Molière, vita o teatro?

Il 15 gennaio 2022 ricorre il quarto centenario della nascita di Molière, il grande scrittore di teatro e attore francese del ‘600.

In me subito riaffiora il ricordo di un film biografico che mi piacque moltissimo, Molière appunto, del 1978. Di quel film ricordo la maestosità delle scene molto coreografiche, molto corali e appassionate, liriche direi. Da quel momento ho molto amato Moliere che aveva dedicato la sua vita al teatro, risultandogli difficoltoso separare le due cose.
Era nato a Parigi, chiamato Jean-Baptiste per distinguerlo dal fratello minore Jean. Solo in seguito, a ventidue anni circa, scelse lo pseudonimo di Molière in onore dello scrittore François de Molière. Suo padre, Jean Poquelin, era un tappezziere, un artigiano agiato, sua madre, morì l’anno dopo la sua nascita. Il padre si risposò, ma anche questa seconda moglie morì presto.
Nella fanciullezza visse la vivacità popolare, l’animazione, il rumore, dati dagli spettacoli con i quali fin da piccolo fu ogni giorno a contatto, grazie soprattutto alla passione che gli fu trasmessa dal nonno materno, Louis Cressé. Egli spesso lo portava all’Hotel de Bourgogne e al Pont Neuf, dove si poteva assistere alle rappresentazioni dei comici italiani e alle tragedie dei comédien. Il padre gli permise di frequentare scuole molto più prestigiose di quelle destinate ai bambini degli altri commercianti: Molière compì i suoi studi dal 1635 al 1639 presso il Clermont, un collegio di gesuiti, considerato il migliore della capitale, frequentato da nobili e ricchi borghesi dove apprese filosofia, latino e retorica, conoscenze che gli sarebbero tornate utili in seguito. Dopo gli studi di diritto, iniziò a frequentare gli ambienti teatrali e si unì a Madeleine Bejart, ventenne come lui e in attesa di una bambina che diverrà, in futuro, la moglie di Molière stesso, pur con una grande differenza di età. 

Dal film Molière, 1978

Il 30 giugno 1643 Molière firmò il contratto che costituiva una compagnia teatrale di dieci membri: l’illustre Theatre di cui facevano parte Madeleine Béjart (in qualità di prima attrice), il fratello Joseph e la sorella Geneviève; la compagnia che inscenava spettacoli di ogni tipo, dalle tragedie greche alle farse, debuttò il 1º gennaio del 1644 nella capitale. Il pubblico tuttavia non rispose a dovere: iniziarono ad accumularsi debiti e si pervenne persino all’arresto di Molière stesso per insolvenza, tanto che la compagnia nel 1645 si sciolse. Una volta liberato, per l’interessamento del padre e di Madeleine, lui e alcuni membri della compagnia abbandonarono la capitale francese per viaggiare in tutta la Francia. 

Durante questo girovagare egli conobbe bene l’ambiente della provincia, ma, soprattutto, imparò a fare l’attore e a capire i gusti del pubblico e le sue reazioni. In questo periodo iniziò a scrivere alcune farse e alcune commedie. Tornato a Parigi riuscì a farsi conoscere dal re Luigi XIV e a farsi dare la sala del teatro di Versailles dove ormai la corte si era trasferita debuttando nel 1658 con la farsa Il dottore amoroso. Molière comprese che la commedia era la sua aspirazione e in questo genere eccelse, mettendo in luce gli effetti comici della sua realtà contemporanea e le bizzarrie tipiche della vita mondana, ridicolizzandone espressioni e linguaggio, nell’intrigo comico che ne fu sempre la caratteristica principale. In queste commedie, attraverso le buffonerie, vennero presentati problemi gravi e scottanti della società, come l’educazione dei figli e la libertà da concedere alle mogli.
Si susseguirono freneticamente molte commedie quali: Il medico volante, La gelosia dell’impiastricciato, Lo stordito ovvero I contrattempi, Il dispetto amoroso, Il dottore innamorato, Le preziose ridicole, Sganarello o il cornuto immaginario, Don Garcia di Navarra o il principe geloso, La scuola dei mariti, Gli importuni, La scuola delle mogli, La gelosia di Gros-René, La critica alla scuola delle mogli, L’improvvisazione di Versailles, Il matrimonio forzato, La principessa d’Elide, Il Tartuffo, Don Giovanni o il convitato di pietra, L’amore medico, Il misantropo, Il medico per forza, Melicerta, Pastorale comica, Il siciliano o l’amor pittore, Anfitrione, George Dandin o il marito confuso, L’avaro, Il signor di Pourceaugnac, Les Amants magnifiques, Il borghese gentiluomo, Psiche, Le furberie di Scapino, La Contessa d’Escarbagnas, Le intellettuali e per ultimo Il malato immaginario.
Spesso le rappresentazioni furono accompagnate dalla fantastica musica di Lulli, musicista italiano alla corte del re.
Molière morì il 17 febbraio 1673 di tubercolosi, collassando proprio mentre recitava Il malato immaginario; il decesso avvenne nella notte, tra le braccia di due suore che lo avevano accompagnato a casa; gli affanni in scena erano apparsi al pubblico come facenti parte del copione, la comicità finì in tragedia. Una leggenda successiva racconterà che morì dalle risate nel tentativo di recitare le sue battute. L’Accademia di Francia non accettò mai Molière tra gli immortali mentre era in vita, perché il “commediante”, ancora definito “guitto”, era considerato culturalmente inferiore. Riparò in seguito dedicandogli nel 1774 una statua con l’iscrizione «Rien ne manque à sa gloire, il manquait à la nôtre». (Nulla manca alla sua gloria, egli mancava alla nostra).

