Sofonisba, la prima pittrice di fama europea

Sofonisba Anguissola, di cui il 2 febbraio ricorre l’anniversario della nascita, fu pittrice del tardo Rinascimento, nota soprattutto per i suoi ritratti, una delle prime artiste conosciute e una delle prime a godere di una reputazione internazionale. Nacque a Cremona nel 1532 dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, ascritta al patriziato veneziano, prima di sette figli, sei femmine e un maschio. Fu educata allo studio della letteratura, della musica e della pittura insieme alle sue sorelle, anche loro pittrici, Lucia ed Elena: il padre, Amilcare, che faceva parte del Consiglio dei Decurioni che governava la città di Cremona per conto del re di Spagna Filippo II, amante dell’arte, come un vero uomo del Rinascimento, seguiva i dettami enunciati da Baldassare Castiglione nel trattato Il Cortegiano sulla corretta educazione delle giovani donne. Ma furono anche le precarie condizioni economiche della famiglia e la necessità di provvedere alla dote di sei figlie che indussero il padre a cercare una fonte di entrata supplementare e ad incitare le ragazze alla pittura come professione e non come passatempo. E Sofonisba provvide materialmente al sostentamento familiare e a quello del fratello dopo la morte di Amilcare. Nel 1546 sia Sofonisba che Elena, la secondogenita, furono mandate a pensione presso la casa di Bernardino Campi, eminente pittore locale, dove vissero tre anni per essere avviate all’arte della pittura: è il primo caso, documentato in Italia, di ragazze che vivono nell’abitazione di un pittore, per assecondare la loro inclinazione. Quando nel 1549 Campi lasciò Cremona per Milano, Sofonisba ebbe come secondo maestro Bernardo Gatti, detto il Sojaro, poi lei stessa divenne l’insegnante di pittura delle sorelle minori. Elena in seguito si ritirò nel convento domenicano di San Vincenzo a Mantova, assumendo il nome di suor Minerva. Il primo dipinto a noi noto di Sofonisba, del 1551, è proprio un ritratto della sorella, fattasi monaca.

Ritratto di Elena

Lucia apprese da Sofonisba stile e tecniche, che furono talmente simili da creare difficoltà nell’attribuzione dei loro dipinti. Oggi, grazie alla recente attenzione della critica, le vengono attribuite opere precedentemente assegnate alla più famosa sorella. Solo due sono però autografe, un Autoritratto (ora al Castello Sforzesco di Milano) e il Ritratto di Pietro Manna, medico in Cremona (presso il Museo del Prado di Madrid). Nell’autoritratto Lucia si raffigura ventenne, con aspetto austero nel suo semplice abito scuro, da cui spuntano le maniche e il colletto della camicia di colore chiaro. Si sa che morì precocemente, intorno ai trent’anni.

 Lucia Anguissola, Autoritratto
Lucia Anguissola, Ritratto di Pietro Manna

Sofonisba ricevette apprezzamenti anche da Michelangelo Buonarroti, al quale il padre aveva inviato alcuni disegni della figlia, tra cui Fanciullo morso da un gambero:l’artista vi aveva ritratto il fratellino Asdrubale mentre, mettendo la mano in un cestino, dove era nascosto un gambero, viene morso e piange per il dolore improvviso, consolato dalla sorella. Questo disegno, che anticipa il Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio, rappresenta la prima espressione artistica in cui una sofferenza fisica inattesa provoca l’espressione del pianto.

