Noi, loro, gli altri

Le sfumature grigie di questi giorni sono la cornice perfetta per immergersi in un’opera uscita recentemente e che ha letteralmente inondato ogni media: Noi, loro, gli altri di Marracash.
La volontà non è quella di recensire o analizzare artisticamente l’album, l’hanno già fatto meglio di me centinaia di esperte\i settoriali, vere\i o presunte\i.
Il disco, dopo pochi giorni dall’uscita, infatti, ha già collezionato milioni di ascolti e visualizzazioni su tutte le piattaforme digitali che, ormai da tempo, hanno sostituito l’acquisto del disco fisico, sorprendendo tutte e tutti, non essendo stato anticipato da alcuna campagna pubblicitaria. L’azzardo, però, ha confermato il successo e l’evoluzione di un rapper che, in realtà già con il precedente album, Persona,  dimostra di essere uno degli autori più poetici e capaci di rappresentare la realtà. A differenza del precedente, però, più introspettivo, i temi trattati nelle nuove canzoni fanno di questo album un manifesto socio-politico alieno da tutto il resto della musica mainstream: Marracash mette al centro e porta al grande pubblico tematiche come la rabbia sociale, l’accusa alla superficialità dilagante, la critica alla società capitalistica dell’apparenza, dell’individualismo e delle lotte istituzionalizzate e frammentate.
È la fotografia di un Paese che stenta ad affrancarsi dalle solite “questioni” ed è scattata dall’autore senza retorica, con una profondità che ormai raramente si ritrova nelle canzoni e che restituisce spessore ad un genere, il rap, da tempo appiattito, almeno in ciò che passano in radio, su schemi sempre più da commerciali e banali. Il rischio è proprio che questo lavoro finisca nel tritacarne delle mode del momento, che già cerca di spostare il focus sulla storia d’amore finita con Elodie e sul dissing con Fedez, uno degli artisti molto poco celatamente attaccati nell’album. Proprio questo consumo veloce dell’opera, quasi come una trappola tesa dallo stesso autore, definisce con chiarezza i “loro”, quelli che non si sono accorti della vita che, con una crudezza e una complessità proprie di chi ha vissuto ciò che racconta, trasuda dai testi. Ed è la vita di tutti quei “noi” che provano a non addormentarsi, come “gli altri”, nella rincorsa utopica dei quindici secondi di fama o nell’illusione di stare vivendo, perché parte della ricchezza di qualcun altro. Il protagonista dell’album è il popolo, quello che vive al di sotto della fascia, sempre più stretta, di chi ha le possibilità economiche per influenzare e governare, di fatto, il Paese ed i consumi, ma è al di sopra della fascia, sempre più ampia, di chi è lontano da ogni speranza, da quegli “ultimi” che grandi autori e autrici degli scorsi decenni hanno saputo raccontare, anche in musica.
Questo galleggiare appena al di sopra della disperazione distrae e spinge, spesso, a non accorgersi della distanza che cresce con chi continua ad accumulare ricchezza e potere: verso costoro non cresce un dissenso, la famosa lotta di classe, ma, anzi, aumenta una sorta di venerazione, nella grande bugia che chiunque può arrivare. Si tratta del mondo dei precari, delle persone fragili, dei quartieri difficili (e non per forza periferici), dei “senza prospettiva” che costruiscono la vita giorno per giorno, dei “forse un cane senza figli”, delle relazioni a distanza, dei “martellanti dubbi”. Di tutti coloro che un tempo avremmo definito classe media ma che oggi sprofondano sempre più: basta un niente, come la decisione di qualcuno di spostare i propri profitti altrove, o un marasma mondiale, come il virus, per cadere nel gradino più basso, per sbagliare e diventare oggetto del dibattito, sì pubblico, ma di cronaca, o crollare, nel tentativo di soffocare una fragilità che abbiamo sempre tenuto lontana. In tutto questo calderone nero un posto privilegiato lo occupa  la generazione dei forzatamente giovani, quella che salta di crisi in crisi, da quella economica a quella pandemica, da quella ambientale a quella americana-cinese: una generazione costretta a sopravvivere nell’ombra, ormai consolidata, delle nonne e dei nonni in pensione, della generazione del posto fisso e di quota 100, i genitori, e delle leggendarie future generazioni che passano, lasciando il posto alle future delle future. Tutta gente, insomma, poco interessante, troppo poco influencer per fare notizia e troppo poco disagiata o giovane per divenire emergenza (di cui, comunque, si parla tanto ma poco ci si occupa).
Ed è proprio a loro che, pare, appellarsi Marracash quando, in un passaggio del disco, consta amaramente che: «…oggi che possiamo rivendicare di essere bianchi, neri, gialli, verdi o di essere cis, gay, bi, trans o non avere un genere, non possiamo ancora essere poveri, perché tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi, no? Oggi, che tutti lottiamo cosi tanto per difendere le nostre identità, abbiamo perso di vista quella collettiva, l’abbiamo frammentata…».

