L’arte della liuteria nelle mani di Katharina Abbühl

Lungo la propria esistenza ogni persona incoraggia o alimenta, talvolta inconsciamente, una cultura materiale. Il valore di un manufatto non si limita soltanto alla sua funzione ma accresce anche a seconda della sua storia e del suo tempo di creazione; e non ci si deve stupire se si crede di provare dell’affetto per un artefatto, alla stregua di una persona.

Katharina Abbühl è una liutaia e da diversi anni vive e opera a Cremona: la stessa città che nel 1644 ha visto nascere Antonio Stradivari. Formatasi nella cittadina lombarda, è rappresentante di un’arte che dal 2012 è considerata patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.

La passione, la cura e la dedizione sono solo alcuni degli ingredienti che permettono a Katharina Abbühl di dare vita a ciò che inizialmente si presenta come un semplice pezzo di legno.

Lei si è formata presso la scuola Antonio Stradivari di Cremona nel 1991 sotto la guida della maestra Vanna Zambelli. Perché non si registrano donne nella scuola di liuteria prima di Zambelli?
Perché l’artigianato era qualcosa che si pensava soltanto l’uomo potesse fare. Magari la donna era sottomessa e lavorava comunque nell’artigianato, ma nascosta dietro la figura del marito. Giuseppe Guarneri del Gesù, che era il più apprezzato liutaio del Settecento, era sposato con una donna austriaca: Caterina Rota. Lei per esempio aiutava il marito. Già lì è la storia della donna: essere nascosta e fare qualcosa, ma non con il proprio nome.

Qual è la sua storia? Quando ha scelto la liuteria? È un mestiere tramandato o è nato da un suo interesse?
Io nasco come chitarrista non professionista. Ho fatto il liceo scientifico in Svizzera e suonavo molto la chitarra classica: era la mia passione! Lavoravo anche con il legno: intagliatura, scultura… Non ho liutai in famiglia ma musicisti. Poi ho scoperto il violino come strumento e al liceo ho iniziato a suonarlo: mi piaceva. Ho deciso poi di optare per la Scuola internazionale di liuteria a Cremona.

L’intera formazione è avvenuta tra la Svizzera e l’Italia?
Dopo aver studiato a Cremona ho lavorato per una famosa ditta di strumenti musicali a Zurigo, in Svizzera. Sono poi tornata in Italia per continuare la mia formazione con Alexander Krilov: un liutaio russo formatosi anche lui nella Scuola di liuteria. Lui mi ha aperto gli occhi sulla costruzione acustica di uno strumento!

I liutai e le liutaie fanno un lavoro di ricerca per poter applicare i metodi dei liutai italiani del passato: il metodo di oggi è cambiato o è rimasto quello della tradizione?
Questa è una domanda pericolosa! Io ho un mio particolare punto di vista, ma è storicamente approvato e si può vedere al museo: c’era un certo metodo dei vecchi italiani di fare la forma interna piegando le fasce. A quei tempi facevano una cassa armonica e veniva aggiustata ai doveri del suono che volevano, del legno che avevano; quindi non erano pezzi assemblati e la finitura veniva fatta sulla cassa chiusa. La liuteria classica cremonese è lavorare sulla cassa chiusa: è approvato. Dopo se è meglio o peggio è un dubbio che lasciamo ai musicisti; ma i più famosi violini sono i vecchi cremonesi. I francesi non lavoravano così. Eppure loro erano artigianalmente molto bravi! Perché allora i vecchi italiani sono oggi più apprezzati e nettamente migliori? Perché questi vecchi italiani, suonati, crepati e riparati suonano ancora?

Quindi il tutto dipende dalla richiesta dello stesso materiale che costituisce lo strumento?
Anche! Ma è un insieme di tante cose. Bisogna interpretare il materiale: è questa l’arte del liutaio. Noi siamo catalogati artigiani ma siamo anche artisti. Non perché è meglio essere artisti piuttosto che artigiani ma perché è una trasformazione di una materia in qualcosa che ha molto più valore. Comprare il legno è per noi il minimo del costo finale, esattamente come un artista che compra una tela che non costa niente ma che poi diventa un Picasso.

Un altro aspetto fondamentale di questo lavoro è il tempo. Prendendo in considerazione l’intero processo che porta alla realizzazione dell’opera finale, che rapporto ha con il tempo?
Anzitutto ci sono i tempi di ogni liutaio. Uno può essere più veloce di un altro; uno può usare più macchinari di un altro. Non è un male usare i macchinari, ma dipende dal modo! Io so per lo meno quanto tempo impiego per costruire un violino. Dopodiché ci sono mille distrazioni e questo è importante. In che stato dobbiamo trovarci per poter lavorare è ancora un altro aspetto del tempo. Dobbiamo imparare a essere nel flow per creare qualcosa di molto importante. Puoi impararlo: creare un ambiente giusto per fare una cosa che abbia valore nella storia e nella musica!

