Le donne nell’immaginario dantesco: danze e letture sceniche

In scena Dante passeggia e pronuncia il suo celeberrimo incipit:
«Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita».

Dante in scena (Luca Laudato)
Voce narrante (Maria Grazia Borla)

Quando si allontana, avanza lentamente la voce narrante, vestita con abiti d’altri tempi, che gradualmente si toglie, restando con abiti contemporanei.

Premessa. Numerose sono le figure femminili nella Commedia: un universo carico di umanità, una presenza verso cui Dante dimostra sempre ammirazione e rispetto. Noi ci occuperemo, oltre che di Beatrice, di Francesca, di Pia e di Piccarda, che Dante incontra nelle tre cantiche e che rivestono un ruolo importante nell’opera. Tutte e tre hanno in comune il fatto di essere state oggetto della violenza maschile. E questo le rende tristemente attuali: la violenza di genere, il femminicidio, accompagnano ancora la storia in ogni parte del mondo. Ma vedremo che queste donne reagiscono diversamente alla violenza subita: mentre Francesca viene descritta come anima affannata, insieme a quella dell’amante Paolo, Pia si presenta come persona gentile, lontana ormai dalle cose terrene e che non nutre sentimenti di astio verso il marito che l’ha uccisa. Tutte e due sono nel V canto, una nell’Inferno, la seconda nel Purgatorio. Piccarda, invece, ci viene presentata come «ben creato spirito» in quanto si trova nel Paradiso. Sono tutte figure sospese tra la cronaca e l’immaginazione, sono donne che Dante rende uniche, nella dimensione più alta della poesia. Egli dà voce a storie di donne del suo tempo, che non avrebbero avuto l’opportunità in vita di far conoscere al mondo i propri sentimenti, i propri desideri, le proprie sofferenze. Infine ci soffermeremo su Beatrice, amore e guida spirituale di Dante.
Della Divina Commedia si sono fatte svariate letture: letteraria, storica, artistica, teologica e anche mistica, perché essa ci indica un percorso di liberazione e di salvezza. Desidero porre l’attenzione anche alla lettura di tipo psicanalitico che colgono un processo di individuazione psichica, una maturazione che si svolge proprio attraverso le tre cantiche. Durante la vita fatichiamo a divenire ciò che siamo: seguendo il viaggio della Commedia possiamo ritrovare il percorso compiuto dalla nostra anima in analisi. Dante, all’interno della selva oscura, emotivamente travolto dall’atmosfera cupa e profonda, ci rimanda allo stato umano del timore di non riuscire a comprendere le nostre paure, così che esse fanno ancora più paura ed è lì che incontriamo il nostro inconscio, che ci spaventa.
Nell’interno del Purgatorio avviene un processo di risalita, che richiede impegno e sforzo dell’Io. Nel Paradiso realizziamo di essere un’individualità più grande di ciò che pensiamo di essere, ritroviamo la totalità dell’individuo che ascende attraverso i cieli, in una visione di sé e del mondo. Dal caos all’armonia nel suono e nello spazio; le tappe sono molte, perché nella vita non esiste “una via brevis”: l’esistenza è intesa proprio come un lungo percorso.
Regina Riva, responsabile del gruppo “Il cerchio delle danze”, presenterà le musiche e le danze ai tempi di Dante: immergersi nella Divina Commedia significa anche calarsi in un mondo di suoni. Nell’Inferno vi sono suoni aspri, cupi, sgradevoli, è il luogo della disarmonia. «Quivi sospiri, pianti e alti guai/risonavan per l’aere sanza stelle,/per ch’io al cominciar ne lagrimai». E Virgilio nel I canto dice a Dante: «…udirai le disperate strida,/vedrai gli antichi spiriti dolenti,/ch’a la seconda morte ciascun grida». Nel Purgatorio, invece, Dante incontra anime che cantano, sono i canti che si cantavano in chiesa all’inizio del Trecento. Nel II canto del Purgatorio le anime che con lui sbarcano alle pendici della montagna cantano In exitu Israel de Aegypto, un canto gregoriano. Nel Paradiso, quando nel canto III incontra Piccarda Donati, questa alla fine svanisce cantando l’Ave Maria.
Nel Paradiso la musica è ovunque, lì è il luogo dell’armonia e della musica polifonica. Nella Divina Commedia compare anche la musica profana, infatti nel II canto del Purgatorio Dante incontra un suo amico cantante e musicista, Casella, a cui chiede di cantargli una canzone come ai loro vecchi tempi e Casella inizia a cantare una canzone scritta dallo stesso Dante: «Amor che nella mente mi ragiona/cominciò elli allor sì dolcemente,/che la dolcezza ancor dentro mi suona». Ma ora andiamo a cominciare.

