La donna nell’antico Giappone. Capelli e pettinature

Presso nessuna cultura al mondo i capelli hanno avuto importanza così grande come l’hanno fin dai tempi più antichi tra le popolazioni del Sol Levante, un vero e proprio culto che non trova confronti in nessun’altra civiltà. Da sempre i capelli, ritenuti un dono degli dei, hanno per gli abitanti delle isole dove spunta il sole un valore tra il sacro e il magico. Nei bambini, sede di un nume (kami) protettore della crescita, i capelli, in Giappone, sono stati associati al mondo del sacro. Si crede che dentro la capigliatura si nasconda addirittura una divinità che darebbe ai capelli dei poteri eccezionali, come ad esempio allontanare sciagure ed eventi funesti. I contadini danno alle fiamme ciocche di capelli per tenere lontano dai campi uccelli e animali dannosi alle coltivazioni. Con il suo carattere sacro-magico nelle cronache del Kojiki (702 d.C.) e del Nihongi (720 d.C.), la capigliatura assume vari significati simbolici: energia vitale, elemento ineguagliabile di bellezza, potente richiamo erotico. Si attribuisce un valore magico-religioso perfino ai pettini e a tutti gli ornamenti e accessori dell’acconciatura.
Nel corso della storia giapponese, i capelli e le acconciature assumono un ruolo rilevante sia per le donne che per gli uomini.

La più caratteristica acconciatura giapponese (disegno di Colette D’Addio)

Per una donna sono il massimo della bellezza, come recita un detto popolare: «Kami wa onna no inochi» (I capelli sono la vita di una donna). E anche: «Nagakami wa shichi dan kakusu» (I capelli lunghi nascondono sette difetti), volendo significare che una bella e ben curata chioma compensa tutte le imperfezioni e gli inestetismi. La capigliatura femminile, abbondante e copiosa come una soffice e ondosa cascata, è di per sé affascinante e misteriosa, seducente ed erotica ma nello stesso tempo potenzialmente minacciosa proprio perché non si sa che cosa può nascondere nella sua massa.
Per il fatto che non è ammessa una chioma incolta e disordinata, si dà il massimo significato all’acconciatura, a una chioma fluente ma pettinata con la massima cura e scrupolosità, come prescrive nel 686 d.C. un apposito decreto, il primo della serie, il Keppatsurei. I capelli spettinati rappresentano ciò che sfugge al controllo della mente: passioni che divampano impetuose, un animo inquieto, mancanza di misura e di equilibrio interiore, sentimenti che è impossibile trattenere, come l’amore o la gelosia. Già nel Man’yōshū (VIII sec.) questo tema è ricorrente. Un componimento poetico canta una donna pescatrice con i capelli in disordine, mentre una coppia intesse un dialogo a distanza, vibrante di passione e rimpianto.

Haniwa forse di una sciamana, periodo Kofun, Museum of Asian Art, San Francisco

La nostalgia per un amante lontano e l’amore appassionato sono presenti e ricorrono, ancora e ancora: «Asagami no/omoi midarete/Kaku bakari/nane ga koureso/ime ni miekeru» (Ti ho visto nei miei sogni/amore mio/Poiché tutto il giorno hai nostalgia di me/i tuoi pensieri in disordine/come, al mattino, i tuoi capelli). E nella raccolta Kinginshu: «I capelli che ho appena acconciati/si sono disciolti e scompigliati:/anche il mio cuore ho disserrato». Fra le prime importanti testimonianze sulle acconciature giapponesi femminili più antiche sono gli haniwa, figure di terracotta di epoca Kofun (IV-VI sec.), che rappresentano personaggi femminili, spesso sacerdotesse-sciamane (miko), per la maggior parte raffigurate con un’acconciatura kepatsu (ossia capelli raccolti in alto) che si potrebbe definire come un tipo primitivo di shimada (lo stile più diffuso durante il periodo Edo): un grande chignon sulla sommità della testa trattenuto da un nastro. Gli haniwa che raffigurano sciamane recano sulla fronte un pettine ornamentale, simbolo e fonte di energia. 

