La donna nell’antico Giappone. Imperatrici, scrittrici, guerriere

A dispetto dello stereotipo comune, che considera la donna orientale storicamente sottomessa all’uomo, la società giapponese più antica si caratterizza come una società tribale matriarcale, tanto che la successione va per linea femminile e molte donne guidano i loro clan, come, ad esempio la leggendaria regina Himiko che si mette alla testa degli Yamatai (I-II secolo d.C.). La capacità femminile di generare la vita pone la donna su un piedistallo di onorabilità e rispetto. Anche la religione autoctona del Giappone, lo shintoismo, che tra le miriadi di divinità annovera molte figure femminili, pone alla pari entrambi i sessi, arrivando quasi a divinizzare la donna. Tra le principali divinità c’è la dea del sole Amaterasu, ritenuta la progenitrice della famiglia imperiale. 

La dea Amaterasu emerge dalla Grotta Celeste nella Roccia e illumina la Terra. Shunsai Toshimasa, 1887

In un tempo lontano la donna giapponese ha un ruolo centrale nella società e occupa anche posti di responsabilità e di potere. Secondo alcuni documenti scritti nei periodi successivi (dal 1185 al 1573), le donne ricevono una regolare istruzione, ereditano i beni di famiglia, gestiscono autonomamente le proprie attività, possono sposarsi e divorziare liberamente, abortire e anche avere relazioni sessuali aperte.

Imperatrice Suiko

La condizione femminile subisce un graduale cambiamento nel VI-VII secolo, con l’introduzione del buddhismo, che rifiuta un ruolo sociale alla donna, e del pensiero di Confucio. Se, dunque, nell’epoca primitiva la donna gode di rispetto e venerazione, la sua posizione cambia radicalmente con l’avvento del Buddismo, divenuto religione di Stato nel 593 sotto l’imperatrice Suiko (554-628). Il Confucianesimo, nel considerare la donna un essere inferiore, adotta un codice sociale di comportamento, chiamato “tre obbedienze e quattro virtù”, un insieme di principi morali che le fanciulle e le donne sposate debbono tassativamente seguire. Le tre obbedienze alle quali la donna deve sottostare sono quella del padre finché è nubile, del marito come moglie casta, virtuosa e devota, dei suoi figli, nel caso diventi vedova. Le quattro virtù femminili devono essere sviluppate: nell’Etica del matrimonio; nel Dialogo; nel Volto, ovvero nel comportamento, nei modi e nell’aspetto; nelle “Opere”, vale a dire che la donna non deve avere avuto nessun rapporto sessuale prima del matrimonio, quindi arrivare vergine alle nozze, essere una brava moglie e dare un’educazione moralmente esemplare ai propri figli e figlie.

Nelle epoche Nara ed Heian (dal secolo VIII al XII), il potere cade in mano maschile e le donne della nobiltà cominciano ad avere un ruolo di secondo piano, all’ombra del marito e dei figli maschi, recuperando un minimo di potere solo come suocere. Accade sempre più frequentemente che le figlie diventano meri mezzi per saldare amicizie o stipulare tregue tra famiglie in lotta tra loro rimanendo succubi degli uomini. Paradossalmente, nelle classi sociali più basse le donne continuano a essere sicuramente più libere su un piano di quasi parità con quello maschile. La donna, contadina, casalinga e generatrice di figli (almeno cinque), gode di una certa autorità in famiglia, lavora quanto l’uomo, lo aiuta nei campi, si occupa delle faccende domestiche, della salute e dell’educazione della prole, dato che il tasso di mortalità è molto elevato, e non solo in età infantile, soprattutto perché si vive in condizioni di estrema miseria aggravata dai frequenti periodi di carestia. C’è molta povertà per cui molto spesso le famiglie sono costrette a vendere le proprie figlie ai bordelli pur di sopravvivere.
La nascita di una figlia femmina, come in India e in Cina, è considerata una disgrazia poiché, non avendo la forza di eseguire i lavori pesanti che fanno gli uomini, non può far altro che cucinare, pulire la casa e svolgere lavori poco gravosi in campagna. In più, c’è la dote che una ragazza deve possedere se vuole sperare di trovare un buon marito.

Nel Giappone antico sono molte le donne imperatrici e grandi sacerdotesse. Ancora oggi la Gran sacerdotessa del santuario di Ise, il più importante santuario shintoista, è un membro della famiglia imperiale.

