Federica Montseny, una vita controcorrente

Spagnola, o meglio catalana, anarchica, femminista (pur non volendosi definire tale), ministra, militante sempre.

In queste parole è il senso della vita di Federica Montseny, una figura ancora non abbastanza conosciuta, ma la cui opera sulla scena politica europea è stata precorritrice di battaglie i cui obiettivi non sono compiutamente raggiunti oggi.

Montseny nasce a Madrid il 12 febbraio 1905. «È nata morta! No, è viva» è il grido liberatorio che riempie la casa dove Teresa Mañé ha dato alla luce Federica, disperazione ed esultanza che ben si comprendono se si considera che tre precedenti gravidanze non avevano avuto lieto fine e che pure Blanquita, nata un anno dopo, non sopravviverà, destinando Federica a rimanere figlia unica.

Teresa e il marito, Juan Montseny, sono entrambi militanti anarchici, catalani, impegnati in un’azione di divulgazione del credo libertario che si esprime sia con il pensiero sia con l’azione. Lei è una maestra che impronta la sua attività didattica ai principi libertari, lui un operaio capace di usare le parole per convincere e trascinare il suo pubblico, sia in comizi infuocati sia con articoli divulgativi e testi teatrali. In seguito a un attentato, opera di anarchici individualisti, cultori dell’azione, Juan è dapprima incarcerato e poi espulso dalla Spagna. Conosce così l’esilio. Londra, dove dopo qualche tempo lo raggiunge Teresa, e Parigi sono le tappe del loro peregrinare, ricco però di incontri e stimoli intellettuali. Nel 1898, dopo circa due anni, riescono a rientrare in Spagna e si stabiliscono a Madrid dove fondano un periodico, La Revista Blanca, che ospita articoli della migliore intellettualità spagnola e internazionale, da Miguel Unamuno a Lev Tolstoj e Piotr Kropotkin, fino a Teresa Claramont, ispiratrice delle lotte per l’emancipazione femminile in chiave anarchica. Anche marito e moglie scrivono sulla rivista, lei con lo pseudonimo di Gustavo Soledad e lui con il nome di battaglia di Federico Urales.

La Revista Blanca

Più o meno negli stessi anni, nasce a Barcellona la “Escuela Moderna”, attraverso la quale Francisco Ferrer Guardia, il rivoluzionario catalano suo ideatore, si propone di condurre non solo una battaglia culturale e educativa, ma anche un’azione di lotta contro lo Stato capitalista e oppressore.

L’anarchismo in Spagna, come in Italia, nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento, è molto diffuso e ha messo radici profonde soprattutto in Catalogna. Questo è il contesto culturale in cui prende avvio l’avventura di vita di Federica Montseny ed era importante darne conto per comprendere i principi e i valori di cui si è nutrita la sua formazione.

La Escuela Moderna

Sia La Revista Blanca, sia la “Escuela Moderna” sono costrette a chiudere proprio nello stesso periodo in cui Federica Montseny viene alla luce, ma non per questo si spengono i principi che le hanno ispirate.

Figura dominante nell’educazione di Federica è la madre Teresa che modella la propria pratica pedagogica sulle idee di Rousseau: un’educazione antidogmatica, creativa, libera da condizionamenti imposti in nome della Patria e di Dio. La famiglia, dopo anni di lontananza dalla nativa Catalogna, può infine tornare a vivere nei dintorni di Barcellona dove si mantiene grazie all’allevamento di galline e conigli, ma anche con il lavoro intellettuale: le traduzioni di Teresa, le collaborazioni giornalistiche di Juan che scrive pure testi teatrali.

Sulla scena del mondo, intanto, mentre Federica cresce, accadono eventi di portata epocale: la Grande Guerra e la Rivoluzione russa, nei confronti dei quali la galassia anarchica assume posizioni non sempre concordi. Così, mentre Kropotnik e Malatesta, padri storici dell’anarchismo, si schierano per l’interventismo, Angelo Pestana, nel 1920, di ritorno da un viaggio in Russia per vedere come funziona lo Stato nato dalla Rivoluzione bolscevica, scettico e deluso, proclama: «bisogna cambiare la rivoluzione per farla davvero».