Prima scena, l’Inferno
Appare Dante: «Per me si va ne la città dolente,/per me si va ne l’etterno dolore,/per me si va tra le perduta gente…/lasciate ogne speranza, voi ch’intrate».
Quando esce, la voce narrante racconta di Francesca da Rimini. Nel V canto dell’Inferno il sommo Poeta si imbatte nei peccatori carnali, coloro che in vita sottomisero la ragione alla passione. Nella moltitudine dei dannati e dei loro lamenti, due di loro, che sono trascinati dalla bufera infernale quasi fossero un unico corpo, catturano l’attenzione del Poeta, tanto da indurlo a manifestare a Virgilio il desiderio di parlar loro. Nei versi che seguono, tra i più celebri dell’intero poema, apprendiamo che in vita i due, Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, erano amanti. Francesca, promessa sposa, per ragioni di alleanze tra famiglie, crede di sposare Paolo, il bello, invece si trova sposata a Gianciotto, il suo sgraziato fratello. Attratti comunque l’uno dall’altra e scoperti da Gianciotto, mentre un casto bacio di Paolo sfiorava Francesca, furono uccisi. Tra i versi più struggenti e conosciuti dell’opera dantesca: «Amor, che a nullo amato amar perdona/mi prese del costui piacere sì forte…». La storia di Francesca è al contempo tremendamente antica e drammaticamente attuale: l’uccisione della consorte è notizia quasi di ogni giorno. Non sembra essere cambiato molto nei secoli, né – persino – nelle leggi. Basta leggere il codice di Dracone che, nel 621 prima di Cristo, decreta la nascita del diritto penale e vede, accanto all’omicidio volontario (che prevede la pena di morte) e quello colposo (punito con l’esilio), anche l’omicidio legittimo, esente da pena. Vi rientra anche l’uccisione di chi reca disonore alla propria famiglia: è consentito quindi uccidere l’adultera colta in flagranza di reato. Preistoria, verrebbe da dire, ma così recitava l’art. 587 del nostro Codice penale, il Delitto d’onore. Si dovrà attendere il 1981 per la sua abrogazione.

Dante Alighieri incontra Francesca da Rimini (Luca Laudato e Tania Cristiani Carli)

La storia di Paolo e Francesca e del loro immenso amore ci commuove e addolora molto; turbò lo stesso Poeta che la narra in modo così intenso da esserne sopraffatto e cadere svenuto. Francesca: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona,/mi prese del costui piacer sì forte,/che, come vedi, ancor non m’abbandona./Amor condusse noi ad una morte./Caina attende chi a vita ci spense». Dante: «Queste parole da lor ci fuor porte./… Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,/e cominciai: Francesca, i tuoi martìri/a lagrimar mi fanno tristo e pio./Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,/a che e come concedette amore/che conosceste i dubbiosi disiri?» Francesca: «Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/ ne la miseria». Dante: «Mentre che l’uno spirto questo disse,/l’altro piangëa; sì che di pietade/io venni men così com’io morisse./E caddi come corpo morto cade».

Danza: Kalenda Maja. Questa ballata ha come oggetto il ritorno della bella stagione, l’invito a gioire delle bellezze che la vita ci può offrire per cancellare così il pensiero della caducità delle cose e il pensiero della morte. L’autore di Kalenda Maya, Calendimaggio, è Raimbaut de Vaqueiros; è un’estampida, cioè una composizione per danza lenta e strisciata.

