Storia di una donna formidabile: Cecilia Mangini, a un anno dalla scomparsa 

Un anno fa se ne andava Cecilia Mangini, pioniera del cinema militante, sceneggiatrice, documentarista. Nata a Mola di Bari il 31 luglio 1927, dopo la giovinezza trascorsa tra Puglia e Toscana, visse un periodo in Svizzera, in un collegio, perchè le fossero risparmiate le difficoltà del secondo dopoguerra, e dove si avvicinò al grande cinema. Venticinquenne si trasferì a Roma; nell’ambiente dei cineclub conobbe e poi sposò il regista Lino Del Fra; nella capitale si è spenta il 21 gennaio 2021.

Avevo da allora conservato un bel ricordo firmato Concita De Gregorio che in parte desidero condividere. Apparso sul quotidiano la Repubblica (23-1-21), rievocava il loro ultimo incontro avvenuto in una giornata di sole, al tavolo di un caffè all’aperto. «Bianca, i capelli e la pelle, minuscola, immensa», si sentiva bene e non temeva la pandemia in corso: «credo nel destino», affermava. Dopo una chiacchierata e un bicchiere di vino, era salita nel traffico sulla «sua scatoletta» che guidava ancora, all’età di 94 anni. La cosa che colpiva, in lei, era l’autonomia: voleva fare tutto da sola, come sempre, senza chiedere aiuto a nessuno; colpivano anche le sue mani, secondo la giornalista «le mani più belle che si siano mai viste». Aveva la grande dote dell’ascolto e la capacità di dialogare con chiunque, senza timidezza né timori.

Quando volle contattare Pasolini, ne cercò il numero sull’elenco telefonico, semplicemente, e lui prese il tram e si recò a casa sua; alla Biennale di Venezia si mise a parlare di «un sacco di cose», alle tre di notte, con il celebre documentarista americano Frederick Wiseman: lei non conosceva l’inglese, lui non conosceva l’italiano, ma si intesero benissimo, «con le mani e coi ricordi».

Sul n.5 di questa rivista avevamo citato la sua straordinaria longevità artistica, accomunandola con un’altra attiva donna, la ex sciatrice Celina Seghi, ora più che centenaria, una vera freccia ai suoi tempi sulle nevi dell’Abetone. Esempi di precorritrici, pur in campi diversi, che non si sono arrese al passare degli anni e che hanno condotto esistenze piene, ricche di soddisfazioni personali e professionali, senza cedere di fronte alle inevitabili difficoltà, a pregiudizi e stereotipi. Era dunque il 2019 e Cecilia Mangini si trovava in Sardegna per i sopralluoghi di un suo documentario su Grazia Deledda, da realizzare in occasione del 150° anniversario della nascita. Per una ultranovantenne poteva trattarsi di una vera e propria impresa, eppure era animata da entusiasmo e curiosità, pronta a spostarsi nell’interno dell’isola, a conoscere persone, a vedere luoghi, a rintracciare documenti, emozionata ancora dalla visita alla tomba della scrittrice nuorese. Il documentario nel 2021 è uscito, firmato congiuntamente con il cineasta Paolo Pisanelli, e si intitola, non a caso, Grazia Deledda la rivoluzionaria.