La più caratteristica acconciatura giapponese vista da dietro (disegno di Colette D’Addio)

Le più antiche raffigurazioni di acconciature femminili risalgono a qualche secolo prima della nostra era. Fin dalle età più remote è vivissimo il culto delle belle chiome. La dea Amaterasu – narra un mito – si sciolse i capelli, poi li annodò e li fermò con gemme.
Se le élite portano capelli raccolti accuratamente, è possibile ipotizzare, stando alle testimonianze archeologiche, che la popolazione contadina portasse i capelli più corti, fermati da nastri perché non fossero da intralcio durante il lavoro nei campi. Soprattutto nell’epoca di Nara (646-794) le strette relazioni con il continente portano a una sempre maggiore influenza della moda cinese nei costumi. I personaggi femminili ritratti negli affreschi della camera sepolcrale del kofun (tumulo) di Takamatsuzuka (VI sec.), presso Nara, in vesti alla foggia cinese recano i capelli legati in morbidi chignon bassi sulla nuca, trattenuti da nastri. La moda del periodo Nara impone alle donne due tipi di chignon: il cerimoniale hokei, impreziosito da decorazioni in oro o giada, a seconda del rango di corte occupato dalla dama, e il più semplice gihei, uno chignon alto, spesso doppio, ovvero rigirato sulla sommità del capo. 

Acconciatura denominata kepatsu

All’inizio del VII secolo d.C., le giapponesi portano i capelli molto alti e squadrati sul davanti, con una coda di cavallo a forma di falce sul dietro, a volte chiamata “capelli legati con una corda rossa”. Questa pettinatura, nota come kepatsu, è ispirata dalle mode cinesi dell’epoca. L’acconciatura, momento di raffinatissima grazia e poesia, segue un complesso rituale, una lunga e paziente operazione giornaliera, una notevole performance di grazia e di bravura. La lussureggiante vegetazione del capo, con l’indispensabile aiuto delle ancelle, come nella Roma imperiale, diventa un capolavoro di pazienza, abilità, soffice architettura, in definitiva una preziosa opera d’arte che delizia la vista.

Per realizzare le alte architetture di testa, i lisci e bruni capelli sono stretti, fissati, raccolti con pettini di bambù, asticelle, nastri, spilloni, gioielli, fiori. Ma se la persona amata non c’è, non c’è nemmeno la testa per farsi… una bella testa! «Capelli che rialzati ridiscendevano lisci/e disciolti splendevano lunghi!/Da tempo non li vedo,/ma certo continuerai a curarli», scrive un poeta, Mikata no Sami (VIII sec.), alla sposa lontana.

«Tutti “Son lunghi” e “Rialzali”/mi dicono;/Ma come tu li vedesti in ultimo,/scarmigliati li tengo», è la risposta della moglie, che leggiamo nel Man’yōshū.

Acconciatura tipica del periodo Heian

Il gusto cambia radicalmente con l’era Heian (794-1185). La tricofilia s’impadronisce follemente di teste coronate e patrizie quando al kepatsu subentra il taregami, la predilezione per le chiome ondose, fluenti, di un nero profondissimo, indecifrabili manti nei quali madre natura avvolge e nasconde le più belle creature da lei generate. Abbandonata progressivamente la moda cinese quando hanno termine le ambascerie verso il continente, nel periodo Heian i nuovi canoni estetici che si impongono presso la corte imperiale esaltano la magnificenza della capigliatura femminile con lo stile detto taregami: capelli neri, diritti come spaghetti, lucidi e lunghi ben oltre l’altezza della donna, divisi da una riga centrale e lasciati scendere in tutta libertà sulle spalle e lungo la schiena fino a toccare il pavimento.

Il taregami è l’acconciatura classica del periodo: i capelli vengono lasciati sciolti, pettinati e curati nel migliore dei modi. Sono morbidamente raccolti con nastri di carta (motoyui) solo in occasione di alcune cerimonie. Una chioma folta e corvina, di una lunghezza maggiore dell’altezza della persona, è un requisito indispensabile perché una donna possa considerarsi bella. È una chioma, peraltro, che va continuamente regolata a colpi di pettine e cosparsa di olio di camelia per essere brillante che più brillante non si può. Per mantenerla pulita, la si fa ricadere sulla lunga gonna a strascico che completa il raffinato abbigliamento a vesti sovrapposte (junihitoe) delle dame di corte, il mo. I capelli in disordine sono simbolo di un’incontenibile passione amorosa. Così risuonano i versi della poetessa Izumi Shikibu: «Giaccio/i neri capelli scomposti/ma non ne sono cosciente/tutta tesa al pensiero dell’uomo/che li ha accarezzati».