Seconda scena: Purgatorio
Dante: «Per correr miglior acque alza le vele/omai la navicella del mio ingegno,/che lascia dietro a sé mar sì crudele;/e canterò di quel secondo regno/dove l’umano spirito si purga/e di salire al ciel diventa degno./… Da poppa stava il celestial nocchiero,/… e più di cento spiriti entro sediero/”In exitu Israel de Aegypto”/cantavan tutti insieme ad una voce/con quanto di quel salmo è poscia scripto».
Quando Dante esce, la voce narrante racconta di Pia de’ Tolomei: una storia ingiusta e cruenta. Sono poche e discrete le parole che Dante Alighieri dedica a Pia nel Canto V del Purgatorio, dedicato alle vittime di morte violenta. Tra tutte le anime dei dannati che vanno incontro al poeta fiorentino per chiedere una preghiera e per sfuggire al limbo del Purgatorio, Pia de’ Tolomei appare nel poema per disparirvi, come già fosse parvenza di Paradiso, trepida anticipazione di Piccarda Donati. «… ricorditi di me, che son la Pia:/Siena mi fè, disfecemi Maremma» Quel “disfecemi Maremma” è verbo di lenta agonia e di profonda malinconia, che Dante applicherà a sé e alla storia di Firenze. Il suo fare è gentile e cortese, chiede al poeta di ricordarla tra i vivi, ma solo dopo che lui si sarà riposato. Una storia sulla violenza di genere che proietta la figura di Pia nel nostro secolo, nel nostro stesso Paese. Costretta a un matrimonio di interesse, Pia viene uccisa pochi anni dopo dal marito e da alcuni suoi sicari che la scaraventano dalla finestra dello stesso Castel di Pietra. Pia è una pellegrina che ha la speranza di giungere a Dio, il suo desiderio non è quello di ricordare la sua tragica vicenda, ma di sollecitare le preghiere in Terra per accelerare il suo cammino verso Dio. In lei non c’è alcun rimpianto per la vita terrena, né odio verso il suo uccisore. Un triste episodio di femminicidio di Settecento anni fa, raccontato direttamente dalla vittima, una donna che in poche parole rivela la sua immensa umiltà: chiede solo cortesemente a Dante di ricordarsi della sua storia. È come se stesse chiedendo a tutti noi di ricordarci delle tante vittime.
Dante: «O anima che vai per esser lieta/con quelle membra con le quai nascesti,/… un poco il passo queta». Pia: «Deh, quando tu sarai tornato al mondo/e riposato de la lunga via,/ricorditi di me, che son la Pia;/Siena mi fé, disfecemi Maremma:/salsi colui che ‘nnanellata pria/disposando m’avea con la sua gemma».

Danza Cuncti simus concanentes

Danza Cuncti simus concanentes. La danza che si ispira all’antico pellegrinaggio che veniva effettuato al Monastero di Monserrat, in Catalogna, per venerare la statua della Vergine nera. Il canto si trova nel manoscritto del Libre Vermell di Monserrat (XIV sec)

Terza scena: Paradiso
Dante: «La gloria di colui che tutto move/per l’universo penetra, e risplende/in una parte più e meno altrove./Nel ciel che più de la sua luce prende/fu’ io, e vidi cose che ridire/né sa né può chi di là sù discende».
All’uscita di Dante, la voce narrante racconta di Piccarda Donati.
Nel Paradiso le figure si disincarnano e le immagini diventano più complesse da comunicare e Dante mette alla prova la sua capacità di trasmettere per iscritto i concetti teologici, che le anime dei beati gli comunicano in questa cantica. È una poesia filosofica che si traduce in immagini; la capacità di Dante dà concretezza, materialità a concetti teologici complessi. Il tema dell’impossibilità del compito che Dante affronta nel Paradiso è oggetto della poesia stessa fin dal primo canto del Paradiso: «Trasumar significar per verba/non si poria».
In un tripudio di luci, colori, suoni e figure angeliche si svolge l’ultima parte del viaggio di Dante. Qui le figure hanno una debole fisicità, come fossero riflessi in acqua. Nel I cielo del Paradiso vi sono le anime dei difettivi, quelli che non hanno potuto tener fede ai voti.
Appare, nel cielo della Luna, Piccarda, figlia di Simone Donati, sorella di Corso e di Forese, suora nel convento francescano di Monticelli presso Firenze. Fu rapita per volere del fratello dal chiostro e data in moglie a Rossellino della Tosa. Non una santa o una martire, Piccarda, nella poesia dantesca, è bensì fragile creatura di bontà e di sventura, che Dante aveva conosciuto in gioventù. Quella fragile creatura è parsa a Dante poter rivelare, come nessun’altra, il segreto del Paradiso. Chi altri avrebbe potuto dire per primo e con quel suo accento che l’essenza della beatitudine consiste nel volere quello che Dio vuole, nell’unanime consentire alla volontà divina? Qui come altrove nell’Oltretomba dantesco la creatura umana ha realizzato la pienezza del suo essere: la dolcezza di quella sommissione. Dio solo, nel suo segreto, è testimone di quel dolore, che, chiuso nel segreto di una coscienza, è rimasto ignoto agli uomini. Del resto il dolore, il rimpianto, l’onta stessa del torto subito, si collocano ormai per Piccarda in uno spazio infinitamente remoto: chi parla è uno spirito che ha trovato la sua pace nella volontà divina.
La donna diventa il mezzo attraverso cui Dante capta importanti notizie sulle caratteristiche delle anime beate: esse, pur essendo disposte in diversi cerchi concentrici a seconda della loro maggiore o minore vicinanza a Dio, non provano sentimenti di invidia e non desiderano altro al di fuori di ciò che hanno. Piccarda sparisce come cosa pesante nell’acqua cupa.
Dante: «O ben creato spirito, che a’ rai/di vita etterna la dolcezza senti/che, non gustata, non s’intende mai,/grazïoso mi fia se mi contenti/del nome tuo e de la vostra sorte». Piccarda: «I’ fui nel mondo vergine sorella;/e se la mente tua ben sé riguarda,/non mi ti celerà l’esser più bella,/ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda». Dante: «Ma dimmi: voi che siete qui felici,/disiderate voi più alto loco/per più vedere e per più farvi amici?» Piccarda: «Frate, la nostra volontà quïeta/virtù di carità, che fa volerne/sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta». Dante: «Così parlommi, e poi cominciò Ave/Maria cantando, e cantando vanio,/come per l’acqua cupa cosa grave».