L’adolescenza di Federica trascorre tra le faccende domestiche, lo studio sotto la guida della madre, la lettura vorace di saggistica e narrativa e la frequentazione, insieme ai genitori, di circoli operai e caffè letterari dove si svolge il dibattito politico-culturale più avanzato e si respira indipendentismo catalano. Ha ereditato dal padre e dalla madre la facilità di scrittura e scrive bene. Le sue prime prove sono novelle a sfondo sociale venate di romanticismo.

Nel 1923, in risposta alla svolta autoritaria imposta manu militari dal generale Miguel Primo de Riveira, con tacito assenso della Monarchia e della Chiesa, Juan Monteseny prende posizione dando forma a un progetto di resistenza al direttorio militare, non con le armi da fuoco ma con le armi della cultura. È la rinascita di La Revista Blanca. Il progetto editoriale vuole dare largo spazio ad argomenti di carattere filosofico-letterario, ai temi dell’emancipazione femminile e dell’educazione. Il periodico pubblica articoli di autori prestigiosi che già avevano scritto sulle pagine della precedente edizione, ma anche contributi di nuove firme e trova largo consenso e diffusione. Tutta la famiglia è impegnata nella redazione: Juan si occupa della divulgazione del pensiero di Kropotkin, la madre, Teresa, cura la sezione di storia, Federica scrive storie che sappiano al contempo far sognare ed educare le giovani generazioni.

Clara, protagonista di La Victoria, racconta e rende esemplare la vicenda di una giovane donna emancipata dalla sudditanza al maschio, padre o marito, un’eroina che rivendica il diritto a vivere una sessualità libera, andando ben oltre la richiesta del voto alla donne, cavallo di battaglia delle suffragiste in quegli anni. E quella per il libero amore è una campagna che Montseny conduce con determinazione non solo a livello teorico, ma anche nella propria esperienza di vita. Lavorando in redazione, incontra un giovane anarchico, Germinal Esgleas, e con lui si sposa nel 1930.

In quell’anno cambia il contesto politico spagnolo: il regime dittatoriale si estingue e prendono piede le istanze repubblicane sostenute da un fronte composito di cui fanno parte ideologie liberali, repubblicane e radicali.

Le elezioni sanciscono il nuovo assetto istituzionale. Gli anarchici, pur lasciati liberi di votare, in gran parte si astengono ed è quello che fanno anche gli Urales, cioè i Montseny.

Ma questa nuova realtà apre nel fronte anarchico un dibattito acceso tra l’anima “possibilista, riformatrice”, che vede nella repubblica una tappa verso l’emancipazione definitiva e l’affermarsi di una società senza Stato, e quella definita “nichilista, oltranzista” sintetizzata così nelle parole del vecchio anarchico Errico Malatesta: «Se si stabilizza in Spagna la repubblica non c’è da farsi illusioni. […] Il popolo perderà di vista l’impeto delle azioni rivoluzionarie e si adatterà per comodità e senza sforzo a uno status quo basato su riforme e collaborazione di classe». Federica Montseny condivide questa linea politica dura e pura e affianca all’attività di pubblicista e scrittrice sulle pagine di La Revista Blanca e di El Luchador quella di “aratora obrera”, in giro per la Spagna a promuovere e sostenere le lotte operaie e contadine “verso una nuova aurora sociale”.

La giovane Federica Montseny

Il governo repubblicano è esitante nel varare le riforme e le proteste popolari si moltiplicano. Scioperi, manifestazioni, violente repressioni si susseguono. Federica non risparmia le energie che investe nella lotta, se non per il periodo della sua maternità. E, nel 1933, nasce una bambina, Vida, il cui nome è lo stesso della protagonista della novella La Indomabile. «Per legge naturale i figli appartengono alla madre», aveva affermato in un testo del 1927, rivendicando la necessità di sottrarre l’educazione della prole al volere/potere dei padri. Certo è che la maternità “emancipata”, così come Federica la intende, le impone la costante ricerca di un difficile equilibrio tra le necessità di cura e accudimento della bambina e la volontà indomabile di essere parte attiva nel processo politico in atto in Spagna.    

Le elezioni politiche del 1934 regalano il governo del Paese a una coalizione di nazionalisti e monarchici, il cui successo, ancora una volta, è dovuto all’astensionismo delle migliaia di iscritti alle organizzazioni anarchiche Cnt (Confederación Nacional del Trabajo) e Fai (Federación Anarquista Ibérica). A questa deriva reazionaria reagiscono i sindacati con scioperi e insorgenze violente in Aragona, nelle Asturie e in Catalogna, tutte represse nel sangue.