Due donne sulla veranda, di Suzuki Harunobu

Se nell’antico Egitto sono storicamente attestate e sicure cinque donne faraone, presso nessun altro popolo del mondo antico ci sono state tante donne capo dello Stato come in Giappone. Tra il 593 e il 770 si contano sei imperatrici di cui due che regnano due volte, e altre due nel periodo moderno (Edo). Nessuna di loro lascia, però, il trono del Crisantemo in eredità a una donna perché i loro successori sono sempre scelti tra i maschi della stirpe imperiale paterna, con la sola eccezione dell’imperatrice Genmei, seguita sul trono da sua figlia Gensho. Dopo molti secoli, i regni femminili vengono ufficialmente vietati nel 1889 con la nuova Costituzione Meiji. L’articolo 2 della Costituzione giapponese recita: «Il trono imperiale è dinastico e successorio in conformità alla Legge sulla Casa imperiale approvata dalla Dieta». La legge salica prevede che al Trono possano salire solo eredi di sesso maschile. Questo significa che le donne della Casa Imperiale sono escluse dalla successione. 

Modello della Regina Himiko al Museo della Prefettura di Osaka della Cultura Yayoi

Le Imperatrici Himiko e Jingu, le prime due sovrane, sono personaggi avvolti nel mistero e nella leggenda; essendo vissute, più o meno, nello stesso periodo, alcuni studiosi pensano che, in realtà, siano la stessa persona. La loro esistenza è così avvolta nelle nebbie che non fanno neanche parte della lista ufficiale dei 125 imperatori che hanno finora regnato sul Giappone. Secondo il mito, Himiko sarebbe stata una sciamana che viveva reclusa in un monastero e che comunicava all’esterno solo mediante uno schiavo. Avrebbe regnato per 59 anni, dal 189 al 248 d.C., sulla terra di Yamatai la cui collocazione, peraltro, è incerta: chi dice nell’isola di Kyushu, chi di Honshu. Himiko, la leggendaria prima regina del Giappone, fa costruire il Grande santuario di Ise consacrato alla dea Amaterasu. Nonostante non si abbiano notizie certe su di lei, per i giapponesi è considerata “la figlia del sole”. Jingū dal 209 al 269 per 60 anni è la leggendaria imperatrice consorte dell’imperatore Chuai, poi reggente e di fatto leader dalla morte di suo marito dal 206 fino alla salita al trono di suo figlio Ojin. Secondo il Nihongi (antica cronaca ufficiale in 30 libri), conduce un esercito all’invasione di una terra promessa, forse la Corea, ritornando vittoriosa in Giappone dopo tre anni. È questa impresa a rendere celebre l’Imperatrice che, secondo la leggenda, guidò l’esercito vestita da uomo e, addirittura, nascondendo la sua gravidanza. 

Suiko, sul trono dal 592 fino alla morte, nel 628, a 74 anni, è la prima donna a essere inserita ufficialmente nella lista dei monarchi del Giappone, 33esima regnante in ordine cronologico. Con lei inizia il cosiddetto “Periodo delle Imperatrici”, un arco cronologico di 178 anni durante il quale ben sei donne siedono sul Trono del Crisantemo. In realtà, le imperatrici sono otto poiché due di loro cingono la corona due volte. L’Imperatrice Suiko, che il Nihongi descrive come una donna di rara bellezza, «grande regina che governa tutto quanto sta sotto il cielo», sovrana saggia e giusta, dotata di notevole personalità, regna 35 anni dal 593 al 628 d.C. Continua le riforme cominciate sotto il suo predecessore, in primis quella dell’amministrazione statale, dà un grande impulso alle arti e agli studi, nonché agli scambi commerciali e diplomatici con i Paesi stranieri. Quando sale sul trono è già una monaca buddista e, durante il suo lungo regno, un periodo tra i più fiorenti della storia giapponese, fa del buddismo la religione ufficiale di corte e promuove la costruzione di molti templi in onore dell’Illuminato. A Suiko viene concesso molto tempo dopo la morte l’attuale titolo imperiale di “sovrana celeste”, un attributo introdotto per la prima volta durante il regno dell’imperatore Tenmu.
Sul letto di morte Suiko designa come successore il principe Tamura, nipote dell’imperatore Bidatsu, che sale quindi al trono con il nome di Imperatore Jomei. Sposa la nipote di Suiko, la principessa Takara, che alla morte del marito, nel 641, regna con il nome di Imperatrice Kogyoku. La Principessa Takara è ufficialmente la seconda donna ad ascendere al Trono del Crisantemo, anzi, vi siede addirittura due volte, e con due nomi diversi: come Imperatrice Kogyoku (dal 642 al 645) e, dieci anni dopo, come Imperatrice Saimei (dal 655 al 661). Nove anni di regno, in tutto, durante i quali l’evento più importante è la preparazione di una spedizione militare in Corea, che però non ha luogo a causa della morte della sovrana.

