Storie, memorie, identità. Nome non ha

Definire l’ultimo libro di Loredana Lipperini non è semplice. Per una marchigiana come me è una lettura che stimola prima di tutto i sentimenti, poi riaccende la memoria, quella storica, collettiva, condivisa, e infine fa presa col piacere del racconto. Si tratta di un’opera a metà strada tra il romanzo d’iniziazione e la letteratura di viaggio, sebbene l’itinerario intrapreso dalle tre giovani protagoniste a bordo di una vecchia auto si interrompa fisicamente poco dopo il suo inizio, nel cuore dei Monti Sibillini, proseguendo però poi, spiritualmente e filosoficamente, a ritroso nel tempo e a cavallo del mito. L’autrice, fortemente legata all’entroterra marchigiano dell’infanzia, tema ricorrente nelle sue opere, ha scelto di restituirci in questa ultima prova quasi una summa di quella che potremmo definire una sorta di “weltanschauung sibillina”, che affonda le sue radici nelle riflessioni di Joyce Lussu, nell’archetipo della dea madre e nelle tante leggende legate alla Sibilla Appenninica, che non fa parte del gruppo delle sibille classiche varroniane, né di quelle del canone rinascimentale, ma che nelle Marche è una presenza costante, un leitmotiv che segna il background di un’intera popolazione, benché oggi non se ne abbia quasi più coscienza.

«Qui la Sibilla è dappertutto» scrive Lipperini e coglie, in questa semplice frase, una delle caratteristiche innate del territorio marchigiano, intriso di tradizione, folklore, mistero e di una grande forza femminile quasi sempre sotterranea, nascosta, taciuta sebbene generalmente nota ai/lle conterranei/ee. Si tratta della forza delle vergare, le donne della famiglia contadina tradizionale, che dirigevano di fatto la casa pur essendo sottoposte al marito, la forza delle guaritrici di montagna, che sanavano persone a cui la medicina ufficiale non sarebbe mai arrivata, la forza della pazienza, della perseveranza e della tenacia, come quando un intero villaggio viene raso al suolo dal terremoto, ma resistere è l’unica cosa che puoi fare e allora la fai. Donne intere, le chiamava Joyce Lussu, donne che nei secoli vennero perseguitate, bruciate, come la strega di Esanatoglia, denigrate e non credute.

Collante di questa narrazione che spazia tra diversi generi e diverse sensazioni è la potenza del racconto, del tramandare la memoria alle generazioni più giovani, perché le storie «mettono radici invisibili e profonde, e i nostri pensieri, e dunque le nostre azioni, muteranno dopo averle incontrate». Tra cavalieri erranti, fate dai piedi caprini che ballano il saltarello e luoghi dai nomi oscuramente evocativi, l’autrice, con il potente supporto delle illustrazioni, già felicemente definite “spirituali ed esoteriche”, di Elisa Seitzinger, ci accompagna in un viaggio formativo nel tempo e nello spazio, alla ricerca della conoscenza, dell’identità e dell’anima di un territorio dal carattere schivo, ma ricco di significati.

Un libro da assaporare, da gustare lentamente per avere il tempo di cogliere le tante citazioni, le suggestioni letterarie, le incursioni nel mito e nel folklore. Un’opera che piacerà a chi percepisce la forza femminile nascosta nell’animo delle persone e nelle espressioni della natura e ambisce a ricongiungersi con l’archetipo della “donna selvaggia”, sapiente, materna ma anche talvolta inesorabile, lasciandosi alle spalle paure, incertezze e stereotipi.

Loredana Lipperini, Elisa Seitzinger
Nome non ha
Hacca edizioni, Matelica (Mc), 2021
pp. 104

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Articolo di Silvia Alessandrini Calisti

Laureata in Lettere e Archivistica e Biblioteconomia, ha lavorato nel settore bibliotecario per poi passare a occuparsi di contenuti web, social media management e web marketing. Ha ottenuto il Golden Media Marche nel 2015 e il Premio Impresa Donna nel 2016. Collabora con l’Osservatorio di Genere. Nel 2016 ha pubblicato il saggio Sani e Liberila maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVI-XX), e nel 2020 Marche stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana, entrambi con Giaconi Editore.

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