Di rivoluzioni, pacifiche s’intende, Cecilia ne sapeva molto visto che lei, con il suo lavoro, ha anticipato le future colleghe in vari campi: come fotografa e fotoreporter, passione nata dopo essere stata letteralmente folgorata dalla luce abbagliante delle isole Eolie, ha collaborato a riviste quali Il Mondo, Vie nuove, Cinema nuovo, Il punto, Cinema ’60, soffermandosi sulla quotidianità ma anche visitando i set cinematografici più interessanti. Fra tutti si può citare il ritorno forzato dagli Usa del regista Jules Dassin che, durante il maccartismo, rientrò in Europa per girare proprio in Italia il film La legge. Dopo la nascita del figlio Luca, «qualcosa dovevo lasciare», ha spiegato, così dalla fotografia il passo verso il documentario fu quasi naturale e arrivò l’esordio, nel 1958, con Ignoti alla città, indagine sulle borgate romane con il commento di Pasolini; la censura lo bloccò: era l’epoca del ministro Tambroni di cui molte/i fra noi si ricordano bene per il moralismo bigotto, l’omofobia, e altro ancora… Di religiosità popolare si occupò con Divino Amore (1961), dedicato al celebre santuario nella campagna romana, mentre tratteggiò nuovamente il mondo delle periferie, descrivendo la vita complicata di un ragazzino ribelle, nel quartiere di San Basilio (La briglia sul collo, 1974). Con Pasolini lavorò ancora, negli anni successivi, per Stendalì-Suonano ancora, dedicato alle ricerche sul pianto rituale salentino, e La canta delle marane, sui giochi infantili, ritenuto dalla critica fra i più significativi documentari italiani. Nel ’59 altra collaborazione con uno scrittore: questa volta è Vasco Pratolini che racconta la sua Firenze. Ma Cecilia era una donna impegnata nel miglior senso del termine, quindi il documentario per lei era veicolo di scoperta, di conoscenza, e anche di protesta, di ribellione, di militanza politica; con Maria e i giorni (1960) si avvicina alla ben nota realtà pugliese attraverso la vita affascinante di una anziana donna; sempre attenta alle tematiche femminili, realizza Essere donne, uscito nel 1965 e pluripremiato all’estero, che fu escluso da qualsiasi finanziamento, mostra ufficiale, competizione italiana. Il caso emblematico e più famoso fu certamente All’armi siam fascisti, che sarebbe bene diffondere e far conoscere di nuovo per la denuncia e l’impatto sempre attuali. Lo aveva diretto con il marito Lino Del Fra e con l’altro amico e collaboratore Lino Micciché, ma il testo era stato scritto da Franco Fortini; qui venivano smascherate le politiche della Dc, le connivenze con il Msi, le repressioni violente operate durante il governo Tambroni, il fascismo mai del tutto sopito e strisciante nelle istituzioni. Il documentario, ben accolto dalla critica, era stato finanziato e prodotto dal Psi, che tuttavia, alla vigilia delle elezioni e del futuro accordo con la Dc, fece sostituire alcune scene finali che mostravano i morti nelle manifestazioni di Reggio Emilia e di Palermo. Il successivo Processo a Stalin (1963) venne addirittura rimontato dal produttore, tanto che Mangini e Del Fra fecero togliere le loro firme. Cecilia fu anche sceneggiatrice per il marito; da ricordare, entrambi diretti da Del Fra, la biografia Antonio Gramsci-I giorni del carcere (1977, Pardo d’oro a Locarno) e il bel film tratto dal romanzo di Rodari La torta in cielo (1973), che tuttavia non fu molto gradito né dall’autore né dai vertici del Pci per gli accenni vagamente polemici, in sintonia con posizioni della sinistra extraparlamentare. Come cosceneggiatrice aveva ottenuto il Leone d’oro a Venezia con il corto Fata Morgana (1961) diretto da Lino Del Fra. Nel 1983 realizzò, ancora con il marito, Comizi d’amore ’80, che riprendeva nel titolo e nel tema trattato il precedente di Pasolini, una inchiesta in tre puntate sulla sessualità della popolazione italiana commissionata dalla Rai.

Intitolazione laboratorio di informatica Istituto
Da Vinci-Majorana a Mola di Bari

Ci furono poi degli anni di silenzio, delusa dal disinteresse della politica e della cultura in Italia nei confronti del cinema documentario, un vero strumento di libertà creativa, «lo sguardo che cattura la verità» e «acchiappa ciò che è unico», finché Cecilia riprese alacremente a lavorare e recuperò materiali girati in passato; nacque così il sodalizio con il giovane regista toscano Pisanelli e insieme dettero vita a Due scatole dimenticate-Un viaggio in Vietnam (2020). Nel 2009 riceve la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica al premio Solinas; significativo poi l’omaggio dei registi Barletti e Conte con il documentario, dal titolo assai arguto e appropriato, Non c’era nessuna signora a quel tavolo (2010). Nel 2017 viene allestita a Nuoro una mostra fotografica delle sue opere nell’importante Museo del Costume, mentre riceve vari premi alla carriera in Italia e all’estero, fra cui, nel 2020, il premio Maria Adriana Prolo, attribuito dalla associazione Museo Nazionale del Cinema che le dedica un numero unico della propria rivista. Mangini è intanto divenuta un punto di riferimento per le documentariste del nuovo millennio, il simbolo di un modo di lavorare fatto di curiosità, coerenza, vitalità, spirito acuto di osservazione; una collega ne ha fatto la protagonista di un documentario girato in Puglia.

Mariangela Barbanente con lei realizzò infatti, nel 2013, In viaggio con Cecilia in cui le fece percorrere quella terra magnifica, ma ormai sospesa fra fallimenti industriali e degrado ambientale, mostrandone anche le doti di “interprete” dalla bella presenza scenica, nonostante l’età e il fisico minuto. Di quell’amato Sud si era occupata personalmente, quasi agli esordi, in Tommaso (1967), storia di un giovane pugliese alle prese con la ricerca di un lavoro, mentre in Brindisi ’65 affrontava lo scottante tema del passaggio da una società agricola all’industrializzazione forzata. Persona di rara sensibilità, profonda cultura, vasti interessi, Cecilia aveva manifestato il suo impegno anche in relazione all’eutanasia (La scelta, 1967), alle difficoltà economiche di una città piegata dalla Guerra fredda (O Trieste del mio cuore, 1964), ai frenetici acquisti considerati con ironia come simbolo di un ritrovato benessere (Felice Natale, 1965), alla nascita dello stabilimento Italsider di Taranto (1969), altro simbolo di uno sviluppo fallito e della devastazione di un intero territorio. 

Che altro dire di una esistenza tanto operosa, se non che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e apprezzare un vero modello per le nuove generazioni, al maschile come al femminile, perché l’arte, se è vera arte, non ha genere.

In copertina. Cecilia Mangini, 2017, foto di Paolo Pisanelli.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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