Jito diventa imperatrice nel 686 e resta al potere per undici anni, fino al 697. Segue le orme del marito e si impegna per migliorare il sistema politico. Buddista, fonda un tempio nella provincia di Yamato vicino alla capitale. Nel 697, quando il figlio Karu ha quindici anni, Jito lo nomina principe ereditario, poi gli cede il trono e lei, regina madre, prende il titolo di Daijō Tennō, “imperatrice precedente”.

Dama durante il regno di Genmei

Genmei è la quarantatreesima imperatrice e la quarta monarca donna, nel 707, dopo la morte prematura di suo figlio Monmu, quando il nipote, il principe Obito, ha appena sei anni. Nel 710 si stabilisce a Nara, che è la nuova capitale dell’Impero fino al 794 quando la capitale sarà trasferita ad Heian-kyo, l’odierna Kyoto. Nel 711, sotto l’egida di Genmei, vede la luce, in tre volumi, il Kojiki, Cronaca di Antichi Eventi, un’opera che racconta la storia del Giappone dalla sua mitica creazione da parte delle divinità primordiali fino al regno dell’Imperatrice Suiko. Nel 713, sempre per iniziativa dell’Imperatrice Genmei, si dà inizio alla compilazione del Fudoki, un testo che contiene una miniera di informazioni sulla geografia e sull’agricoltura, sul mondo animale e vegetale e sui fatti più importanti accaduti in Giappone ogni anno.
Nel 715, dopo otto anni di regno, essendo abbastanza avanzata in età, cede il trono alla sorella maggiore di Monmu, sua figlia principessa Hidaka, in attesa che il nipote Obito abbia l’età idonea per essere incoronato. Hidaka come imperatrice (44esima regnante della lista ufficiale dei sovrani del Giappone e unica imperatrice che succede a un’altra imperatrice) assume il nome Gensho e regna per nove anni fino alla maggiore età (18 anni) del principe Obito, suo cugino (noto come Imperatore Shomu), nel 724. Genmei muore nel 721 a 61 anni.
Durante il suo regno, nel 720, viene terminato il Nihon Shoki, altro testo fondamentale, insieme al Kojiki, per comprendere gli avvenimenti del Giappone arcaico, tenuto maggiormente in considerazione dagli storici e dagli archeologi perché concede molto più spazio alla storia che non ai miti e alle leggende. Dopo l’abdicazione, Gensho vive ancora 25 anni, non si sposa mai e non ha figli. Muore a 65 anni.

Imperatrice Shotoku

All’Imperatore Shomu succede l’ultima donna dell’”Epoca delle Imperatrici”, la Principessa Abe (figlia unica di Shomu e dell’imperatrice consorte Komyo), che sale due volte sul trono, nel 749, fino al 758 con il nome di Imperatrice Koken, e dopo una parentesi di sei anni dal 764 al 770 con il nome di Imperatrice Shotoku, per tre lustri in tutto. Poiché il padre Shomu non ha figli maschi, nel 748 la nomina principessa ereditaria, prima donna in Giappone a ricevere questo titolo. Nel 749, dopo 25 anni di regno, abdica in favore della figlia e si ritira in un monastero. Nello stesso anno lo scettro imperiale è nelle mani di Kōken, felicemente regnante per nove anni. Nel 757, alla morte del padre, nomina il cugino e figlio adottivo, il principe Oni, suo erede al trono.
Kōken, allo stesso modo dell’imperatrice Gensho, non si sposa e non ha figli, e quando abdica, nel 758, cede la corona al principe Oni, che regna come imperatore Junnin, benché le redini dello Stato continuino a restare saldamente nelle mani di Kōken e della madre Komyo (che muore nel 760). Quando Kōken si ammala gravemente e poi guarisce grazie alle cure di un monaco buddista, Dokyo, lei ne diventa amante e lo ricolma di favori e onorificenze per averle restituito la salute. L’imperatore Junnin non gradisce l’eccessivo potere che il monaco sta assumendo, ma non può far altro che arrendersi all’autorità di sua madre adottiva, Kōken, che lo costringe ad abdicare per farsi di nuovo incoronare con il nome di Shōtoku. La sovrana muore di vaiolo nel 770, all’età di 52 anni.
Con Shotoku si chiude l’”Epoca delle Imperatrici”. Passeranno otto secoli e mezzo anni prima di rivedere una donna sul trono: sarà l’Imperatrice Meisho, nel 1629, fino al 1643, agli inizi del periodo Tokugawa, a interrompere una lunga sequenza di sovrani maschili. Dopo di lei, l’ultima a regnare sarà Go-Sakuramachi, dal 1762 al 1771.