Nell’immaginario di questo Paese, infatti, non avere mezzi di sostentamento idonei a garantirsi una sopravvivenza dignitosa è ancora considerata una colpa, basta leggere il dibattito sul reddito di cittadinanza. Eppure nel 2020 la povertà assoluta è cresciuta, raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (dati Istat). Al dato prettamente economico si aggiungono quello educativo, con una dispersione scolastica tra le più alte in Europa, quello relazionale e quello sociale: con la pandemia sono aumentati i fenomeni dei disturbi psicologici, come la depressione, la solitudine, fino ad arrivare ai suicidi, specialmente nelle fasce giovanili e nelle donne. La dedica finale della canzone Laurea ad honorem, che narra di una ragazza impegnata a superare le difficoltà di una vita che ci segna dalla nascita, non rendendoci mai tutte e tutti realmente uguali, lo esplicita con chiarezza e, con la scelta di appropriarsi proprio del titolo accademico, Marracash pare segnare la distanza enorme che oggi c’è tra la gente e gli intellettuali da salotto, che pure sono corsi ad elogiare l’autore: «…a tutti i ragazzi disastrati venuti su dritti, che vivono in case cadenti tra le rovine delle loro famiglie, una laurea ad honorem a te che sei la più forte».

A tutto questo, poi,  il dibattito politico neanche ci pensa, ma sembra non essercene piena consapevolezza neanche in chi la situazione la vive, riempite\i come siamo da false vite, «dall’ipocrisia, dal rumore di fondo e da chi sceglie solo le proteste monetizzabili». Una delle differenze, con chi condivide con lui la scena musicale, che più risalta è che Marracash non si eleva da quest’affresco, rinchiudendosi in pseudo ville dorate o vite da gangster intoccabile, ma ne fa parte in pieno. Un qualcosa che avvicina, seppur siano due mondi diversissimi, questa narrazione alla serie Strappare lungo i bordi di Zerocalcare, uscita negli stessi giorni del disco, e che, come quest’ultimo, ha da subito riscosso un grandissimo successo di pubblico e critica. Sulla serie valgono le stesse riflessioni fatte per il disco, solo che invece di Elodie e Fedez, visto l’autore da sempre poco propenso alla vita mondana, la critica si è spostata sull’uso del dialetto romano, ad un tratto divenuto un limite. Nella serie animata c’è una narrazione ironica e lucida, reale ma delicata, che ti incolla al dispositivo  (quello che hai scelto per installare l’abbonamento, diviso con tre o quattro tra amici e amiche), facendola gustare tutto d’un fiato. Solo che, alla fine, ti rimane un macigno emotivo, di quelli che ti tengono gli occhi incollati al soffitto, prima di dormire, per ore. Credo che non sia un caso che i due artisti facciano parte proprio di questa generazione e che, nonostante il successo, continuino a sentire sulla propria pelle l’irrequietezza, il disagio e l’inquietudine, o almeno così trasmettono.

Non so se alla fine, in me, sia più forte la rabbia per una società che sembra incontrovertibile, la tristezza per le piccole e grandi fragilità individuali, per le aspirazioni che, gioco forza, ad un certo punto si devono tradire, come quelle che i genitori volevano cucirci addosso (i famosi bordi che dovevamo strappare), o il mezzo gaudio di sapere di non essere sole e soli e che, sotto sotto, dietro le maschere (e, ormai, le mascherine) che indossiamo quotidianamente, sui social e in strada, tante e tanti vivono le stesse difficoltà. Siamo abituate\i a godere solo dei grandi miti passati, ai confronti con epoche che sembrano sempre più belle, vive e sognanti delle nostre, a pensare che la nostra debba essere un’era di passaggio, condannata ad una vita più povera e triste di quella che ci ha preceduto. Ed invece anche la nostra generazione esiste, si racconta, vive. Proprio da questa considerazione mi è scattato un moto di orgoglio: c’è bisogno di appropriarsi di queste due opere, di preservarle da coloro che le elogiano per disinnescarne il contenuto, di viverle. Forse anche per ricreare un’identità che ci faccia sopravvivere all’appiattimento culturale, per ritrovare dei punti di contatto, e non solo di connessione. Per un’appartenenza collettiva, di classe. Per svegliare gli altri. Per non diventare presto noi, irrimediabilmente, loro.

***

Articolo di Sasy Spinelli

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Nato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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