Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari

Esco di casa subito dopo pranzo, con un tempo che ancora non sa decidersi se essere limpido e sereno oppure restare opaco e grigio. Destinazione il Palazzo delle Esposizioni di Roma, in via Nazionale dove si sta svolgendo la mostra Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari, un’esposizione che riunisce due grandi protagonisti della cultura del Novecento e della mia formazione infantile. Ho conosciuto le immagini del grande artista e designer fin da piccola, quando mi leggevano i libri di Gianni Rodari le cui illustrazioni erano affidate alla creatività di Munari; da ex bambina montessoriana in una famiglia montessoriana, poi, Maria Montessori è sempre stata presente. Ancor prima di vederla, l’esposizione si preannuncia come un viaggio nella mia memoria.

Bruno Munari, Variazioni cromatiche, serigrafia, 1995, foto di Barbara Belotti

La mostra è stata esposta nel 2019 nel Museo Tattile Statale Omero di Ancona ‒ che l’ha ideata in collaborazione con la Fondazione Chiaravalle Montessori e l’Associazione Bruno Munari ‒ e da giugno dello scorso anno ha trovato ospitalità negli ambienti del Palazzo delle Esposizioni, combattendo in questi mesi contro un acerrimo nemico, il Covid. Per una mostra che rende l’esperienza tattile il filo conduttore principale, in tempi di pandemia sembra un po’ un azzardo, mi ripeto avvicinandomi all’ingresso e ricordando come, negli asili Montessori che frequentavo e nel Centro Nascite Montessori di Roma dove a volte mi portavano, la scoperta delle cose attraverso l’esplorazione manuale fosse un percorso imprescindibile, talmente importante da ricordarlo ancora oggi in modo vivo. In cuor mio, poi, spero di rivedere quei giochi e quegli oggetti del passato e riprovare almeno una di quelle sensazioni. Il tuffo nel passato c’è stato e, non mi vergogno a dirlo, in mezzo a bambine e bambini mi sono ri-messa alla scoperta degli oggetti esposti, ignorando qualche sguardo incuriosito intorno a me.
La mostra è organizzata secondo cinque temi: le forme, i materiali, la pelle delle cose, alfabeti e narrazioni tattili, manipolare e interagire. Ogni area tematica presenta il contributo di entrambi i protagonisti della mostra, in una sorta di dialogo a distanza tra Montessori e Munari.

Bruno Munari, Volto, ferro verniciato e marmo, 1993,
foto di Barbara Belotti
Il tavolo-laboratorio,
foto di Barbara Belotti

Per loro parlano gli oggetti, i libri, gli strumenti esposti, le opere a parete; il tavolo-laboratorio, infine, consente a visitatori e visitatrici di ogni età di osservare, manipolare e sperimentare l’azione con alcuni oggetti.
Attraverso il tatto tutte/i noi abbiamo esplorato le cose circostanti: ne abbiamo scoperto la forma, il peso, la consistenza, la temperatura, ne abbiamo definito l’orientamento spaziale. Sono stati “viaggi” lenti intorno, dentro e sopra le cose, analisi attente e costanti che nelle nostre menti si sono impresse in maniera indelebile. La scoperta della realtà in maniera autonoma è quello che Montessori ha voluto insegnare alle bambine e ai bambini, assecondando la «legittima richiesta “aiutami a fare da me”». Come ha scritto nel suo testo La mente del bambino, «grazie alle mani che hanno accompagnato l’intelligenza si è creata la civiltà: la mano è l’organo di questo immenso tesoro dato all’uomo».
«È importante sviluppare la motricità fine della mano ‒ si legge su uno dei pannelli esplicativi presenti in mostra ‒ apprendere l’alfabeto attraverso il tatto e il gesto, discriminare e nominare le molteplici varietà delle sensazioni tattili». Ecco quindi le piccole visitatrici e i piccoli visitatori intorno al tavolo-laboratorio alle prese con le tavolette tattili per scoprire i contrasti del freddo-caldo, liscio-ruvido, morbido-rigido, con piccole mazzuole esplorare i toni musicali delle “campanelle”, attraverso il tatto imparare a conoscere la morbidezza o la scabrosità di un tessuto liscio od operato, di lana o di cotone, leggero o pesante. Una teca di vetro protegge le lettere di un alfabeto elegante e di altri tempi realizzate con carte smerigliate negli anni Dieci del Novecento, quando Montessori aveva da poco aperto le sue Case dei bambini e faceva apprendere l’alfabeto; altri oggetti, invece, furono realizzati perché bambine e bambini imparassero la geografia ‒ che delizia i tre piccoli mappamondo con carte smerigliate differenti a ricostruire i continenti del nostro pianeta ‒ la geometria, la matematica, la musica.
Sul valore del tatto e sulle potenzialità dei materiali Bruno Munari ha realizzato due giochi, il Coccodrillo di spugna e la Scimmietta Zizì, quest’ultima premiata, nel 1954, con il Compasso d’oro.

Bruno Munari, Il Coccodrillo, prototipo gioco in spugna, ricostruzione su progetto del 1989, e Scimmietta Zizì, gommapiuma armata, 1954, foto di Barbara Belotti
Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Tattilismo,
foto di Barbara Belotti

La ricerca di Munari ha le sue radici in alcune sperimentazioni del Futurismo ‒ polimaterismo e Tattilismo il cui Manifesto, presentato per la prima volta a Parigi nel 1921, è esposto in una bacheca ‒ e negli studi che docenti e allieve/i conducevano nella Scuola del Bahaus.
«Unire il pensiero al fare» è il concetto che accomuna le ricerche plurisensoriali di Munari e Montessori, nelle quali si procede per analisi lenta grazie al tatto e per sintesi rapida tramite la vista. Sono questi gli strumenti utili per imparare a comprendere le “sfumature” esistenti nel mondo delle cose reali, ossia le numerose parti intermedie tra elementi opposti. In questo le spolette dei colori restano un elemento importante sul tavolo-laboratorio. Un bimbo, in visita con la mamma, si sofferma a lungo su quella scatola “magica” ai suoi occhi. Lo comprendo, era una scatola “magica” anche per me.

Le spolette dei colori, foto di Barbara Belotti

Concentrato e silenzioso tocca le spolette, le toglie, le rimette a posto e, di nuovo, le toglie e le rimette a posto ricomponendo ogni volta la sinfonia di colori in base a un ordine personale sempre diverso. Riconosco quell’attenzione, era la mia di quando, da piccola, le toglievo e le reinserivo nel loro alloggiamento con l’idea, ogni volta, di rimettere a posto una sorta di arcobaleno componibile. Sono d’accordo con lo slogan del Museo Omero e con il bambino: «Non puoi non toccare ciò che ami».

In copertina. Lettere smerigliate nere in corsivo minuscolo, primi anni Dieci del XX secolo, foto di Barbara Belotti.

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

Un commento

  1. Grazie Barbara, mi hai fatto tornare indietro, bambina di 5 anni soggiogata dalla “meraviglia”. Questo è il vantaggio di vivere in città.

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