La Conferenza finale del Progetto Migration Mainstreaming. Seconda giornata

«Una ignota compagnia/solo col tempo viene giudicata. /Ognuno ha lingua svelta e ingenerosa/verso lo straniero».
Eschilo, Le supplici

Nella seconda giornata del Convegno MiMain, il 19 novembre scorso, nella splendida sala dei Baroni dell’Università di Palermo, dopo la presentazione del volume Cittadinizzazione e policy migratorie in due aree della Sicilia occidentale, si è svolta la Tavola rotonda dal titolo Il rapporto di mappatura dei servizi sociali e dei bisogni degli operatori a Roma. Sia in questa occasione che nella Tavola rotonda della giornata precedente sono stati presentati gli obiettivi specifici del progetto nella sua parte romana e le principali attività realizzate. La professoressa Bartholini, dopo i saluti istituzionali, ha coordinato le varie sezioni del Convegno, presentando relatrici, relatori, moderatrici e moderatori. Nel biennio 2019-2021, come si legge nella relazione della professoressa Gammaitoni, sono state attivate molte azioni sul campo: la mappatura dei servizi attivi per i migranti nel Comune di Roma, per individuare i bisogni formativi, ai quali si è risposto con corsi mirati e seminari esperienziali, tenuti da docenti universitari ed esperti di immigrazione e mediazione culturale; i corsi si sono resi necessari in primis per rispondere alla richiesta di aggiornamento su questioni legali europee, ma anche «per sviluppare la comprensione delle dinamiche culturali dei diversi Paesi di provenienza, per sensibilizzare capacità relazionali e per affinare quelle professionali nell’accoglienza degli stranieri»; sono stati inoltre creati quattro servizi innovativi, su quattro ambiti considerati particolarmente nevralgici nella realtà di Roma. I temi dei corsi di formazione, aggiornamento e approfondimento sono stati: etnie e minoranze; strumenti giuridici per la cittadinanza inclusiva; riflessioni epistemologiche sull’incontro di culture; pluralismo religioso; storia delle migrazioni interne e internazionali sul territorio di Roma; focus sulla migrazione bangladese; stereotipi e pregiudizi; Pratiche relazionali interculturali e orientamento educativo. I servizi innovativi avviati nei Municipi VI, VII e XIV con il supporto del Dipartimento per le politiche sociali di Roma Capitale hanno accompagnato 120 straniere/i e sono stati: “Il servizio alla persona: orientamento al lavoro e il processo di integrazione”; “Il servizio di accoglienza sulla violenza contro le donne”; “Il servizio di consulenza antropologica e mediazione culturale”. Tutti questi servizi sono stati presentati nei diversi Municipi con delle brochure in varie lingue (inglese, spagnolo, francese, arabo) con tutte le informazioni pratiche necessarie. Alcuni interventi al convegno erano in presenza, altri a distanza e sono stati tutti molto efficaci e illuminanti, soprattutto quelli di Rosa Aquilina e Antonia Caruso, del Dipartimento per le politiche sociali, e di Chiara Carbone, del Dipartimento di Scienza della formazione, che già aveva parlato nella giornata precedente dello sportello antiviolenza.

Particolarmente interessante l’intervento di Maurizio Ambrosini dell’Università degli Studi di Milano, che ha scritto molti volumi sul tema delle migrazioni, tra cui il recente L’invasione immaginaria. L’immigrazione oltre i luoghi comuni, un volume che a mio parere dovrebbe essere adottato in tutte le scuole come strumento di formazione per docenti e che raccoglie parecchie delle informazioni e dei dati che sono stati esposti dal professore di Sociologia dell’ambiente e del territorio della Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università milanese al convegno MiMain. Tra queste numerose informazioni sbagliate: che l’immigrazione in Italia sia in aumento, mentre è in diminuzione, che la richiesta di asilo sia la ragione principale delle migrazioni e invece la ragione principale rimane la ricerca di lavoro, che i/le migranti provengano in maggior parte da Africa e Medio Oriente, mentre la migrazione verso il nostro Paese è per metà europea, che la popolazione migrante sia in prevalenza maschile, mentre la migrazione femminile rappresenta oggi la maggioranza, che i/le migranti siano per lo più di religione musulmana mentre la maggioranza è rappresentata da cristiani, che la migrazione rappresenti un costo per lo Stato, mentre i migranti versano i contributi e facendo la spesa pagano l’Iva che finisce nelle Casse dello Stato. (Per dati e informazioni più precise si rinvia a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=Ohkn00nPEjk). Anche Nadan Petrovic, del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale dell’Università la Sapienza di Roma, ha effettuato un intervento articolato e stimolante nel panel, condiviso con Ambrosini, Prospettive per una più efficace governance nazionale e di prossimità dell’immigrazione. 