L’aspirazione di Molière, spesso costretto a scrivere commedie-balletto per compiacere i gusti del re, fu quella di dedicarsi a sviluppare un nuovo tipo di commedia, che porterà in seguito alla nascita della commedia di costume moderna, ispirata agli accadimenti quotidiani, scritta in prosa e che obbedisca alla verosimiglianza. A Versailles la collaborazione tra Moliere e Lulli fu stretta e diede molti risultati per l’euritmia cui poesia e musica concorrevano. Il taglio era sempre la satira contro i falsari, spesso vestiti con abiti ecclesiastici al punto che spesso le rappresentazioni venivano proibite dalla chiesa, ma poi venivano riprese per l’appoggio del re. Quando morì, dopo un funerale celebrato di notte, fu sepolto in terra non benedetta. Molière può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di quel rinnovamento teatrale che comincerà a esprimersi compiutamente un secolo dopo, con Carlo Goldoni, fino a raggiungere la piena maturità nel teatro di Anton Čechov. Anche Dario Fo, col suo stile burlesco e satirico, lo ha spesso indicato tra i suoi maestri e modelli.
Tra le tante opere scritte e recitate da Moliere non si possono non ricordare le più famose, forse le più attuali, quelle che hanno dato poi origine anche a rivisitazioni successive, nonché, più recentemente, anche ai film con Alberto Sordi: il Don Giovanni, L’Avaro e Il malato immaginario.

Il Don Giovanni o Il convitato di pietra, è una commedia tragica in cinque atti, rappresentata per la prima volta a Palays Roial il 15 febbraio 1665. Su richiesta della vedova di Molière, ne fecero un adattamento in versi, che rimase il testo adottato sulle scene fino a metà Ottocento. Il personaggio teatrale di don Giovanni ebbe la sua origine in Spagna, era la commedia El Burlador de Sivilla, pubblicata nel 1630 e serviva da esempio e monito a ogni trasgressore della morale umana e della legge divina. Il Don Giovanni di Molière è in prosa, a differenza dei Don Giovanni spagnolo e italiano, che sono in versi. Successivamente crebbe la notorietà del personaggio di don Giovanni, che fu ripreso da varie compagnie europee, per tutto il Seicento e nei secoli successivi. Nella tragicommedia Don Giovanni, dopo aver sedotto e sposato innumerevoli fanciulle, conquistato il cuore di Donna Elvira, convincendola a lasciare il convento per lui, abbandona la città per conquistare una nuova giovane, promessa a un altro. Come egli stesso dichiara in un monologo vuole assaporare tutte le bellezze esistenti anziché amarne una, in quanto apprezza più il “sapore della conquista” che la donna in sé. Sin dall’inizio i vari personaggi che incontra lo esortano a non sfidare il Cielo, ma Don Giovanni, pur essendo cattolico, bestemmia e affronta l’ira divina.
Nell’opera la donna è trattata alla stregua di un oggetto, considerata solo una preda da conquistare. Secondo l’opinione dell’autore, le sue colpe da libertino sono ben poca cosa rispetto alle sue malefatte nei confronti della fede cristiana, verso le quali non c’è possibilità di assoluzione. Nell’opera troviamo elementi antichissimi come la vendetta dei morti, proveniente dal mondo classico e il tema delle statue parlanti, presente in tutta la cultura mediterranea. Si tratta di una tragicommedia essendo presenti elementi tragici come la morte del protagonista, ma anche numerose scene comiche. Il testo è estremamente misogino, non è un caso, infatti, che lo strumento del peccato sia la donna, infatti non viene mai condannata dall’autore la carenza di tenerezza nei confronti delle conquiste di don Giovanni, in quanto le donne non sembrano meritare affetto. Tuttavia nemmeno i personaggi maschili si salvano: il male è condiviso da tutte le figure presenti in scena. Don Giovanni è un “burlador”, un uomo che ride di tutti, che non rispetta nulla e che sposa l’anarchia. L’opera verrà in seguito messa in musica da Mozart, e da lì vi sarà un uso antonomastico del nome di Don Giovanni, nel significato di seduttore libertino.
In campo filosofico diviene evidente il collegamento con Kierkegaard che, amando l’opera di Mozart, ne riprende il profilo del personaggio e vuole scrivere un testo rivolto al “Singolo”, a colui che vive nella massa anonima della società del suo tempo perché possa riflettere su di sé. Per la sfera estetica si rivolge al seduttore, a colui che gode nel sedurre, solo nel sedurre, non nel possesso perché ciò implicherebbe impegnarsi nella realtà matrimoniale; il suo amore non è psichico, ma solo sensuale, è privo di fede/fedeltà per una donna, le seduce tutte in una ripetizione infinita uguale a sé stessa, poiché desidera e continua a desiderare solo questo. 