Durante l’epoca Heian (794-1185), l’età d’oro della corte imperiale, in cui iniziano molte tradizioni culturali del Giappone – e non scompare del tutto l’eredità del pensiero shintoista – nonostante il ruolo subordinato le donne della corte imperiale e dell’aristocrazia sono riverite, ossequiate e rispettate, possiedono i loro beni e godono di una parziale libertà nei rapporti con l’altro sesso. Non mancano le relazioni segrete, sulle quali si tende a chiudere entrambi gli occhi. Sono proprio le relazioni sentimentali l’elemento caratterizzante di quest’epoca, con scambi di poesie, redazione di diari e racconti che fanno nascere la letteratura giapponese.
Se i rapporti ufficiali e la burocrazia sono legati alla scrittura in stile cinese e al mondo maschile, al contrario, le opere letterarie sono dominio delle donne, tanto che alcuni scrittori maschi si nascondono dietro uno pseudonimo femminile. Proprio perché assenti dagli incarichi pubblici, le donne hanno tutto il tempo libero a disposizione da poter dedicare alla scrittura, segnata da eleganti tratti simili a fili d’erba. Tutti i più grandi letterati del periodo Fujiwara (altro nome con cui è conosciuta l’epoca Heian, dal nome della famiglia aristocratica più in vista) sono donne: un caso unico nella storia culturale del mondo il fatto che in un determinato periodo le lettere diventino monopolio pressoché esclusivo del gentil sesso. Gli uomini preferiscono scrivere in cinese, lingua colta e di nicchia. Il giapponese, considerato una lingua volgare e non classica, è riservato alle donne. Ma col passare del tempo, mentre le opere scritte da mano maschile in cinese sono andate perdute e considerate di scarso valore, al contrario le opere delle donne hanno avuto un crescente successo sia in patria che fuori.
Il periodo Heian rappresenta, così, l’età d’oro della letteratura femminile sia in prosa che in poesia, un’epoca molto feconda, che vede nascere il principale dei due sillabari giapponesi, l’hiragana, e il capolavoro assoluto, il classico dei classici della letteratura del Sol Levante, paragonabile alla nostra Divina Commedia, e nello stesso tempo il primo romanzo integrale mai scritto al mondo, il Genji monogatari (Storia di Genji, 1000-1012 ca.), opera della dama di corte Murasaki Shikibu (973-1031 circa), pseudonimo di una misteriosa donna aristocratica vissuta a cavallo dell’anno Mille. È davvero sorprendente che l’opera considerata dai critici come il più grande romanzo della storia della letteratura giapponese sia stato scritto da una donna in un’epoca in cui la figura femminile è completamente sottoposta all’autorità maschile e socialmente e politicamente emarginata.

Murasaki Shikibu mentre scrive Genji Monogatari, in un dipinto di Tosa Mitsuoki (XVII sec.)