Nella seconda giornata sono state presentate l’esperienza palermitana e quella trapanese, con uno sguardo all’accompagnamento delle persone migranti nella sperimentazione di percorsi individuali di inserimento lavorativo, sociale, educativo e di accompagnamento alla casa.

Tratto dal video Winnipeg

Toponomastica femminile è stata presente con il video della Mostra Migrazioni femminili Winnipeg, presentato da Sara Balzerano, che ha particolarmente colpito e commosso il pubblico presente e la professoressa Bartholini ha espresso la volontà di farlo vedere ai suoi e alle sue studenti. Come ci ha ricordato Balzerano: «Anche questo video nasce da un racconto pubblicato sulla nostra rivista. Questa è una storia conosciuta, che altre e altri (decisamente meglio di me) hanno già narrato. È una storia che insegna, qualora ce ne fosse bisogno, che se è vero, come è vero, che ciascuna e ciascuno di noi è preziosa e prezioso nelle proprie differenze, è altrettanto vero che ciò che di certo ci accomuna è il diritto alla felicità, a essere o almeno a provare a essere felici. E davvero credo che proprio questo sia ciò che la politica, le istituzioni, la società civile debbano garantire a ciascun individuo». Mi piace ricordare che, a differenza della Dichiarazione di indipendenza che precede la Costituzione americana, la Costituzione italiana non ha voluto sancire al suo interno, forse per pudore, il diritto alla felicità. Ma che cos’è il diritto alla felicità se non quel pieno sviluppo della persona umana che l’articolo 3 della Costituzione, affermando il principio di uguaglianza sostanziale, assegna come obiettivo alla Repubblica attraverso la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che realizzi davvero il principio delle pari opportunità e che consenta a tutti e tutte di avere i mezzi per scoprire le proprie inclinazioni e capacità, potendo scegliere il proprio destino?

La Vucciria di Guttuso, conservata a Palazzo Steri

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania e formatrice, che ha curato la sezione Il peso delle parole della prima parte della Mostra, ha riflettuto sull’importanza delle parole usate quando si parla di migranti. La lingua condiziona il nostro modo di pensare, non ha solo il compito di rispecchiare i nostri valori ma anche di concorrere a determinarli. E i social oggi sono il veicolo privilegiato per diffondere un linguaggio di odio. La/lo straniera/o è bene accolto se ricco, se invece è percepito come povero viene considerato un individuo senza status. Secondo la narrazione dominante lo straniero ci visita, l’immigrato ci assedia. Nella lingua la posta in gioco è l’interpretazione del mondo che mette in gioco il senso. Per chi ha pochi scrupoli e molte ambizioni la costruzione del nemico è un pezzo importante della ricerca del consenso e chi lo fa utilizza un lessico preciso, che isola una categoria e l’addita come bersaglio: ‘negro’, ‘ebreo’, ‘zingaro’, ‘frocio’, ‘puttana’. Vedendo poi sui social le reazioni a questo lessico, si insiste su ciò che è piaciuto ai più: la conta dei like serve a questo. Si usano e si reiterano termini come “contaminazione”. Della nazione, della razza. Si usano metafore che rinviano a eventi naturali minacciosi (onda, marea, flusso, tsunami, inondazione) o a eventi bellici (invasione, assalto) o a malattie (cancro, piaga). L’effetto che queste parole producono su un’opinione pubblica che non approfondisce e non legge non è solo la paura ma la deumanizzazione delle persone cui ci si riferisce. Lo scopo è bloccare l’empatia che potrebbe nascere verso le persone migranti. Nella costruzione della narrazione si parte da un linguaggio che tende a suscitare diffidenza e si arriva alla stigmatizzazione, che legittima la discriminazione, e poi alla deumanizzazione, che legittima la violenza. L’emergenza non è nei numeri, ma nei racconti. In 12 anni i riferimenti all’immigrazione nei Tg sono aumentati di oltre 10 volte (Rapporto immigrazione). Il 34% dei servizi telegiornalistici è dedicato a questioni che mettono in relazione immigrazione, criminalità e sicurezza. 

Alla domanda: «Quanti sono gli immigrati?» la risposta delle persone intervistate è: il 30% della popolazione, quando in realtà è il 7%. Alla domanda: «Quanti sono i musulmani residenti in Italia?», la risposta media è: il 20%. Il dato reale è 3,7%. Il rapporto d’amore tra razzismo e fake news non conosce crisi. Come non pensare a La banalità del male, per ricordare tempi ben più cupi, quando l’odio verso il capro espiatorio divenne senso comune? Oggi non abbiamo più paura del male e se perseguiamo il bene ci chiamano buonisti, termine, a parere di chi scrive, intellettualmente disonesto e costruito e ripetuto ad hoc. Avremmo bisogno di narrazioni alternative, e questo dipende non solo dalla politica ma anche da ciascuna/o di noi. Il linguaggio ci avvelena solo se glielo consentiamo. Sta a noi usare un lessico e un linguaggio diversi, ognuna/o deve sentirsene responsabile.

