Women & Gardens

La storia del giardino e della presenza femminile al suo interno affonda le proprie radici in Inghilterra, ma si irradia anche in America, in Australia e nelle parti più lontane del mondo. In epoche e luoghi differenti, il contributo offerto dalle donne che hanno fatto di uno spazio esteriore, il giardino appunto, un luogo d’espressione dell’interiorità si è diversificato, evolvendo.

Nel panorama inglese – dal Seicento all’Ottocento – il giardino sembra appannaggio di rappresentanti regali, il cui ruolo spicca per le somme spese a favore dei giardini e per il legame intrattenuto con il royal gardener (giardiniere reale) che ne interpretava gusti e aspirazioni. Rare le partecipazioni femminili: tra queste, per esempio, si annovera la regina Caroline, moglie di George II che, con il suo giardiniere Charles Bridgeman, rimodella Hyde Park e Kensington Gardens.

Nel periodo del Romanticismo, a distinguersi è Dorothy Wordsworth, terza e unica femmina di cinque fratelli rimasti orfani durante l’infanzia, nota come la sorella del poeta William. 

Dorothy Wordsworth 

Nata il giorno di Natale del 1771, Dorothy desidera riunirsi ai fratelli, in particolare a William: dopo diversi anni di distacco, riesce a coronare il suo sogno a Dove Cottage, locanda sulle rive del Grasmere Lake che i due prendono in affitto. Sebbene a casa Wordsworth la vita domestica fosse cooperativa, il carico di lavoro non risultava equamente ripartito tra Dorothy e William: condivisa, invece, era l’attività di giardinaggio, entrambi infatti si impegnavano a piantare fiori e verdure. I fratelli Wordsworth erano dell’idea che dovesse esservi un continuum tra casa e giardino: ciò è vero, in particolare, per Dorothy che rende l’ambiente circostante, cioè la natura e tutte le sue estensioni, specchio del suo habitat interiore, quindi del suo spettro di emozioni.

Nell’Inghilterra vittoriana, a creare scalpore è il nome di Jane Webb Loudon, scrittrice degli inizi dell’Ottocento che, per esigenza e passione, diventa autorità indiscussa dell’arte dei giardini e della botanica. 

Jane Webb Loudon

Alla morte del padre, già orfana di madre e in difficoltà economiche, individua nella scrittura un’ancora di salvezza. La sua prima pubblicazione, un romanzo fantascientifico, attira l’attenzione di John Claudius Loudon, orticoltore, botanico, paesaggista, nonché prolifico scrittore: l’incontro tra i due è decisivo perché sigla un sodalizio amoroso e, soprattutto, professionale.

L’unione con Loudon stimola Jane, fino ad allora lontana dal giardinaggio e dalla botanica, a cimentarsi nella nuova attività sia dal punto di vista pratico – impara, per esempio, a potare le rose e a dividere le peonie – sia dal punto di vista intellettivo: abbandona il genere romanzesco e, firmandosi Signora Loudon, inizia a pubblicare una serie di libri dedicati alle piante, ai giardini e alla botanica. 

I coniugi Loudon, in particolare Jane, cavalcano il mutamento in atto, in Inghilterra, nel XIX secolo: beneficiano, infatti, di un pubblico nuovo, la media borghesia, classe sociale in ascesa che, anche attraverso il giardino – non più simbolo della vita aristocratica, oziosa e decadente, ma espressione di rinnovamento sul piano educativo e morale – esprime la propria maturazione identitaria. In questa cornice, la botanica – materia ritenuta adatta alla formazione morale delle fanciulle e considerata, soprattutto dalle famiglie di media borghesia, un passatempo appropriato – offre alla Signora Loudon la possibilità, senza mettere in discussione i consolidati ruoli maschili e femminili, di istruire le donne: con i suoi scritti, infatti, consente alle lettrici non solo di apprezzare ed assimilare concetti scientifici, ma le sprona a migliorarsi attraverso la conoscenza pratica, rinnovando così l’ancestrale legame tra donna e natura.

Marianne North

Durante l’età vittoriana, oltre a Jane Webb, emerge anche la English Lady, Marianne North, viaggiatrice, pittrice e scrittrice, che diventa celebre per aver trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita a viaggiare da sola in tutto il mondo per dipingere fiori ed alberi rari nel loro habitat naturale. La storia familiare ricopre, nella vita di North, un ruolo decisivo: quando, nel 1855, la madre muore, instaura un rapporto simbiotico con il padre, che supporterà nella carriera politica ed accompagnerà ovunque per i suoi viaggi. Nel 1869 il padre muore e Marianne decide di mettere a frutto i suoi studi e di dedicarsi alla pittura botanica: rompendo i rigidi dettami dell’epoca, trasforma un passatempo femminile in un vero e proprio lavoro, cesura netta, questa, con le sue coetanee.

Il progetto pittorico che intraprende ha, infatti, un valore educativo e sociale: lo dimostra la raccolta di quadri esibita nella Marianne North Gallery, edificio da lei finanziato e decorato, con due panchine al centro della stanza, nell’intento di rievocare l’esperienza di una passeggiata tra le aiuole. L’obiettivo, infatti, non è solamente quello di rappresentare la flora di diverse zone del mondo, ma di porre l’accento sull’idea di viaggio e di scoperta, incoraggiando le visitatrici a soddisfare la propria curiosità. 

Jane Webb Loudon

Sylvia Crowe, nata nel 1901, cresce e matura negli anni del cosiddetto modernismo britannico ed europeo, che supera le lezioni morali dell’età vittoriana consentendo alla donna una maggiore emancipazione dalla dimensione domestica. 

La filosofia di Crowe, infatti, esprime questa rottura: l’ambiente naturale, dal suo punto di vista, non è più considerabile come landscape, circoscritto e privato, ma come environment, ecosistema e contesto in cui la comunità umana costruisce le proprie dimore, installa fabbriche e individua luoghi deputati allo svago e all’incontro con la natura.

Per approfondire: Le giardiniere,
a cura di Francesca Orestano

Sono tre i parametri che Crowe, nel suo paradigma, applica allo studio dell’ambiente: la storia, il disegno e la visione. La storia è considerata in stretto rapporto con l’ambiente che la determina: come Marianne North si spingeva nei luoghi più lontani del mondo, alla ricerca di nuove specie vegetali da dipingere, così Sylvia Crowe esplora il passato per acquisire memoria dei luoghi di un tempo. Il disegno, invece, coincide con lo sguardo di chi progetta le modifiche nel territorio, ne esamina la superficie, la morfologia del terreno e, in tale studio, ricerca un segmento aureo, ossia, una formula che consenta di ottenere l’equilibrio. La visione, in ultimo, è la nozione di giardino e, più in generale, di paesaggio, come elementi in continua trasformazione, per i quali occorre sempre prevedere l’evoluzione futura.

Il lavoro di Sylvia Crowe, che coniugherà le tre categorie sopracitate, saprà connettere proprio nel paesaggio bisogni estetici ed esigenze della comunità.

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Articolo di Elettra De Giuli

Classe 1994. Laureata in Lettere, specializzata in Scienze dell’Informazione, della Comunicazione e dell’Editoria; Assistente alla Comunicazione e Interprete LIS. Impegnata, attualmente, in un nuovo percorso accademico come Educatrice Professionale: studio, da sempre, come entrare in relazione con l’altra/o, perché rappresentano lo specchio di chi sono io.

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