Il racconto ruota intorno alla figura di Genji, uno dei figli dell’imperatore del Giappone, e descrive la sua vita amorosa insieme all’esistenza quotidiana delle nobildonne nel Giappone feudale, la poligamia diffusa tra le classi più ricche, gli immancabili intrighi di corte nonché la sofferenza (che spesso sfocia in isteria o follia) delle donne costrette a dividersi lo stesso marito, e nello stesso tempo lottano silenziosamente contro gelosie, subordinazione e desideri repressi. Esse, al di là dell’apparenza, conducono una vita segregata, dietro le mura del palazzo lontane da ogni incarico pubblico, seminascoste dietro veli, ventagli, tenui paraventi di legno o di carta e sottili cortine di bambù, attraverso le quali vedono senza essere viste. Si mostrano di sfuggita, e solitamente in una penombra che accresce il loro fascino segreto e misterioso. Escono in rare occasioni e sempre scortate dalla propria dama di compagnia, e non possono entrare in contatto con nessun uomo fatta eccezione per il marito. La moglie principale deve essere rispettosa, obbediente e sottomessa al proprio uomo e ha un unico compito: generare un erede maschio, per assicurare la continuità familiare.

La corte di Kyoto anticipa, per molti aspetti, la raffinatezza e il gusto leggiadro e rococò della corte francese di Versailles. La differenza fondamentale sta, però, nella naturalezza della corte di Heian che contrasta con l’estrema artificiosità della corte del Re Sole. Per i Giapponesi il contatto con la natura è tutto. Sei Shonagon, fra le cose che fanno battere il cuore dal piacere, annovera: «lavarsi i capelli, fare il bagno, infilarsi una vestaglia profumata d’incenso, anche quando non c’è nessuno che ci veda». Questo fa capire quanto sia essenziale l’igiene e la cura della persona. Sono necessarie ore per il rito quotidiano della vestizione. L’abbigliamento ni-hito vuol dire “dodici strati”, ma alcune nobili indossano fino a quaranta uchigi (abiti) di seta splendidamente modellati e cuciti, molti dei quali arricchiti con poetiche scene naturalistiche e paesaggistiche.

La poetessa Sei Shōnagon con le sue allieve (Hishikawa Moronobu), Honolulu, Museum of Art

L’indumento intimo, solitamente bianco, a volte rosso, è una veste lunga fino alle caviglie chiamata kosode, visibile solo alla scollatura. Poi c’è il nagabakama, una gonna allacciata in vita, simile a un paio di pantaloni rossi, che può avere anche uno strascico lungo più di un piede.
Il primo capo immediatamente visibile è l’itoe, una veste a tinta unita. Lo strato superiore, detto uwagi, è di seta della qualità più fine e pregiata e spesso presenta ricche decorazioni e motivi di fantasia. Proprio il vestiario che non si vede è il più sontuoso e il più curato, dai colori accesi e dalla profusione di ricami coperti da innumerevoli veli dai toni via via più tenui e smorzati.
All’ombra della sfarzosa corte di Heian-kyo (Kyoto) fioriscono abili artiste, come le ballerine shirabyoshi: sono esse a creare le tradizioni di danza e spettacolo che in seguito saranno appannaggio sia delle geisha che degli attori kabuki.

L’infanzia dura poco: nel Giappone medievale fino ai sette anni. Se fino ad allora bambini e bambine vestono allo stesso modo, da quel momento in poi ai maschi viene dato il permesso di indossare dei calzoni chiamati hakama e le bambine possono indossare il primo kimono. Nonostante questa prima differenza tra maschi e femmine, i due sessi possono continuare a giocare insieme e anche a dormire insieme. Le case hanno spesso un unico grande ambiente e i figli dormono nella stessa stanza dei genitori.
Si viene velocemente e precocemente a contatto con il sesso e non vi sono falsi pudori. La sessualità viene vissuta in maniera molto libera, non vi si dà più importanza del necessario e la si reputa allo stesso livello del respirare e del mangiare. La maggiore età giunge intorno ai tredici anni quando ai maschi e alle femmine non è più consentito giocare insieme. Una cerimonia accompagna l’entrata nell’età adulta. Al termine del solenne rito si diventa maggiorenni e responsabili delle proprie azioni. Da quel giorno in poi le priorità cambiano. Le femmine delle famiglie più umili aiutano a lavorare nei campi esattamente come i maschi ma, a differenza di questi ultimi, non hanno tanta fretta di sposarsi, complice sicuramente la libertà sessuale che le donne e gli uomini godono a quel tempo.