Federica Montseny e la figlia Vida

Federica Montseny è parte attiva nel dibattito seguìto alla sconfitta del movimento e si pone domande sull’efficacia dell’alleanza con i comunisti e i socialisti, compagni di lotta nelle insurrezioni appena fallite. Il suo ruolo politico all’interno dell’anarchismo spagnolo è in continua ascesa: a cavallo tra il 1934 e il ’35, la direzione di La Revista Blanca passa nelle sue mani, non senza attriti con il padre, che non accetta di buon grado di essere sostituito.

Giorgio Cosmacini che ha recentemente pubblicato una biografia di Montseny, fonte preziosa di informazioni per la stesura di queste brevi note, così afferma: «Il vero significato della diatriba non è quello, banale, di una lite in famiglia, […]; è invece quello epocale, di una competizione generazionale e di genere, per cui una voce femminile si contrappone con pari vigoria argomentativa a una voce maschile e, al tempo stesso, una generazione di donne emancipate si affianca sempre più numerosa a una generazione di uomini nella lotta per il conseguimento dei comuni ideali».

Le elezioni del 1936 vedono la vittoria del Fronte popolare di cui fanno parte i partiti Repubblicano, Socialista, Comunista, il Poum (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista) e il Partido Sindacalista, la Ugt, ma non la Cnt. Questa volta, però, la maggioranza degli anarchici ha votato, contribuendo così al successo. Lo scarto è stato di soli quattrocentomila voti su otto milioni di votanti.

Così Cosmacini descrive la situazione creatasi: «La Spagna è sul punto di spaccarsi in due: una è la Spagna che ha fede nella repubblica e che vuole rinnovarsi, con le riforme o con la rivoluzione; l’altra è la Spagna che alla repubblica democratica vuole sostituire la nazione autoritaria, ancorata alle istituzioni tradizionali – esercito e Chiesa…».

Il 17 luglio 1936 la spaccatura si palesa nel colpo di Stato dei quattro generali, il cosiddetto alzamiento. Federica Montseny è tra coloro che ritengono indispensabile una immediata azione armata di popolo per superare i tentennamenti del governo, che pensa ancora di poter contare sulle forze dell’esercito rimaste fedeli alla Repubblica.

Finalmente, il 19 luglio, Radio Barcellona trasmette il proclama che dà il via libera alla lotta armata. George Orwell, accorso in Spagna come osservatore e combattente, nel suo Omaggio alla Catalogna analizza e così descrive la situazione delle forze che si oppongono ai nemici della Repubblica: «… in Catalogna solo tre partiti contano veramente: il Psuc, il Poum e la Cnt insieme alla Fai». Il Partido Socialista Unificado de Cataluna rappresenta lo schieramento socialcomunista che aderisce alla Terza Internazionale; la Cnt e la Fai sono le organizzazioni del sindacalismo anarchico; il Poum è costituito da dissidenti antistalinisti di ispirazione trotzkista.

Alla fine di luglio si conclude la parabola di La Revista Blanca. Federica Montseny depone la penna, ma continua a mettere la sua voce al servizio della difesa della Repubblica e per la causa rivoluzionaria: è infatti una delle voci più ascoltate della Emisora Cnt-Fai, l’emittente anarchica che affianca e spesso supera a sinistra Radio Barcellona.

Nel 1936 prende anche avvio l’esperienza delle Mujeres Libres, un’associazione di donne anarchiche che danno vita dapprima alla rivista omonima e poco dopo a una rete di circoli radicati in diversi territori della penisola iberica. In Catalogna le Mujeres Libres arrivano ad avere 40 gruppi, a Madrid 13, 15 nel Centro, 28 nel Levante, 14 in Aragona, per un totale di 147 gruppi che affiliano circa 20.000 donne, per lo più appartenenti alla classe operaia. Il Casal de la Dona Treballadora e l’Instituto de Mujeres Libres a Barcellona organizzano corsi scolastici gratuiti, con un migliaio di iscritte nell’arco di pochi mesi.

Tre i punti basilari dell’organizzazione: l’affermazione dell’esistenza di uno specifico problema femminile; l’adesione formale all’anarchismo come ideale rivoluzionario ugualitario per la costruzione del comunismo libertario; la denuncia di una palese contraddizione fra teoria e pratica in seno al movimento anarchico spagnolo.