Fanciullo morso da un gambero

Fra il 1552 e il 1558 Sofonisba realizza alcuni autoritratti fra cui Autoritratto del 1554, Autoritratto alla spinetta del 1555 e Autoritratto al cavalletto del 1556 ca. L’autoritratto divenne in quel periodo un segno distintivo di affermazione della donna artista, una orgogliosa rivendicazione identitaria. Nel primo, conservato a Vienna, la ragazza ha un aspetto casto, indossa un abito austero e non porta gioielli; tiene in mano un libro aperto, in cui si legge questa frase: Sophonisba Anguissola Virgo seipsam fecit 1554, e con gli occhi tondi e chiari sembra dialogare con chi la guarda. La sua pittura qui è ancora immatura e c’è qualche imprecisione nella rotondità del viso. Con lo stesso abito e identica pettinatura ed espressione Sofonisba si rappresenta in Autoritratto alla spinetta, conservato a Napoli. Nel più tardo Autoritratto al cavalletto, visibile nel castello di Łańcut, nella Polonia meridionale, l’artista è più attenta ai particolari. Sta dipingendo un quadro che non sappiamo se sia mai stato realizzato: si tratta di una Madonna che bacia teneramente il Bambino il cui braccio è lambito dal pennello; la tavolozza è appoggiata sopra la mensola del cavalletto, pronta con una ricca miscela di colori; il vestito, in perfetta sintonia con la moda del tempo, è protetto da un grembiule da lavoro nero; i capelli della ragazza, divisi da una riga centrale, sono raccolti in una treccia che le gira intorno al capo. La datazione di quest’opera potrebbe essere il 1565, anno della morte di sua sorella Lucia. Questo spiegherebbe anche la dedica alla Madonna con Bambino.

Autoritratto
Autoritratto alla spinetta
Autoritratto al cavalletto

Partita a scacchi, del 1555, è forse il suo dipinto più famoso: sono raffigurate Lucia (a sinistra), Minerva adolescente (a destra), la sorellina Europa che sorride e la governante che osserva. La scena è intima, carica di affetti familiari. Le due ragazze si sfidano in una competizione alla conquista di un primato femminile, che possa gareggiare con quello maschile. Netto è il contrasto fra le giovani e la vecchia, fra le ragazze ricche, che indossano gioielli e abiti ricamati, e la popolana. Sullo sfondo un giardino dove si innalza una quercia, ricoperta di foglie. In questo dipinto e nell’Autoritratto alla spinetta la pittrice considera l’abilità femminile nel gioco degli scacchi e nel suonare uno strumento musicale come complemento essenziale nell’educazione delle giovani donne di elevata condizione sociale.

Partita a scacchi

In Ritratto di famiglia Anguissola, del 1558 ca, sono presenti il padre Amilcare, il fratello Asdrubale e la sorella Minerva. Il dipinto fu ammirato e descritto da Giorgio Vasari che, per vederlo, si recò di persona a Cremona, soggiornando in casa Anguissola, dove l’opera era allora conservata. Nella seconda edizione delle Vite ebbe a dire dei ritratti realizzati da Sofonisba che erano così straordinariamente somiglianti, «tanto ben fatti che pare che spirino e siano vivissimi». Le persone sono colte nell’intimità familiare, in atteggiamenti di protezione e tenerezza. Non manca il cagnolino, simbolo di fedeltà e di amicizia. Nello stesso tempo, però, la composizione è aulica: Minerva, elegante nel suo abito damascato, con una mano regge la veste e con l’altra stringe un mazzolino di fiori, sorridendo teneramente. Il piccolo Asdrubale, col suo spadino e i guanti di pelle, è l’espressione tipica del rampollo di famiglia nobile. Il padre punta gli occhi fuori del quadro. Dietro compare un paesaggio alla maniera fiamminga.

Ritratto di famiglia Anguissola

La fama di Sofonisba si diffuse e nel 1559 su raccomandazione del Duca d’Alba fu invitata come ritrattista a Madrid, alla corte di Filippo II, dove, oltre a dipingere ritratti, fu dama di compagnia della terza moglie del sovrano, Elisabetta di Valois, a cui diede anche lezioni di pittura. Sofonisba eseguì ritratti di quasi tutti i membri della famiglia reale, ma su nessuno di essi poté apporre la sua firma, non rivestendo la carica ufficiale di pittrice di corte, e inoltre la maggior parte andò perduta in un incendio a palazzo durante il XVII secolo.


Non avrebbe ricevuto una paga in cambio dei suoi servigi, ma solo preziosi tessuti e gioielli; secondo altri pareri invece il suo salario annuale sarebbe ammontato a cento ducati, somma che veniva riscossa dal padre e dal fratello.

