Il pane americano

«Wasi’chu, mi chiamo Takchawee, e scrivo dalla riserva di Rosebud, in Sud Dakota. Sono una donna della Nazione Rossa dei Sioux, e appartengo alla tribù delle Cosce Bruciate, i Sicangu nella lingua dei miei antenati e delle mie ave. So che questo nome ti farà ridere: tante volte è capitato con voi europei. Eppure, la sua motivazione va ricercata in un atto di coraggio, quello estremo, che non lascia alternative tra il vivere e il morire.

Secondo gli antichi racconti intorno al fuoco, una banda di Sioux venne un giorno accerchiata da nemici che ne incendiarono il tepee con tutta la prateria circostante. I nostri, per salvarsi, furono costretti ad attraversare le fiamme ustionandosi le gambe. Vedi, Wasi’chu, ciò che voi bianchi ritenete buffo fa parte del nostro patrimonio e della nostra storia. Non sarebbe bastato questo per mostrare maggiore rispetto? Alla fine, noi abbiamo anche accettato che ci chiamaste con un nome, Sioux, che è una deformazione del vero termine con cui gli altri popoli nativi ci conoscevano: Nadewa-issiù, i “serpenti pericolosi”.

Ma questa è solo una delle tante storpiature con le quali ci avete obbligati e obbligate a convivere, chiudendoci in pezzi di terra chiamati “riserve” e illudendo così il mondo che le nostre genti fossero una ricchezza da preservare; ci avete segregati e segregate in stracci argillosi e aridi di un continente ricco, sterminato e florido che, prima del vostro arrivo, potevamo ancora permetterci di chiamare casa. E pensare che la mia gente, la gente lakota, dominava tutte le grandi pianure nella zona che ruota attorno alle Black Hills, un luogo sacro per noi, e occupava territori di quegli stati che oggi le cartine chiamano Nord e Sud Dakota, Colorado, Wyoming, Montana e Nebraska.

Hai provato a crescere correndo libera lungo i crinali di una collina per poi trovarti chiusa in una buca sotto terra? Ecco, io e il mio popolo ci sentiamo così, soffocati dalla polvere controvento che ci sputa addosso, con i sensi intasati dai detriti che chi è sbarcato sulle nostre coste ci ha scagliato contro. I Sicangu facevano parte dei Sette Fuochi Sacri gli Oceti sakowin — le sette tribù dei Sioux occidentali che andavano a formare il gruppo dei lakota, insieme agli Oglala, agli Hunkpapa, ai Minikonju, agli Itazipco, agli Oohenunpa e ai Sihasapa.

Questi sette fuochi si alimentavano e impinguavano l’un l’altro, con un costante scambio di matrimoni, alleanze e commerci tali da poter parlare di una vera e propria nazione lakota. Ora, invece, chiusi in queste maledette prigioni a cielo aperto, senza sbarre né mura da attraversare, ma con confini ben più insormontabili di quelli fatti con cemento e filo spinato, abbiamo perso tutte le nostre abitudini, e non certo per nostra volontà. L’antico incendio sioux brucia ancora, nonostante tutto. Nonostante il governo degli Stati Uniti di America continui a soffocarlo con le leggi e con la volontà di annullarci.

Ti scrivo che qui è il Thanksgiving Day, una festa che, nel territorio chiamato Nord America, è molto sentita. Noi, che da quel lontano sbarco dell’uomo bianco abbiamo molto poco di cui esser grati, abbiamo istituito una giornata del lutto o “del non-ringraziamento” da opporre alla festa ufficiale.