Federica Montseny tuttavia non aderisce alle Mujeres Libres, negando anzi la necessità di una simile organizzazione specifica femminile. La posizione viene più volte ribadita da Montseny, che scrive infatti: «Non siamo state, non siamo, non saremo femministe. Riteniamo che l’emancipazione della donna sia intimamente legata a quella dell’uomo. Per questo ci basta chiamarci anarchiche. Ma ci è sembrato che, soprattutto in Spagna, il nostro movimento soffriva di un eccesso di mascolinità; in generale all’uomo non piace che la donna lo rappresenti». E Montseny, a maggior ragione, respinge il femminismo borghese suffragista e individualista: pensa che non miri all’uguaglianza ma ad allineare la condizione delle donne a quella degli uomini, soprattutto negli aspetti negativi e senza farsi carico delle esigenze di una radicale trasformazione delle strutture sociali ed economiche.

Intanto la Guerra civile esplode. A difesa della Repubblica si organizzano le Brigate internazionali, cui partecipano militanti e intellettuali antifascisti provenienti da diversi Paesi europei, visto che Francia e Inghilterra scelgono la linea del non intervento, mentre scende in campo l’Unione Sovietica inviando armi. Le forze ribelli hanno invece il pesante appoggio, in uomini e mezzi, dei regimi totalitari al potere in Italia e Germania.

Il 4 settembre 1936 si insedia il Governo di unità nazionale, sostenuto da socialisti, comunisti e repubblicani, con a capo Largo Caballero. A Barcellona, il 26 settembre, entrano a far parte della Generalitat de Catalunya tre esponenti della Cnt. È la prima volta che degli anarchici partecipano a un’istituzione statale ed è il precedente che induce Caballero a rivolgere un analogo invito perché gli anarchici si prestino anche a condividere le responsabilità del governo centrale.

Gli/le anarchici/che hanno piena consapevolezza del rischio di tradire l’Ideale, rinnegando l’assunto secondo cui lo Stato, qualunque forma assuma, non può che essere oppressivo e liberticida. Ma la situazione è drammatica, c’è in gioco la sopravvivenza della Repubblica. Quindi gli esponenti della Cnt-Fai accettano l’offerta di Caballero. Dei cinque ministeri richiesti ne ottengono quattro: il Ministero della Giustizia, quello del Commercio, quello dell’Industria e quello della Sanità. Proprio quest’ultimo, di nuova istituzione e di importanza cruciale, viene assegnato a Federica Montseny che diventa così la prima donna in Europa a ricoprire la carica di ministra.
A chi le chiede conto della scelta del movimento di farsi Stato, Montseny risponde che la mutevole realtà spagnola ha richiesto e richiede via via un adeguamento politico sociale dell’”anarchismo militante”.

Federica Montseny ministra

Per combattere il fascismo e per vincerlo è necessario che sia il proletariato a porsi alla guida della lotta contro il nemico ed è altrettanto necessaria l’unità di tutte le forze, persino con i comunisti statalisti/stalinisti e con gli esponenti della borghesia rappresentati nel Governo di unità nazionale. «Il nostro ingresso nel Governo ebbe per noi il significato di un passaggio sofferto, ma che si imponeva perché indispensabile» dice Montseny nel Consuntivo Sanitario che redige a conclusione del suo mandato. E ancora: «al di sopra dei nostri stessi ideali, s’è pensato di porre una nuova ragione,  una ragione di carattere generale, tale da non compromettere l’unità del fronte di lotta, da non rinunciare a dirigere la rivoluzione spagnola e con essa i destini della Spagna. Dovevamo stare sia nel mezzo del guado, sia al comando sul ponte».

Le cose da fare sono molte. Innanzi tutto Montseny organizza il Ministero in due Consigli distinti, uno di Sanità e l’altro di Assistenza sociale e sceglie di svolgere la sua funzione in modo collegiale, nominando delle sottosegretarie competenti che sono donne e mediche: una è Mercedes Maestre per la Sanità, con il compito di organizzare il servizio emotrasfusionale per il pronto soccorso sia sui fronti di guerra che in ambito civile; l’altra è Amparo Poch Gascón, una delle fondatrici di Mujeres Libres, direttrice del già menzionato Casal de la Dona Treballadora, esperta di contraccezione e puericultura, cui affida il settore Assistenza sociale.