Nel Ritratto di Elisabetta, databile 1561-1565 circa e conservato nel Museo del Prado a Madrid, la regina si presenta a tutta figura nello splendore della sua giovanissima età ed esprime forza e sicurezza. L’abito nero, lungo fino ai piedi, ha maniche larghissime, fermate sul polso da un gioiello, ed è impreziosito sul davanti da un ricamo di perle. Una cintura in oro e pietre preziose le cinge la vita e al collo pende una collana di uguale disegno. La regina ha in mano un piccolo ritratto del marito. Questo dipinto è attribuito a Sofonisba Anguissola per la ricchezza e minuzia dei particolari, per l’equilibrio dell’impianto e per l’introspezione psicologica. Le caratteristiche che rendevano pregevoli i suoi ritratti erano infatti la capacità di impadronirsi dei tratti psicologici del personaggio che ritraeva e l’attenzione ai minimi dettagli, come lo sfarzoso guardaroba e i preziosi gioielli indossati a quel tempo.

Ritratto di Elisabetta di Valois, attr. a Sofonisba Anguissola

Elisabetta di Valois (1545-1568) era una principessa francese, del ramo dei Valois-Angoulême; divenne regina consorte di Spagna sposando giovanissima, il 27 giugno 1559, il re Filippo II che era al suo terzo matrimonio, ed ebbe cinque figlie, di cui solamente due divennero adulte, Isabella Clara Eugenia e Caterina Michela. Morì di parto prematuro insieme alla sua ultima bambina. Sofonisba Anguissola si prese cura delle due infante orfane e le dipinse in un delicato quadro: Infante Isabella Clara Eugenia e Caterina Michela, conservato a Buckingham Palace. La pittrice coglie una gran tristezza negli occhi delle due bambine per la perdita della madre. Chiuse nei loro abiti sontuosi, di pesante broccato, nei loro gioielli, nelle loro complicate pettinature, sembrano immobili, quasi identiche.


Isabella ha come compagno di giochi un pappagallo che è poggiato sul suo polso, mentre Caterina accarezza la zampa di un cagnolino accucciato sul tavolo.

Ritratto di Infante Isabella Clara Eugenia e Caterina Michela,
attr. a Sofonisba Anguissola

Alla morte della regina, Sofonisba rimase alla corte di Spagna ancora per alcuni anni, le successe poi il giovane pittore fiammingo Antoon van Dyck, che, spinto da grande ammirazione per colei che lo aveva preceduto, volle incontrarla a Palermo il 12 luglio 1624: durante la visita registrò i suoi consigli e disegnò l’anziana pittrice nel suo taccuino.

A quarant’anni decise di prendere marito. Verso il 1571, mentre era ancora a Madrid e con una dote fornita dal re, sposò un nobile siciliano, Fabrizio de Moncada, fratello del viceré di Sicilia, uomo di larghe vedute. Contrariamente a quanto si pensava prima, che si fosse stabilita con lui in Sicilia, recenti studi suggeriscono che potrebbe essere rimasta in Spagna dopo le nozze. Il 27 aprile 1578 il marito morì annegato nei pressi di Capri durante un attacco pirata mentre si stava recando su una galera alla corte di Filippo II. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio, nel 1579 sposò in seconde nozze un nobile genovese, il capitano Orazio Lomellino, vedovo con un figlio, incontrato a bordo di una nave mentre si dirigeva a Cremona. La coppia avrebbe vissuto a Genova per 35 anni. Durante questo lungo periodo Sofonisba proseguì la sua opera di ritrattista per le famiglie aristocratiche della città, influenzata dall’attività del pittore locale Luca Cambiaso. Trasferitasi nel 1615 col marito a Palermo, continuò a dipingere nonostante un forte calo della vista, che alla lunga le impedì di esercitare la sua arte. Morì a Palermo ultranovantenne, il 16 novembre 1625.

Il suo lavoro, come quello di molte pittrici, fu spesso attribuito a pittori maschi del periodo, nel caso di Anguissola, ad artisti come Tiziano, Leonardo da Vinci, Giovanni Battista Moroni e Francisco de Zurbarán.

Antoon van Dyck ebbe a dire del suo incontro con la pittrice: «Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri». Giorgio Vasari notò nelle sue Vite dei più eminenti pittori, scultori e architetti che ella aveva «lavorato con più studio e più grazia di qualsiasi donna del nostro tempo a problemi di disegno, perché non solo ha imparato a disegnare, dipingere e copiare dalla natura, e riprodurre opere più abilmente di altri artisti, ma ha dipinto da sola alcuni dipinti più rari e belli».

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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