In questa occasione, comunque, i Wasi’chu preparano un pane chiamato Cornbread. Per fare questo pane servono mezza tazza di burro non salato fuso, una tazza di farina, una tazza di farina di mais, un cucchiaio di zucchero, due cucchiai di lievito, mezzo cucchiaino di bicarbonato di sodio, mezzo cucchiaino di sale, una tazza e mezza di latticello e due uova grandi. Si deve preriscaldare il forno a 400 gradi fahrenheit e porre al suo centro una padella in ghisa da 9 pollici unta con del burro. Nel frattempo, in una ciotola capiente vanno sbattuti insieme la farina, la farina di mais, lo zucchero, il lievito, il bicarbonato e il sale. Dopodiché, si fa un buco al centro e si aggiungono il latticello e le uova. Si mescola bene per amalgamare e unire il burro fuso leggermente raffreddato. Si mescola di nuovo ma non troppo. A questo punto, va rimossa con cautela la padella dal forno per versarci dentro la pastella e cuocere il tutto per circa venti minuti.

Di questo pane i bianchi vanno particolarmente fieri, dimenticando che — esattamente come la terra dove coltivano il mais e il fuoco con il quale cucinano — lo hanno preso dalla nostra tradizione. Anche noi, infatti, abbiamo l’abitudine di mangiare un pane fatto con la farina di granoturco, il fried bread, il pane fritto, che è comune un po’ a tutte le popolazioni native. Noi lo chiamiamo anche Pane Ruota, per la sua forma, il cerchio, considerata sacra, simbolo di qualcosa di potente, come il sole, la luna, la terra e il suo moto, il ciclo della vita e delle stagioni. È un pane nato nel periodo delle riserve che dovrà essere consumato finché la terra non tornerà a essere purificata. Credo, mia cara Wasi’chu, che lo mangeremo ancora per molti secoli a venire.
Abbiamo imparato a fare questo pane anche con farina di radici, linfa dolce ricavata dagli alberi, lievito, frutta essiccata e spezie, cuocendolo poi all’aperto su un bastone: l’uomo bianco ha tentato di privarci delle materie prime, ma la nostra terra sa sempre come correre ai ripari.

E pensare che voi Wasi’chu la chiamate “Selvaggio West”. Eppure, credimi, selvaggio lo è diventato solo con voi.

Voi confondete il selvaggio con l’incontaminato, forse perché ne avete paura, abituati come siete a contare e misurare. Perché i conti sono i numeri e i numeri sono i soldi, ed è intorno a questo che ruota tutto il vostro esistere. Noi uomini e donne lakota abbiamo sempre vissuto senza timore tra queste vaste praterie e queste rocciose montagne, consapevoli che il Grande Spirito avrebbe benedetto la terra, le acque e il cielo. Fu soltanto quando i bianchi arrivarono dall’Est e ci perseguitarono che questo luogo iniziò per noi a essere “selvaggio”. Selvaggio e pericoloso.

Nascere lakota, anche se nella terra che porta il nostro nome, non è cosa facile. Gli uomini, che erano cacciatori e guerrieri, che contavano il colpo ai nemici, oggi possono solo cacciare alcolici, combattere contro le roulette russe e spaccarsi la faccia fuori dai casinò.

Alle donne le cose non vanno certo meglio. Se siamo particolarmente belle, spariamo dalle riserve, probabilmente rapite e indirizzate alla prostituzione; se osiamo alzare troppo la voce, i federali ci piantano in gola il ferro dei loro M-16 o, come è successo alla mia migliore amica, veniamo trovate sul fondo di un burrone ghiacciato, con la nostra creatura attaccata a un seno rinsecchito e senza vita. E sempre, non appena se ne presenta l’occasione, veniamo sterilizzate come fossimo cagne randagie, così da far risparmiare, credo, soldi al governo per futuri e non voluti investimenti.

Essere lakota non è cosa affatto facile; essere una donna lakota, lo è ancor meno. E allora, per pareggiare un poco i conti con il Grande Spirito, voglio raccontarti la storia di una donna, una cheyenne, il cui nome fa ancora chinare la testa e togliere il cappello.