Prima delle conclusioni ha preso la parola Ester Rizzo, che ha curato l’introduzione della Mostra Migrazioni femminili, parlando del suo libro Camicette bianche, che racconta la strage della Triangle Shirtwaist di New York, in cui persero la vita tante lavoratrici migranti, molte delle quali italiane e meridionali. La scrittrice di Licata ha dato lettura della relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani dell’ottobre del 1919, che riporto qui per le analogie con la narrazione e il linguaggio usato dai media quando parlano oggi dei migranti: «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. 

I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavoro e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali».

Le conclusioni sono state affidate a Milena Gammaitoni, dopo l’intervento di Maria Assunta Rosa del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno. Gammaitoni, che ha ripreso i concetti di cura, accoglienza e interazione, ha ricordato l’esperienza virtuosa del Canada di Trudeau, società multiculturale in cui ogni persona è considerata una ricchezza e si confronta con le altre su un piano di parità. La docente si è augurata che sia questa la direzione che potrà prendere l’Unione Europea nell’affrontare il tema delle migrazioni. Purtroppo però l’Unione sognata da Hischmann, Spinelli, Colorni e Rossi sembra essere divisa proprio sulle politiche migratorie.

Partecipare a questo convegno è stata un’esperienza molto formativa per me, perché mi ha fatto intravvedere tutto il lavoro che è posto in essere per rendere effettive le proclamazioni dei diritti contenute negli atti normativi riguardanti il fenomeno migratorio. Ho appreso il significato del termine cittadinizzazione e, per quanto possibile, lo diffonderò. La burocrazia, definita “gabbia d’acciaio” da Weber e più volte nel convegno descritta come “violenza strutturale”, è qualcosa che per noi autoctoni/e spesso rappresenta un ostacolo insormontabile, fonte di ansia, nella migliore delle ipotesi, ma non mi era mai capitato di immaginare quanto potesse essere difficile e fonte di sofferenza entrare in relazione con gli uffici e i servizi da parte di persone che non conoscono la nostra lingua, il nostro diritto, le procedure complesse che informano il rapporto con la Pubblica Amministrazione e quanto possa essere impegnativo per gli/le impiegati/e degli uffici e dei servizi entrare in relazione in modo adeguato ed efficace con i/le migranti. Questo fondo ha avuto il merito di assicurare una formazione multidisciplinare agli operatori e alle operatrici, un aggiornamento e un’assistenza sui testi normativi, spesso ostici anche agli addetti e alle addette ai lavori, di confrontare le buone pratiche e condividerle, tutto ciò insomma di cui c’è assoluto bisogno per interagire con quanti hanno il diritto di spostarsi in luoghi in cui si sentano più sicuri e in cui possano vivere dignitosamente. Ho potuto sperimentare di quante energie, risorse umane e fondi c’è bisogno per accogliere veramente e non solo a parole chi migra. La nostra Mostra non ha potuto essere vista dai presenti per questioni di tempo, ma è stato comunque un onore essere un’associazione partner di questo bellissimo lavoro corale, che spero si replichi in altre regioni e nei prossimi anni in quelle che lo hanno realizzato. Di progetti come questi dovrebbero occuparsi approfonditamente i media nazionali, e non solo nelle trasmissioni di nicchia rivolte a chi ha già una consapevolezza e una conoscenza adeguate e vere dei fenomeni migratori, per rendere consapevoli i cittadini e le cittadine di tutto un mondo invisibile che non viene mai raccontato.

Spesso la mancata cittadinizzazione delle persone migranti le spinge a rinunciare ad esercitare quei diritti di cui sono titolari. La fatica per conquistarli e la lunghezza dei procedimenti le scoraggiano e le portano a credere che tali diritti siano loro negati in quanto stranieri/e. Per questo ancor più encomiabile è stato il progetto MiMain che ha tanto investito sulla formazione e sul cambiamento culturale di chi è quotidianamente in contatto con queste persone, insistendo sul nuovo modo di avvicinarsi al e alla migrante, l’interazione, che presuppone il riconoscimento reciproco di tutti noi come esseri umani e il nostro uguale diritto di spostarci e visitare la Terra. 

In copertina. Sala dei Baroni, soffitto ligneo.

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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