Tomoe Gozen sul suo destriero, con in mano la sua naginata

L’antico Giappone feudale ha le sue samurai, esperte di arti marziali: una onna-bugeisha, che letteralmente significa “artista marziale femminile”, è una guerriera appartenente alla nobiltà. Molte di queste samurai, soldate del Medioevo nipponico, addestrate all’uso delle armi per proteggere la loro casa, la famiglia e l’onore in tempo di guerra, prendono parte alle battaglie accanto ai samurai. L’unica guerriera descritta nella letteratura epica della tradizione samurai, precisamente in Heike Monogatari (I Racconti di Heike), è Tomoe Gozen (letteralmente “signora vortice”), vissuta tra XII e XIII secolo, servitrice e probabile concubina del generale Minamoto no Yoshinaka. Combatte al suo fianco, a cavallo e con una completa armatura, tutte le battaglie usando l’arco o il naginata, una sorta di lancia con una lunga lama ricurva in cima. «Con la sua pelle diafana, i lunghi capelli e il volto aggraziato, Tomoe era la più bella. Era anche un’arciera forte e una soldata vigorosa, in sella o a piedi, adatta ad affrontare un demone o un dio, valeva quanto mille guerrieri. Aveva una tattica superba nel rompere le righe di cavalli selvaggi, non temeva le discese accidentate. Nelle prime fasi della battaglia, lo shogun Yoshinaka, comandante dell’esercito, la inviava come primo capitano in armatura pesante, con una grande spada e un potente arco. Al suo nome era associata maggiore gloria che a qualsiasi altro guerriero. E quando tutti erano ormai periti o scappati, lei era rimasta fra gli ultimi sette cavalieri».
Durante la battaglia di Awazu, il 21 febbraio del 1184, si lancia contro i nemici, anzi contro il guerriero più forte, lo disarciona, lo colpisce con la lancia e gli taglia la testa.

Un’onna-bugeisha armata di naginata,
l’arma preferita da queste donne combattenti.
Dipinto di Kuniyoshi Utagawa

Contemporanea di Tomoe Gozen è un’altra guerriera, Hangaku Gozen, conosciuta anche come Itagaki, che pure combatte intorno al 1200. Guida tremila soldati in difesa del castello di Torisakayama, attaccato dalle armate fedeli allo Shogunato Kamakura, che contano più di diecimila uomini. Ma Hangaku è colpita da una freccia, fatta prigioniera e portata al cospetto dello Shogun che la condanna a morte. Un samurai del clan Minamoto, Asari Yohito, s’innamora di lei, e ottiene dallo Shogun il permesso di sposarla, salvandole la vita.
Ci sono anche le ninja dette kunoichi, spie che si infiltrano nelle linee nemiche con la loro aria innocente. Una donna ninja non solo desta meno sospetti di un uomo, ma riesce anche a sedurre personaggi influenti per avere informazioni o per assassinarli mentre dormono. Le kunoichi nascondono aghi avvelenati nelle acconciature, usano un ombrello come scudo, le scarpe di legno per rompere le ossa a qualcuno, e portano una lama nascosta nel ventaglio.

Le prime donne paragonabili in qualche modo alle geisha sono le cosiddette saburuko, cortigiane specializzate a intrattenere i nobili, che hanno il loro apice attorno al VII secolo per poi scomparire pochi secoli dopo, soppiantate dalle juuyo, prostitute di alto bordo, che hanno successo tra gli aristocratici. Inizialmente le saburuko (servitrici) sono per lo più ragazze vagabonde e senza famiglia. Alcune di esse concedono i loro corpi per denaro, mentre altre con un’istruzione migliore si guadagnano da vivere intrattenendosi in riunioni sociali di alta classe. Verso il 1600 alle feste importanti cominciano a partecipare le prime geisha: in principio sono uomini. Solo più tardi, attorno alla metà del XVIII secolo, compaiono le prime donne geisha, che contrappongono alle grossolane figure degli uomini la grazia e la leggiadria dei movimenti femminili. 

Quando nel 1617, durante il periodo Edo, la prostituzione viene legalizzata in tutto il Giappone, bordelli e case di piacere si moltiplicano a dismisura nelle città fino al XIX secolo, allorché le geisha soppiantano le juuyo, e nei quartieri delle principali città del Paese proliferano gli okiya, eleganti strutture dove le “donne d’arte” svolgono in tutta pace la loro professione, distinguendola definitivamente da quella delle prostitute.

(continua)

In copertina. L’imperatrice Jingū mette piede nella terra promessa, dipinto di Yoshitoshi (1880).

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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