Era l’estate del 1876 e, nelle Grandi Pianure, si svolsero due fra le più grandi battaglie che opposero il governo degli Stati Uniti e l’esercito di resistenza di noi nativi. La prima, quella del 17 giugno, è conosciuta come la battaglia del Rosebud; la seconda, quella del 25 giugno, è invece nota con il nome di Little Big Horn.

Il popolo Tsis-Tis-Tas, il popolo magnifico, che noi lakota chiamiamo Shahi-ye-na ovvero popolo dalla lingua straniera, e che voi conoscete sicuramente come Cheyenne, era un nostro alleato e, tra le sue file, vi erano anche una donna, Buffalo Calf Road Woman, Mutsimiuna, la donna della Strada dei Giovani Bisonti, insieme al marito, Coyote Nero, e al fratello, Capo che appare alla Vista.

Durante il combattimento del 17 giugno, quando Mutsimiuna si accorse che il cavallo di suo fratello era stato abbattuto e lui, appiedato, era circondato da un gruppo di Crows, alleati dell’esercito federale, non perse tempo a riflettere e, lanciando il grido di guerra, spinse la sua cavalcatura nella mischia. Capo che appare alla Vista riuscì a salire in groppa dietro di lei e a raggiungere in salvo le linee dei guerrieri alleati, nonostante pallottole e frecce cercassero di colpirli.

Per quei concitati momenti, l’intera battaglia si fermò; si fermò il vento, l’alito delle montagne; persino il respiro del Grande Spirito si trattenne a osservare questa coraggiosa ragazza sfrecciare tra le file nemiche e salvare la vita di suo fratello. Si fermò la storia che, pronta a scrivere il suo punto di vista, fu costretta invece a modificarlo.

Il generale Crook, che comandava l’esercito degli Stati Uniti a Rosebud, rimase talmente impressionato dal valore degli uomini e delle donne native — soprattutto della donna della Strada dei Giovani Bisonti — che decise di ritirarsi di un centinaio di miglia. E così, otto giorni dopo, si trovò troppo lontano da Custer per poter intervenire.

Come se non bastasse, si narra che proprio a Little Big Horn, tra le truppe guidate da Cavallo Pazzo, Tashunka Uitko, e Toro Seduto, Tatanka Yotanka ci fosse a combattere anche Buffalo Calf Road Woman insieme al marito, e che fu lei a colpire Custer facendolo cadere da cavallo e non lasciandogli, così, scampo.

So cosa stai pensando. Che questa povera donna della tribù delle Cosce Bruciate è ben misera se rimpiange e canta una vittoria che niente ha cambiato nel futuro della sua gente. Forse hai ragione. Ma quando vivi in una caverna buia, anche la più piccola fessura di luce e aria può darti speranza e consentirti di non abbatterti e impazzire. Ti ci attacchi, come muschio sulla pietra, e inspiri a polmoni pieni un alito che pare essere soltanto nella tua testa.

Perché noi lakota, mia cara Wasi’chu, continuiamo comunque a resistere. E ci chiamano ribelli per il solo desiderio di voler vivere e morire nella pelle e nei mocassini che sempre ci sono appartenuti. Eppure, credimi quando ti dico che faremmo molto volentieri a meno della rivoluzione se potessimo tornare a essere ciò che siamo.

Voglio chiudere questa mia lunga lettera chiedendoti perdono se a volte i toni da me usati possono aver fatto trasparire rabbia. Quella c’è, tanta, ma non sei certo tu il bersaglio verso cui scagliarla. Sappi, infatti, che tutte le parole che qui troverai, sono state scritte con la mia mano sinistra, mai con la destra, e non perché io sia mancina. La sinistra è la mano del cuore; la destra, quella che stringe il pugnale, che uccide. È la mano che fa del male. Alle mie amiche, esattamente come faceva Tashunka Uitko, io porgo sempre la mano sinistra.

Ora ti saluto e ti abbraccio, mia cara amica Wasi’chu. E ricorda che “una nazione non è conquistata finché i cuori delle sue donne resistono”.

Pilamaya. Grazie».

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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