infatti, sulla base delle statistiche risulta evidente come, nel ventennio fra le due guerre mondiali, la percentuale della scolarità femminile sia in costante decrescita rispetto a quella maschile: dall’88% nelle scuole elementari al 69% nelle scuole medie, per crollare al 16% negli istituti superiori e universitari. Il pubblico cui l’odeporica si rivolge è perciò necessariamente maschile.

I contenuti della narrazione odeporica
La narrazione odeporica femminile condivide alcune caratteristiche fondamentali con quella più nota e diffusa prodotta dai viaggiatori. Sotto il profilo dei contenuti, un primo elemento è la ricerca dell’universale nel particolare: «[l’odeporica] concilia due estremi: la realtà individuale e la descrizione dell’alterità» (Paul Fussel); l’interazione fra osservatore e osservato, tra sé e mondo, conduce a «celebrare il reale mentre si contempla l’universale» (Casey Blanton). Nella letteratura di viaggio questa ricerca di equilibrio fra interiorità e mondo esterno è un elemento costante, già presente nel XVI secolo negli scritti di Michel de Montaigne, che afferma: «[…] così io stesso sono, lettore, la materia del mio libro». Nel corso dei secoli l’equilibrio instabile fra individuo e mondo subisce un’ulteriore frammentazione durante il periodo Romantico, quando l’interiorità aspira sempre più all’affrancamento dalla comunità, per diventare un elemento irrinunciabile di comunione con la Natura; mentre nella seconda metà dell’Ottocento l’individualismo occuperà un ruolo preponderante nella grande tradizione del romanzo borghese. Il soggetto narrante – e viaggiante, nel caso dell’odeporica – assume un rilievo sempre maggiore. È questa la tradizione culturale in cui si formano anche le nostre viaggiatrici.

Parole de femme?
Se è vero che le scrittrici di odeporica partono da contenuti “universali” condivisi, va però evidenziata anche quella che Julia Kristeva definisce la polisemia “congenita” degli scritti femminili, che esprime una pluralità in cui riemergono significati profondi: «un continente», afferma l’autrice. Per contro, nei resoconti di viaggio femminili si avverte costantemente la necessità di un attestato di veridicità, un “segno”, che consenta una “promozione di livello” del testo e gli conferisca attendibilità. Questa “certificazione” è data dai sensi, soprattutto da quelli che la scrittura può comunicare più facilmente, la vista e l’udito: sono perciò le testimonianze dirette – ciò che si vede – e quelle riportate, le testimonianze di prima mano, che conferiscono veridicità al racconto e sollevano chi scrive dalla responsabilità di errori, giustificandone le scelte narrative. È ancora Julia Kristeva a porre l’accento sulla restituzione multisensoriale nell’ambito della narrativa femminile, affermando che «gli scritti femminili danno da vedere, da sentire, da toccare. Ci restituiscono un corpo fatto di organi, e radiografano i rapporti intersoggettivi o sociali fino al loro underground di umori e di viscere, che sfida non soltanto la cultura, ma il potere d’espressione dello stesso linguaggio». Solo recentemente, in seguito alla scoperta dei neuroni a specchio in neuroscienze e all’applicazione della teoria della cognizione incarnata in letteratura, sono state formulate affermazioni analoghe, che indagano e rivalutano la dimensione corporea nella narrazione.