Nell’Avaro, Molière mette in scena un personaggio vecchio e molto avaro che pur di non abbandonare le proprie ricchezze arriva a ingannare i propri figli. L’amore è subordinato al danaro, proprio come nella commedia Aulularia di Plauto. Vive nel timore di essere derubato e, in seguito, nella consapevolezza del furto subito, cosa che dà spunto a un’infinità di situazioni comiche. Molière affronta nell’opera il tema dell’avarizia scellerata, insieme a quello dei matrimoni combinati e del gioco d’azzardo. Nella commedia, l’avaro in questione è Harpagon, il quale spera che sua figlia Elise si sposi con un uomo ricco, ma vecchio, di nome Anselme, il quale accetterà la ragazza anche senza dote. La ragazza in realtà è innamorata di un altro ragazzo di nome Valère, che però è un povero squattrinato. L’avaro Arpagone non si ravvede. Mentre i suoi figli convolano felicemente a nozze, Arpagone corre ad abbracciare il denaro che parimenti credeva perduto. Insomma, Arpagone, in ultima analisi, resta solo, mentre attorno a lui si celebra l’amore e la famiglia: amore che non può avvertire tanto il suo animo è ormai corrotto e famiglia che ha rinnegato in nome del denaro. L’avaro è, insomma, un’opera che si basa principalmente sull’analisi dei sentimenti, sui moti dell’animo più che sull’azione. I personaggi stessi non vengono descritti fisicamente, mentre largo spazio è dato ai loro sentimenti, ai loro caratteri psicologici, che sono il vero motore della trama. Ad Arpagone, avaro prigioniero del suo stesso vizio, fanno da contraltare i quattro giovani, mossi dall’amore e di animo retto, e una pletora di servitori dall’atteggiamento ambiguo. I temi che ricorrono in quest’opera sono molto attuali. Innanzitutto l’amore subordinato al denaro, la cui gestione è un aspetto estremamente delicato e, al giorno d’oggi, è una delle principali cause delle “guerre in tribunale” per tante coppie. E spesso è causa di separazioni e divorzi. Un altro tema da ribadire è quello del matrimonio combinato. Al giorno d’oggi sono numerose le vicende drammatiche che si sono verificate: basti pensare al caso di Saman Abbas, uccisa il 30 aprile dello scorso anno dallo zio e da due cugini perché, secondo questi ultimi, inseguire i propri sogni significava andare contro le regole del loro Paese e della famiglia. Anche Arpagone, volendo far sposare sua figlia con un uomo ricco, ha voluto imporre delle regole per la famiglia. Un ultimo tema importante è quello del gioco d’azzardo. I due figli, vittima dell’avarizia del padre, dovranno praticarlo per vestirsi dignitosamente al matrimonio. Oggi questa pratica può essere estremamente pericolosa e avere conseguenze psicologiche devastanti. Abusarne, infatti, può causare dipendenza e far perdere la ragione. 