Danza Sabor a’ Santa Maria. Le origini di questo canto del XIII sec. risalgono alle Cantigas de Santa Maria, monofonici spagnoli che trovano la loro origine nei canti trobadorici, in onore dei miracoli di Maria.

La voce narrante racconta ora l’amore di Dante per Beatrice, che è il cuore del viaggio oltremondano e che è primariamente presente nei versi della Vita nova, scritta dopo la morte della stessa Beatrice, come ci ricordano i famosi versi «Tanto gentile e tanto onesta pare/la donna mia, quand’ella altrui saluta… Ella si va, sentendosi laudare,/benignamente d’umiltà vestuta;/e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare».

Dante e Beatrice (Luca Laudato e Sara Cassano)

Con Beatrice, Dante spicca il volo e si abbandona alle dolci braccia dell’Amore. Ma cosa rappresenta simbolicamente Beatrice? È vestita di bianco, simbolo di purezza, mentre passeggia con due donne più adulte, quando rivolge il suo sguardo su Dante, intimidito. Beatrice è talmente aggraziata, bella e gentile che con quel saluto, trasmette a Dante una felicità così grande da donargli beatitudine. Beatrice, nel Paradiso, rappresenta allegoricamente la fede e ne è il simbolo, è la donna attraverso la quale egli affronta e realizza il suo pellegrinaggio. Beatrice è la possibilità, per Dante, di scoprire la bellezza e la luce dell’Amore assoluto. I poeti medioevali non potevano cantare lo splendore di un’innamorata defunta, per cui quando l’amata muore in Dante, profondamente turbato, avviene uno scatto: investe Beatrice di un grande valore, ella diviene un dono di Dio, che ha predestinato la sua vita… Beatrice è la prima donna a lasciare una traccia indelebile nella nascente letteratura italiana, lei appartiene alla sfera privata della vita di Dante, alla sua giovinezza fiorentina, agli anni della maturazione umana e poetica; Dante l’aveva incontrata in chiesa all’età di nove anni e poi nuovamente a diciotto all’ora nona , nel nono anniversario dal primo incontro… Il nove diviene il numero legato a Beatrice e rappresenta la trinità e quando la giovane si trasforma in creatura angelicata rappresenta l’idea di donna del grande fiorentino. Beatrice è da lui considerata meraviglia delle meraviglie, venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Le donne del dolce stil novo vanno intese come veri angeli, figure intermediarie della Grazia divina.

Come le altre cantiche, anche il Paradiso si chiude sulle immagini delle stelle, con l’amor che move il sole e l’altre stelle ed esse sono segno di luce, di gioia, di speranza anche per noi.
Nel canto XXIII del Paradiso, Beatrice è presentata con una bellissima similitudine sul nostro desiderio di salvezza, paragonandoci ai piccoli degli uccelli che col becco spalancato attendono il cibo.
«Come l’augello, intra l’amate sponde,/posato al nido de’ suoi dolci nati/la notte che le cose ci nasconde,/che, per veder li aspetti disïati/e per trovar lo cibo onde li pasca,/in che gravi labor li sono aggrati,/previene il tempo in su aperta frasca,/e con ardente affetto il sole aspetta,/fiso guardando pur che l’alba nasca;/così la donna mia si stava eretta/e attenta, rivolta inver’ la plaga/sotto la quale il sol mostra men fretta».

Danza: Pastor Gregis. La danza, il cui titolo potrebbe far pensare a un canto religioso, invece è un canto profano, un canto in onore di Titiro, vescovo della città e padrone di greggi. Questi organizza una festa, un banchetto per il popolo e allora viene applaudito, onorato. L’autore è anonimo, il manoscritto risalente al XII sec. è conservato a Londra alla British Library.

A fine spettacolo

A fine spettacolo, sulle note del Branle de Borgogne, il gruppo teatrale si presenta.
Teatro filosofico. Omaggio alle donne di Dante. Cervignano d’Adda, 12 dicembre 2021.
In copertina. Danza Kalenda Maja, Calendimaggio.

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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