Le nobildonne giapponesi rifiutano le mode cinesi e creano una nuova sensibilità stilistica. Più i capelli sono lunghi, meglio è! Le ondulate capigliature che accarezzano il suolo sono considerate il top della bellezza, dell’eleganza e della femminilità. Il rango di una gentildonna dipende dalla lunghezza delle chiome, caso unico nella storia. È indispensabile che arrivino fino a terra almeno quando la dama sta seduta sui cuscini posti sul pavimento. Ma la signora è considerata di nobilissimo lignaggio se, quando sta in piedi, i capelli sorpassano di molto la sua statura. Insomma, più sono lunghi i capelli più nobile e aristocratica è la donna, perché la vera nobiltà sta nella chioma. Così Murasaki Shikibu delinea alcuni ritratti di dame di corte: «Donna Dainagon. I suoi capelli sono di tre pollici (7,62 centimetri, n.d.r.) più lunghi della sua statura. Usa forcine squisitamente intagliate…Donna Senji. I suoi capelli sono fini e rilucenti e misurano un piede (30, 48 cm. n.d.r.) più del consueto… Donna Myaki. I suoi capelli non sono più lunghi del vestito e le punte sono tagliate molto bene. Donna Gosechi. Quando l’ho vista per la prima volta in primavera, i suoi capelli abbondantissimi erano di un piede più lunghi della sua statura; a un tratto, sono diventati più radi alle punte e ora sorpassano di poco la sua statura. Fra le dame più giovani Kodaibu. I suoi bei capelli sono di un piede più lunghi di lei…».

Una classica scena di toilette, nella ricostruzione di Colette D’Addio

Le dame giapponesi spendono le ore migliori della loro giornata (quanti mesi e anni di vita?) nel sacro rito del trucco e pettinatura. E non è tempo perduto, se il viso che ne viene fuori è un capolavoro di pittura. «La mattina mi vergogno del mio viso non ancora dipinto e incipriato» annota Murasaki Shikibu nel suo diario. Solo per una grave disgrazia ci si trascura, come capita a una malinconica signora che ha perduto l’uomo del suo cuore: «Povera me! Non c’è più traccia delle mie ciglia. Per chi potrei mai più ridisegnarle?».
Le donne della corte imperiale si fanno crescere i capelli il più a lungo possibile. Ora matasse di seta purissima scendono dritte sulla schiena, ora si fa ammirare un lucidissimo velo di trecce nere (chiamato kurokami). Questa moda, che le donne aristocratiche seguono per almeno sei secoli, vuole essere una reazione contro le mode cinesi importate della dinastia Tang, che privilegiano capelli di minore lunghezza composti in code di cavallo e crocchie. Le donne del popolo preferiscono i capelli legati una o due volte sul dietro.

Dipinto di Tosa Mitsuoki, tardo XVII secolo, che ritrae cortigiane del periodo Heian, con i capelli lunghi fino a terra

Chi batte tutte quanto a capelli nell’epoca Heian secondo la tradizione, è una signora che vanta l’incredibile lunghezza di 23 piedi (7 metri). La tipica bellezza Heian deve avere una bocca imbronciata, occhi stretti, naso sottile e guance tonde di mela. Le donne usano una polvere di riso per dipingere di bianco il viso e il collo. Disegnano un bocciolo di rosa di color rosso vivo sopra le linee naturali delle labbra.
In una moda che a noi può sembrare molto strana, le donne aristocratiche si depilano completamente le sopracciglia per ridipingerle con polvere nera in alto sulla fronte, quasi all’attaccatura dei capelli: sono le cosiddette sopracciglia “a farfalla”. Un’altra caratteristica che a noi sembra poco attraente è la moda dei denti anneriti. Poiché sbiancano quanto più possono la loro pelle, i denti finiscono per sembrare gialli in confronto al niveo candore dell’incarnato. Ecco perché le donne Heian si dipingono i denti di nero, anche per creare un’affinità cromatica con le chiome corvine. Le donne delle classi meno abbienti non si radono le sopracciglia ma si tingono solo di nero i denti.

