Una bambina e basta

Cosa può capire una bambina di sei anni della guerra, dell’essere «nata ebrea», delle deportazioni? Assolutamente tutto. A loro modo infatti, i bambini e le bambine origliano, sentono, comprendono ogni cosa di quello che i/le grandi si dicono, progettano, commentano. Si accorgono subito se c’è un’atmosfera strana, se qualcosa non va, se i genitori sono preoccupati.
Ecco, Una bambina e basta (1994), il racconto autobiografico di Lia Levi è un viaggio nel tempo attraverso gli occhi e le orecchie di una piccola bambina (Lia) durante gli anni della guerra e delle persecuzioni razziali.
Nel 1939 Lia è una bambina come tutte le altre, frequenta la scuola pubblica a Torino, gioca, va in villeggiatura, ha una tata di nome Maria.
Tuttavia, con il passare dei mesi e degli anni, si trova a cambiare e a considerarsi sempre meno una  «bambina» e sempre di più una «bambina ebrea»: senza evidente motivo infatti cambia scuola, il padre viene licenziato, la signora a servizio nella loro famiglia deve lasciare la loro casa, non possono più andare in vacanza in Liguria, né dalla nonna.
Gli avvenimenti storici del ‘39-’45 vengono quindi ripercorsi attraverso ricordi d’infanzia fatti di suoni, colori, sapori e sensazioni. Dallo studio improvviso e intensivo del francese, in vista di una fuga in Francia, al «buffo» vivere in un albergo, ai mesi a Milano in una nuova scuola, al trasloco a Roma, fino all’anno passato in un convento nelle campagne laziali tra la paura dei tedeschi e la speranza di tornare a casa.
Ciò che tuttavia veramente colpisce e affascina di questa piacevole lettura non sono gli avvenimenti storici e narrativi, che commuovono e fanno riflettere, ma è la crescita, il cambiamento interiore , di questa straordinaria bambina nei confronti di ciò che la circonda.
Inizialmente infatti la piccola accetta ogni cosa, quasi passivamente, con una fiducia purissima nei confronti del padre e della madre: cambia tre scuole, si applica nello studio del francese (che poi non servirà a nulla), obbedisce quando la mandano con la sorella in convento, crede, anche se con qualche dubbio, quando le dicono che i bombardamenti sono «fuochi d’artificio…una prova per la guerra».

Progressivamente però la bambina cresce, e riflette su quello che le accade intorno: le parole che sente dire dai/dalle grandi suscitano pensieri e riflessioni proprie. Come, ad esempio, lo stupore di fronte a un gruppo di tedeschi spiati dalla finestra del convento: «sono questi uomini belli, allegri, tutti stirati che ci hanno fatto cambiare vita? Forse i grandi si sono sbagliati ancora una volta».
 La giovane inizia quindi pian piano ad avere un punto di vista più delineato, fatto sempre di idee di bambina, sia chiaro, ma pur sempre un punto di vista. Si potrebbe dire una presa di coscienza progressiva di una piccola dodicenne che «si arrampica per provare a crescere», anche se effettivamente è ancora una bambina.
L’anno passato nel convento delle monache nella campagna laziale è in questo senso un punto di svolta: la Lia bambina ha ormai chiaro il motivo di tutti quei cambiamenti, lo comprende dai discorsi con le coetanee  e dai sussurri delle altre donne, e ne ha anche paura. La parola «ebrea» è un tabù, come lo sono il suo nome e il suo cognome. I tedeschi con le retate fanno paura. Sorge per questo, spontaneo e innocente, un pensiero : «che colpa posso avere io, se ebrea ci sono nata?». Tra una preghiera in ebraico e un Ave Maria presto la crisi interiore diventa anche crisi religiosa, «non il Dio ebraico sempre arrabbiato, ma quello buono dei cristiani»; è la madre della piccola Lia che qui interviene e reprime i suoi pensieri, i suoi ragionamenti.
Ma è sempre la madre che, dopo anni di cambiamenti, fughe,  paure e preoccupazioni, alla fine della guerra la corregge, quasi sgridandola, mentre la piccola scrive una lettera definendosi una «bambina ebrea»: «Non sei una bambina ebrea, hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta».

E così dicendo, la piccola Lia viene liberata dall’enorme peso di quegli anni, dalla difficoltà di sentirsi discriminata, diversa dalle altre bambine. È tornata ad essere una bambina come le altre e, anche se alcune ferite e sofferenze non si possono rimarginare, la conclusione del libro è intrisa di una vivida speranza.
Il racconto di Lia Levi è per questi motivi una lettura imperdibile, pieno di spunti di riflessione, ricco di sensibilità e, senza dubbio commovente.

Lia Levi
Una bambina e basta

Edizioni E/O, Roma, 1994
pp. 128

***

Articolo di Marta Vischi

Laureata in Lettere e filologia italiana, super sportiva, amante degli animali e appassionata di arte rinascimentale. L’equitazione come stile di vita, amo passato, presente e futuro, e spesso mi trovo a spaziare tra un antico manoscritto, una novella di Boccaccio e una Instagram story!

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