Il Ministero di nuova istituzione deve far fronte a un gran numero di servizi assistenziali che sappiano dare risposte alle esigenze di mutilati e feriti, di malati e sfollati, di vecchi, donne e bambini/e. La Società delle Nazioni, cui Montseny si rivolge per ricevere aiuti, allineandosi con la politica internazionale del “non intervento”, non riconosce lo stato di estrema necessità sanitaria e sociale della Spagna e non concede l’aiuto richiesto.

Intanto, nel governo si sta palesando in modo sempre più evidente l’egemonia comunista. Il peso delle armi inviate dall’Urss sposta l’asse verso le direttive inviate dal Comintern e dalla III Internazionale. Il malcontento popolare cresce a causa dell’inflazione, del rincaro dei prezzi dei generi di prima necessità, della forte presenza di immigrati e sfollati e le manifestazioni di piazza si susseguono. Il clima diventa incandescente. Le forze governative reprimono le rivolte, il Poum e gli anarchici, fedeli all’ideale rivoluzionario per il quale hanno accettato il compromesso dell’istituzionalizzazione, attaccano l’esercito e accusano il governo di tradimento. Ormai l’unità antifascista non c’è più e alla guerra contro il comune nemico si è sovrapposta quella interna al fronte repubblicano in cui gli stalinisti avranno il sopravvento, a costo dell’annientamento fisico di anarchici e trotzkisti.

Dopo otto mesi e mezzo, per le forti tensioni interne tra le diverse componenti, il governo di Caballero cade e finisce l’esperienza di Federica Montseny nel ruolo di ministra.

Ciò che accade dopo in Spagna è noto. Anche se per tutto il 1937 le speranze di vittoria del fronte repubblicano sono ancora vive, nell’anno successivo l’arretramento e la perdita di posizioni, a tutto vantaggio delle forze italo-spagnole al servizio di Franco, è palese. La resa definitiva avviene nei primi mesi del 1939. Il regime franchista finirà solo nel 1977 con la morte del dittatore.

E cosa ne è di Federica Montseny?

I due anni che precedono la disfatta repubblicana la vedono prima impegnata nel ruolo di Secretaria de Propaganda della Cnt e poi occupata a prendersi cura della madre malata. Contemporaneamente affronta la seconda gravidanza e, seppur presa da queste incombenze, torna a dedicarsi alla scrittura con la stesura della biografia di Anselmo Lorenzo, padre dell’anarchismo iberico.

Agli inizi del 1939, quando ormai le forze di Franco hanno vinto, comincia l’esodo di massa delle/dei combattenti che hanno difeso, fino all’ultimo, la Repubblica, per sottrarsi alla repressione del regime fascista. La famiglia di Federica Montseny, seppur separata e dispersa, riesce a mettersi in salvo in Francia. La madre, tanto importante nella sua formazione e presente anche nella sua vita adulta, muore poco dopo.

In esilio Montseny conoscerà pure il carcere, ma la sua vita continuerà a scorrere dividendo il proprio tempo tra la dimensione domestica e quella pubblica, fatta di militanza, viaggi e scrittura.

Dal documentario Federica Montseny. L’Indomptable (2016) in cui compare il suo fascicolo della polizia francese

Ritorna in Spagna nel 1977, dopo la morte di Franco, e partecipa da protagonista alla storica riunione della Cnt a Barcellona. Ma non va a vivere nella sua Catalogna. Muore infatti a Tolosa, a quasi novant’anni, il 14 gennaio del 1994. .

«Il nostro mondo è diverso e migliore» aveva scritto allora Montseny. Noi diciamo oggi: «Un altro mondo è possibile», ma quanta strada c’è ancora da fare per renderlo reale.

Intervento di Federica Montseny al raduno della CNT di Barcellona, 1977, il primo dopo 36 anni di dittatura franchista

***

Articolo di Daniela Fusari

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Daniela Fusari, docente di materie letterarie nella scuola superiore, è nata a Lodi dove vive e insegna. In qualità di archivista, ha curato, il riordino e l’inventario di fondi documentari. Fa parte della Società Storica Lodigiana e ha svolto ricerche di carattere storico in ambito locale e per la valorizzazione dei Beni culturali. Riesce ancora, per sua fortuna, a divertirsi in tutte, o quasi, le cose che fa.

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