Una dama in atto di pettinarsi
(disegno di Colette D’Addio)

Donna, pettine, specchio: un triangolo perfetto che ha per vertice la bellezza e per lati la vanità. Nella cultura aristocratica del periodo Heian i capelli sono considerati uno dei principali attributi del fascino femminile: le chiome, nere, lucide e lunghissime, sono una delle poche immagini di una donna che possa essere intravista e ammirata da dietro le tende paravento, che separano una dama dal suo interlocutore. Nel diario di Murasaki Shikibu leggiamo: «Nel candore che regnava intorno a Sua Maestà risaltavano particolarmente le figure e i volti delle dame dai lunghi capelli neri: sembrava un bellissimo disegno in bianco e nero che si animava davanti agli occhi di chi lo osservava».
Le donne amano il volto talmente bianco di cipria che sembra quasi trasparente.
Murasaki Shikibu, una fonte inesauribile di notizie e curiosità, annota che per le dame di corte le sopracciglia devono essere lunghe e sottili, gli occhi piccoli e di forma allungata piuttosto verso il basso, il naso schiacciato, le labbra sottili, le guance paffute, il collo corto e in carne. Le fanciulle imparano all’età di otto o nove anni come rendere le sopracciglia adeguate al modello prescritto e apprendono come incipriarsi il viso già all’età di sette anni.

Nelle opere letterarie di epoca Heian numerose sono le descrizioni delle sinuose capigliature corvine delle dame di corte. Per Sei Shōnagon, ad esempio, i fiori di pruno davanti al padiglione Umetsubo, illuminati dal sole, formano uno spettacolo degno di essere ammirato ma «sarebbe ancor più bello se dietro le cortine delle terrazze s’intravvedessero giovani dame, con soffici e lucide chiome abbondantemente sparse sulle spalle, intente a discorrere». Anche Murasaki Shikibu, nel suo diario, fa continui riferimenti alle capigliature delle nyōbo (signore d’alto rango, dame di compagnia) impegnate nelle varie occasioni cerimoniali a corte, esaltandone il fascino ineguagliabile. In una pagina celebre del suo diario l’autrice del Genji monogatari annota: «Quella sera la dama incaricata di servire [Sua Maestà] era Miya no Naishi. Lei che si distingueva sempre per la nobile eleganza, in quell’occasione, con i capelli raccolti col nastro che le ricadevano sulle spalle, sembrava ancora più attraente del solito».

L’acconciatura nota col nome di osuberakashi

Lo stile suberakashi, adottato dalle dame della nobiltà nell’epoca Kamakura fino al periodo Muromachi (1392-1568) vuole i capelli pettinati all’indietro, raccolti in una morbida coda di cavallo sulla nuca e legati con un nastro di carta, mentre le ciocche laterali sottostanti scendono morbidamente sulle spalle per poi essere raccolte a metà schiena. Secondo lo stile osuberakashi, più cerimoniale e imponente, i capelli sono composti in una voluminosa massa sulla nuca in una coda racchiusa da vari nastri lungo tutta la sua lunghezza, mentre sul davanti si inserisce tra i capelli un pettine (kushi) o una tavoletta decorativa (hitai). Insieme a una capigliatura lunga, liscia e corvina, un altro segno distintivo di bellezza femminile è una fronte spaziosa con un’attaccatura di capelli abbastanza alta. Per ampliare la fronte si rasano i capelli sul davanti e sulle tempie e, a volte, si disegna una linea sottile tra fronte e capelli.