Il malato immaginario fu l’ultima opera di Moliere, che lo vide morire proprio nel giorno della sua presentazione, il 17 febbraio 1673. È una commedia-balletto (commedia con intermezzi di balletti tra un atto e l’altro) sul tema dell’incompetenza e avidità dei medici. Presenta una figura sociale, attuale anche oggi: l’ipocondriaco, ovvero il malato immaginario. La satira da parte dell’autore in quest’opera si manifesta nella rappresentazione, palesemente caricaturale, dell’atteggiamento dei medici in scena, i quali si esibiscono in duelli sulle reciproche conoscenze, in forma pomposa. Molière insiste sul medico come professionista di scarsa qualità che agisce solo in funzione dei propri interessi. In particolare, tutti i dottori di Molière sono profondamente legati al denaro; i medici dimenticano del tutto il loro ruolo positivo e vengono dipinti in atteggiamenti arrivisti che hanno il solo scopo di «far fruttare la malattia, con la frode, con l’inganno».

L’amore per il teatro portò a Moliere il dono della facoltà spontanea di discernere nella realtà umana le zone più varie e insieme più ben connotate. Per soddisfare l’esigenza principale di divertire il pubblico, utilizzava gli strumenti della «verità» e della «naturalezza» che la comicità offre. Dapprima egli colse i gruppi di persone comiche e si compiacque del gioco delle scene, delle stesse volgarità della farsa, della tradizione delle maschere, che gli consentiva, su una psicologia sommaria ed elementare, di trarre in piena luce le situazioni comiche più intense e colorite. Il lungo periodo trascorso nelle recite di provincia fu tutto occupato da questa formazione pratica dell’uomo di teatro, e i suoi primi saggi di commedia ne serbano chiaro il disegno; in seguito tutto questo divenne più sottile e profondo.

Ariane Mnouchkine

Desidero chiudere questo incontro con Moliere ricordando ancora quel meraviglioso film che ha avuto per regia una donna, cosa che me lo rende ancora più gradito; si tratta di Ariane Mnouchkine, nata nel 1939, responsabile del Théâtre du Soleil a Parigi, figlia di un produttore cinematografico di origine russe e di madre inglese. Ecco perché le scene del film risultano così teatrali, è cinema, ma è come se fosse un teatro nel teatro. La regista di teatro francese, Mnouchkine, in una intervista, ha detto che per recitare, lei invita gli attori a un viaggio nell’infanzia, la quale con il potere magico che contiene, è il punto di partenza del lavoro: durante le prove, l’attore deve poter invocare l’infanzia, chiamarla a sé in qualunque momento. All’attore, all’attrice, è quindi richiesto un dovere di credulità, di ingenuità e innocenza che deve sviluppare nel corso delle improvvisazioni insieme al suo principale muscolo: l’immaginazione, un muscolo che si allena e si rinforza, come gli altri, e che serve a trasformare in poesia la verità. Bisogna quindi, secondo lei, per fare teatro, partire dall’inconscio per andare alla ricerca di questa fibra arcaica, ancestrale. Così avviene nel suo film del quale mi restano memorabili nella mente alcune scene, come quella del carro teatrale, del periodo in cui la compagnia di Moliere vaga per tutta la Francia che, in aperta campagna, viene preso dal vento e inizia a muoversi sempre più velocemente con tutti i teli svolazzanti, seguito dai teatranti che lo rincorrono ridendo. Il carro si sta avvicinando pericolosamente a un burrone e la comicità si sarebbe trasformata presto in tragedia, visto che sopra ci sono tre attori abbarbicati a colonne… ma, a pochi metri dal precipizio, il vento si placa, la scena si ferma e dopo un istante i tre attori riprendono a recitare il loro dialogo dal punto dove lo avevano interrotto. Un’altra scena per me fantastica è quella del trasporto delle gondole, donate dal Doge al re Sole, che da Venezia dovevano essere trasportate a Versailles. La ripresa si svolge su un passo alpino del confine italo-francese innevato, con le gondole trainate da villani e villane che tirano le funi camminando a fatica nella neve. Solo una grande creatività, quella che non può essere imbrigliata in nessun modo, tipica di una compagnia teatrale contemporanea, nata a Parigi nel 1964, e tuttora fiorente… poteva rendere omaggio con una tale sceneggiatura al grande Molière.

In copertina. Molière, ritratto di Nicolas Mignard, 1658, (particolare).

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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