È terribile essere donna: la tragica vita di Antonia Pozzi, poeta

Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.

Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo –
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.

Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore:
che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.

Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle
.

In questa poesia, Voce di donna, scritta nel 1937, è rappresentato il dramma di Antonia Pozzi di cui il 13 febbraio si celebrano centodieci anni dalla nascita. Una giovane donna talentuosa, autrice di versi, amante dello studio e della montagna, la cui voce si spense a soli 26 anni dopo una vita intensa ma tormentata a causa delle incomprensioni con un padre autoritario e dispotico.

Appassionata di letteratura (si era laureata con una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert) e di filosofia (era allieva di Antonio Banfi, di cui frequentava il corso di Estetica presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’università milanese), si sentiva tuttavia «una scarna siepe del tuo orto/che sta muta a fiorire/sotto convogli di zingare stelle».

Una «sposa di te soldato», «curva sul focolare», perché così l’avrebbe voluta il padre Roberto, avvocato, e così le imponeva di essere la mentalità dell’epoca. Vittima del patriarcato, Antonia Pozzi non può tuttavia essere considerata una femminista ante-litteram. Circondata com’era di maestri illustri come Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio oltre al già citato Banfi e innamorata del suo docente di greco e latino al liceo Antonio Maria Cervi, aveva intense amicizie femminili non connotate però da un impegno militante. Anzi, del suo insegnante prima e dei suoi docenti e maestri poi, apprezzava molto la serietà e la passione per il sapere, passione da lei ampiamente condivisa. Di Sereni scriverà come di «quell’essere di sesso diverso, così vicino che pare abbia nelle vene lo stesso tuo sangue, che puoi guardare negli occhi senza turbamento, che non ti è né di sopra né di fronte, ma a lato, e cammina con te per la stessa pianura».

Il genitore, che rispecchiava la cultura dominante nel ventennio fascista e che oggi potremmo definire un vero e proprio padre-padrone, ostacolò in tutti i modi la relazione tra la giovane figlia e Antonio Maria Cervi, costringendola a rinunciare alla «vita sognata» e a intraprendere un’esistenza che lei stessa definì «non secondo il cuore ma secondo il bene». Il distacco avvenne, come si usava all’epoca, attraverso i viaggi: Antonia partecipò a una crociera in Grecia, poi andò in Inghilterra e successivamente in Austria e in Germania dove approfondì lo studio della lingua tedesca intrapreso all’università seguendo le lezioni di Vincenzo Errante. Oltre allo studio, le sue grandi passioni erano la montagna e la fotografia. A testimonianza del suo amore per le cime a Pasturo, in Valsassina (provincia di Lecco) dove la famiglia aveva una seconda casa e dove lei spesso si recava, si può vedere un itinerario letterario-culturale a lei dedicato che si snoda per le vie del piccolo borgo.

Né i viaggi né la montagna, così come l’attività dell’insegnamento a cui si era dedicata, riuscirono però a lenire il suo male di vivere, accentuatosi dopo la promulgazione delle leggi razziali che avevano costretto alcune care amicizie a espatriare. Incompresa dai genitori (non sembra le sia stata d’aiuto nemmeno la madre, la nobildonna Lina Cavagna Sangiuliani, pronipote di Tommaso Grossi), priva di una stabile vita sentimentale, nel pieno di un periodo storico che inibiva una vita sociale libera e piena, Antonia porrà fine alla sua troppo breve esistenza il 3 dicembre 1938 a Chiaravalle, un tempo meta per lei di escursioni felici.

Del suo talento letterario ci restano numerose testimonianze : diari, lettere, poesie, di cui molte inedite. Le epistole più significative sono state raccolte in un libro, dal titolo emblematico È terribile essere una donna, edito da Garzanti.

***

Articolo di Annamaria Vicini

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Giornalista pubblicista con laurea in Filosofia e master in Comunicazione, ha collaborato con alcune delle maggiori testate nazionali oltre che con organi di stampa a livello locale. È stata direttrice responsabile di un sito internet e autrice di un blog di successo. Ha pubblicato il romanzo Non fare il male (I Libri di Emil, 2012) e l’eBook Abbracciare il nuovo mondo. Le startup cooperative (2017).

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