Quando sono le donne a sbagliare… Ancora sulla lingua di genere

Via via su queste pagine non ci stanchiamo di tornare sul tema, d’altra parte si dice: la lingua batte dove il dente duole. E qui di lingua proprio si tratta. Ma di lingua di genere e di rispetto della nostra grammatica, codificata da secoli, anche se periodicamente aggiornata come è giusto che sia, grazie ai prestiti, ai neologismi, alle tecnologie, all’evoluzione sociale e culturale.

Specie dopo aver frequentato due corsi on-line della prof.ssa Giuliana Giusti presso l’Università Ca’ Foscari (vedi anche evento del 9 aprile 2021), e dopo aver conosciuto e apprezzato la prof.ssa Cecilia Robustelli, quando apro un libro o un giornale, faccio parecchio caso al lessico utilizzato da chi scrive; infatti, l’argomento per noi “toponomaste” è molto “caldo” se in ogni articolo, saggio, volume che realizziamo applichiamo una attenzione quasi maniacale al rispetto dei generi.

Personalmente (e l’Accademia della Crusca, con il suo autorevolissimo parere, ne stigmatizza l’uso) non amo per nulla gli asterischi finali, del tipo: bambin*; se nella scrittura si potrebbe pure accettare, la parola risulta assolutamente illeggibile e impronunciabile; perché non scrivere (e dire) semplicemente: il bambino e la bambina? La stessa cosa vale per quella specie di e rovesciata (lo scevà o schwa), utilizzata abitualmente dalla scrittrice e giornalista Michela Murgia. Anche in questo caso, trattandosi di una lettera non esistente nel nostro alfabeto, non si pronuncia proprio.

L’italiano è una lingua “perfetta” e con regole precise, non si può tirare di qua e di là come un pezzo di stoffa: un nome (articolo, aggettivo, pronome) o è maschile o è femminile; tertium non datur. Non abbiamo il neutro, peraltro in latino e in greco riferito solo eccezionalmente agli esseri umani. Ormai non se ne può più di citare infiniti esempi, illustri pareri, testi accreditati delle massime autorità in materia; il famoso “maschile inclusivo o non marcato” non include, lo sappiamo bene. Proprio di recente (24 settembre scorso), nell’articolo Un asterisco sul genere, firmato da Paolo D’Achille, l’Accademia della Crusca si è pronunciata ancora una volta ricordando che il genere grammaticale non sempre corrisponde al genere naturale: infatti usiamo il lei di cortesia e diciamo la guida, la sentinella, la spia che sono nomi femminili, ma più spesso si riferiscono a uomini; d’altra parte, abbiamo il soprano e il contralto che sono cantanti donne. Ci ricorda pure le bizzarrie “sessuali” del mondo animale e che, negli oggetti, il femminile e il maschile sono convenzionali: perché la sedia è femminile e il tavolo maschile?

La disamina della questione (che trovate facilmente su internet) è assai ampia e articolata, ricca di esempi, con pro e contro per le varie tesi. Certo è che, anche per educazione, rivolgendosi alle persone in pubblico si dirà: care italiane, cari italiani (come diceva sempre l’amato presidente Ciampi); gentili signori, gentili signore; ragazzi e ragazze, buongiorno. Si sa che la Crusca (che non ha alcun potere di indirizzo politico, a differenza della Real Academia Española e dell’Académie Française) non spinge ad estremizzare e a prendere posizioni drastiche, evidenziando che qualsiasi lingua è un organismo vivo, in continua evoluzione e adeguamento alla realtà, per cui la consuetudine da un lato, l’uso dall’altro vanno in parallelo, non in conflitto.

Quello però che mi ha portato a ritornare sull’argomento è un articolo comparso il 23 novembre sul Corriere della Sera: mentre fra me e me festeggiavo il fatto che una donna, la prima, Ambra Francolini, fosse diventata a Brindisi la guida di un battaglione d’assalto, la Brigata San Marco; quindi, ero pronta a celebrare un nuovo successo e un nuovo primato femminile, sono stata subito delusa. Il tenente di vascello, al comando di 108 soldati, alla domanda: «Il o la comandante?», risponde: «Sono legata alle tradizioni: io sono “il comandante”»; e subito dopo: «Più marinaia o fuciliera?», e lei: «Fuciliere di marina, il meglio che possa capitare».

Ambra Francolini (www.corriere.it)

All’ultimo festival di Sanremo la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, che persino Wikipedia definisce al femminile, risulta aver detto di preferire la forma al maschile, come se esistesse una scelta. Ecco cosa intendiamo quando diciamo che sono le donne, talvolta, a ignorare deliberatamente la grammatica e quindi a sbagliare, a non credere in sé stesse fino in fondo, a non capire di avere una grande responsabilità e a “camuffarsi” per ostentare un ruolo maschile, erroneamente ritenuto superiore per importanza. Mentre stanno proliferando i romanzi gialli, italiani e stranieri, a firma femminile, con protagoniste donne, mi sono divertita a dare un’occhiata e a verificare come sono definite queste impavide eroine, magari con i tacchi a spillo (Lolita Lobosco) o con improbabili vestitucci leopardati (Imma Tataranni). Sono per lo più: ispettore, commissario, sostituto procuratore legale, vicequestore aggiunto, medico legale, avvocato quasi si fosse in un altro secolo, prima ancora che la nostra amica Rosa Oliva ottenesse giustizia nel 1960 e facesse cambiare la legge che impediva alle donne di accedere per concorso alla magistratura e alla carriera prefettizia. Da allora si dice: prefetta; certo: prima non ce ne erano mai state. Neppure le recenti serie televisive “correggono” gli errori; se avete seguito almeno una puntata di quella (invero bruttina e poco aderente allo spirito caustico della simpatica poliziotta barcellonese) dedicata a Petra Delicado lo avrete notato. E la regista è donna… Se poi le stesse autrici, nei loro brillanti curricula, si definiscono: medico oftalmologo (Cristina Cassar Scalia), caporedattore (Rosa Teruzzi), direttore responsabile, ecc. cosa ci dobbiamo aspettare quando tratteggiano i loro personaggi?

Comunque, anche gli scrittori, uomini, ci si mettono d’impegno: avevo aperto e iniziato un romanzo italiano dal titolo invitante Una donna in guerra, ma l’ho richiuso dopo poche pagine, di fronte a frasi surreali del tipo: «Era il direttore dell’AISI. “Nulla, signor direttore”. MGC si alzò». (pag. 51) E ancora: «”Lei ha mai fumato, Ice?” “Non fumo da vent’anni, signor direttore”». (pag. 49) Indovina indovinello: chi sono Ice e MGC? Ice è Aba, «madre, moglie, impiegata e agente segreto» (o segreta?), l’altra, la capa, è Maria Giovanna Cordero. Non aggiungo altro.

Quanta strada ancora da fare, se questa è la situazione reale della letteratura, che dovrebbe essere un settore trainante della cultura e quindi del cambiamento… Ma noi continuiamo con coerenza a portare avanti la pacifica battaglia, non per vuoto formalismo o ripicca, ma solo per puro e semplice amore per la nostra bella lingua.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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