Scrivere nella lingua paterna
Il filo sottile che al tempo stesso certifica la veridicità dei contenuti e legittima i testi è un linguaggio che alle donne non appartiene. Si discute molto, in tutto il mondo occidentale, a proposito della lingua come espressione di una cultura maschile e del suo valore patriarcale. Per tornare all’esempio italiano, Alma Sabatini sottolineò anche a livello istituzionale l’importanza di questo aspetto già negli anni ’80 del Novecento: nella Prefazione de Il sessismo nella lingua italiana Francesco Sabatini (il cognome è solo per coincidenza lo stesso dell’autrice del libro) sottolinea che la lingua «non è il riflesso diretto dei fatti reali, ma esprime la nostra visione dei fatti; inoltre, fissandosi in certe forme, in notevole misura condiziona e guida tale visione […] Nella lingua, insomma, non sono depositati intrinseci principi di verità, ma semplicemente le nostre ‘opinioni’: beninteso, fondamentalmente quelle sedimentate attraverso i secoli nella comunità alla quale apparteniamo».
Sabatini prosegue sottolineando il carattere di strumento “condizionatore” della lingua: in particolare l’italiano, cui l’autore fa riferimento, ha un’impostazione “androcentrica”, penalizzante nei confronti della donna. Sul valore del linguaggio, se pure a un livello più generale, si esprime anche Adriana Cavarero: «La donna non ha un linguaggio suo, ma piuttosto utilizza il linguaggio dell’altro. Essa non si autorappresenta nel linguaggio, ma accoglie con questo le rappresentazioni di lei prodotte dall’uomo. Così la donna parla e pensa, ma non a partire da sé. La lingua materna nella quale abbiamo imparato a parlare e a pensare è in effetti la lingua del padre».
Le autrici di questi resoconti di viaggio non avevano certo la consapevolezza di questo complesso rapporto con la scrittura, immerse com’erano in maniera del tutto inconsapevole in una cultura di cui era impossibile distinguere la peculiarità maschile. Una lettura a posteriori è proprio utile a evidenziare questa componente, questa lingua paterna attraverso la quale emergono le caratteristiche di ciascuna scrittrice.

Odeporica femminile?
Un’altra difficoltà, che rappresenta però anche un valore, si riscontra nella classificazione dei resoconti di viaggio femminili: manca spesso l’adesione a un canone, oppure si verificano deviazioni rispetto all’oggetto del resoconto. Le modalità di approccio alla scrittura e gli scopi di viaggio delle autrici hanno prodotto infatti narrazioni fortemente diversificate, dando vita, come afferma Federica Frediani, a un «susseguirsi discontinuo di iniziative individuali e talvolta casuali, da cui deriva un’originalità che ne costituisce la cifra distintiva». Si incontrano reportage fotografico-giornalistici alternati a forme epistolari, diari, romanzi, resoconti autobiografici ed elaborazioni di carattere filosofico. Spesso forme narrative diverse vengono adottate all’interno dello stesso testo, in corrispondenza ad argomenti diversi.
Tuttavia, anche se l’unico elemento omogeneo fra questi testi è rappresentato dalla destinazione, un nord Europa ancora poco rappresentato nell’immaginario del pubblico lettore, considerarli nel loro insieme permette di ricostituire un anello mancante dell’odeporica femminile. I viaggi delle donne oggetto di questi articoli avevano prevalentemente carattere turistico ed erano suggeriti da motivazioni personali; raramente le viaggiatrici erano titolari di una qualche forma di accreditamento ufficiale, che in ogni caso attestava solo il ruolo culturale, ma non quello diplomatico, della loro presenza nell’area nordeuropea.
Al loro ritorno la decisione di trasformare gli appunti di viaggio e darli alle stampe, riadattando gli appunti in una versione destinata a un pubblico non specialista, fu una scelta personale, una scommessa con se stesse piuttosto che un’esigenza professionale. Alcune di loro furono incoraggiate dai familiari o dagli amici a condividere la loro esperienza singolare; altre, già attive nel campo dell’editoria pur senza titoli specifici, trovarono più agevole la via della pubblicazione rispetto alle prime. In ogni caso i loro testi, non trattando di territori inesplorati, non presentavano novità dal punto di vista della descrizione territoriale e non potevano che situarsi nell’ambito delle “curiosità editoriali”.
Per noi lettrici moderne si tratta invece di una lettura interessante sia sotto il profilo storico-letterario, per ricollocare queste autrici nella storia, stabilire eventuali collegamenti tra loro e formulare ipotesi sulla ricezione pubblica dei loro lavori; sia dal punto di vista della contemporaneità per comprendere le motivazioni dei loro viaggi, interpretare i loro sguardi su realtà diverse e rivisitare le loro rielaborazioni narrative.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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