Esempi di kanzashi

Verso la fine del periodo Heian si inizia a raccogliere i capelli in una morbida coda di cavallo trattenuta da nastri di carta, il sagegami. Abbandonata l’acconciatura tradizionale taregami (capelli sciolti e lunghi), via via vengono adottate le varie pettinature nihongami che vedono il trionfo del raccolto e, con esse, si diffonde la moda dei kanzashi, caratteristici ornamenti di testa fatti dei più svariati materiali dal legno laccato all’oro, dall’argento al guscio di tartaruga, dalla seta alla giada e alle perle, e realizzati nelle fogge più diverse e fantasiose, anche a seconda dei periodi dell’anno, come quella a fiore di ciliegio in primavera, a foglia d’acero in autunno e a colomba augurale a Capodanno. In alcuni casi, dato che sono appuntiti, le donne li usano anche come armi di difesa personale. Ai giorni nostri sono ancora usati dalle spose e dalle donne che portano abitualmente il kimono.
Nei periodi Muromachi (1333-1573) e Azuchi-Momoyama (1573-1603) la vita delle donne delle classi elevate cambia e anch’esse iniziano a raccogliere i capelli, proprio come hanno sempre fatto le donne del popolo. Queste ultime, contadine o piccole commercianti che vendono le proprie merci al mercato, trattengono la chioma con fasce in cotone o fazzoletti chiudendole, sulla fronte, con un nodo a forma di farfalla, uno stile chiamato katsuramaki o, anche, katsura tsutsumi, una moda che ha una lunga fortuna. Per le dame che servono presso le casate militari si impone il tamamusumi, un’acconciatura caratterizzata dai capelli raccolti in una coda di cavallo bassa sulla nuca e arrotolata ad anello. Le donne appartenenti alla classe guerriera quando escono di casa nascondono i capelli drappeggiando sulla testa il kosode secondo lo stile detto kutsugu

La moda di annodare i capelli compare nel periodo Momoyama (XVI sec.) e nel primo periodo Edo (inizi XVI sec.). Dapprima i capelli sono raccolti con uno stile semplice e stretti con un nodo sulla sommità del capo (lo stile karawa, anello cinese). Il costume, lanciato dai giovani attori del kabuki, viene ripreso dalle danzatrici e poi dalle cortigiane nei quartieri del piacere della regione del Kamigata (attuale Kansai) e da lì si diffonde fra la popolazione femminile delle varie classi. Nei quartieri del piacere lo hyōgomage si arricchisce e diventa qualcosa di molto elaborato e vistoso. 

Trucco e acconciatura di una geisha, una moda che resta inalterata nel tempo
(disegno di Colette D’Addio)

Nel campo della moda e dello stile, sia per l’abbigliamento che per le acconciature, saranno le cortigiane dei quartieri del piacere a dettar legge per tutto il periodo Edo (1603-1868), a buon diritto considerato l’epoca d’oro nella storia dell’acconciatura giapponese. Le signore iniziano a portare i capelli in modi molto più elaborati. Raccolgono le loro trecce cerate in una varietà di chignon e crocchie decorandoli con pettini, bastoncini per capelli, nastri e fiori. Gli svariati modi di pettinare i capelli rappresentano, almeno fino agli inizi del XX secolo, un mezzo per trasmettere informazioni sulla persona: età, classe, status sociale, ricchezza e anche fede religiosa.

Un esempio di shimada

Lo shimadaè una specie di chignon, alto per le donne giovani (taka shimada), schiacciato per le signore mature (tsubushi shimada), adornato da tessuto o tagliato in due come una pesca troncata a metà per le apprendiste geishe. In un altro tipo di shimada, detto “a scatola”, i capelli sono raccolti dietro la nuca a guisa di un parallelepipedo. Una particolare versione dello stile, chiamata mago Shimada, è relativamente semplice rispetto a quelle successive. Seguendo questa moda, per lo più in auge dal 1650 al 1780, le donne avvolgono i lunghi capelli nella parte posteriore, li pettinano con la cera nella parte anteriore e aggiungono un prezioso pettine sul vertice della testa come tocco finale.
Infine in alcuni tipi di pettinature tradizionali giapponesi, come yoko-hyogo e gikei, i capelli vengono fissati e irrigiditi con la cera in modo da formare due rigonfiamenti laterali simili ad ali. Innumerevoli sono le varietà di pettinature adottate. Alcuni studiosi hanno catalogato ben 280 tipi diversi di acconciatura, e ci vorrebbe un libro intero per trattarle adeguatamente. Ma questa è tutta un’altra storia.

In copertina. Capelli sciolti e lunghissimi, secondo la moda taregami.

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Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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