Si tratta di un lavoro perlopiù individuale in cui occorre pensare, progettare e creare in autonomia. Questo influisce sulla persona?
Sicuramente! Ma non bisogna sottovalutare che storicamente le botteghe erano costituite dal maestro, talvolta i figli, e gli allievi: è comunque un insieme. Possiamo chiuderci in uno sgabuzzino e fare; è bello ma altrettanto lo si può dire del lavorare in presenza degli allievi! È un interscambio di tante cose. A volte lavori meglio quando c’è un allievo e a volte ti dà fastidio. È come studiare musica: a volte studi meglio quando c’è qualcosa che in casa fa rumore. È una cosa molto personale. Ci sono liutai molto riservati a Cremona che sono più chiusi e non fanno entrare nessuno; e ci sono liutai più aperti che hanno sempre avuto una grande confusione in bottega. Vanno bene entrambi!

Nel 2000 e nel 2003 ha insegnato alla Scuola di liuteria: sta formando nuove liutaie? Cosa riscontra nelle nuove generazioni?
Sono stata invitata due volte all’interno della scuola da Giorgio Cè, un famoso liutaio che non c’è più. Dal 2003 sono quasi vent’anni ed è cambiato molto. Ho avuto diversi allievi da tutto il mondo e tuttora li ho. Però la cosa che mi fa più paura, anche per me stessa, è la continua distrazione: la continua ricerca di informazioni sul cellulare. Si possono trovare anche notizie sulla liuteria ma penso che la manualità devi farla sul banco per forza. Nel 2003 era diverso… I giovani però sono molto positivi! Vengono con uno scopo e sono motivati; danno l’anima ed è positivo l’ambiente che c’è al momento anche se non succede sempre e dappertutto.

Diventa un tempo a intermittenza: scorre e poi viene interrotto ripetutamente da questo.
Sì, a volte lo metto in un’altra stanza. Ma non è sempre facile! Specie in questi tempi di pandemia, cerchiamo di essere sempre collegati con qualcosa che non ci fa bene.

Forse perché restando fuori dai social si ha la sensazione di restare tagliati da una parte della società e delle amicizie?
Magari sei escluso ma ne trovi altre. I clienti migliori sono capitati non per i social. Il violino è come un bambino e lo segui sempre. Io utilizzo i social per fornire i contatti necessari per il mio lavoro, ma non è grazie ai social che comprano il mio violino. Per me la miglior cosa è il rapporto diretto che capita a Cremona o in altri posti in cui sentono il mio strumento e per questo mi vengono a cercare.

Ha parlato di ragazzi che vengono da tutto il mondo a Cremona: che importanza ha questo luogo per il suo lavoro e per la sua persona?
Tantissima! Sarei un’altra liutaia. Sono stata anche fuori e ci sono aspetti molto belli perché hai a che fare con i musicisti e lavori con il restauro e la manutenzione. Ma per fare il nuovo, se non sei stata a Cremona, è una mancanza culturale. Allo stesso tempo c’è chi pensa che Cremona sia una garanzia, ma non lo è. È bello stare qui da liutaia perché hai una comunità. Ho tanti amici liutai con cui prendiamo un caffè e con cui c’è sempre uno scambio. In nessun’altra città vai in un bar e trovi cinque liutai!

Ha fatto riferimento alle sue opere come se fossero dei bambini. Cosa avviene nel momento del distacco da uno strumento nato dalle proprie mani?
È bello e brutto! Bello perché sai che puoi sentirlo; hai il contatto e puoi chiedere notizie. Se sei nella mia posizione vengono spesso i musicisti e con loro gli strumenti. È brutto perché dai una cosa di te… Ma ripeto, è bello perché sai che verrà suonato e, alla fine, è comunque un lavoro e bisogna mangiare di quello. Il proprio strumento dà sempre orgoglio, esattamente come un figlio.

Molte delle sue opere risuonano in concerto su internet!
Sì! Ultimamente c’è stato proprio un concerto in Slovenia con un mio violino: una quindicenne lo ha suonato. È bello sentire questi giovani perché tanto spesso sono loro a comprarli. I musicisti molto famosi hanno anche il nostro strumento ma di solito non lo dicono e spesso suonano uno Stradivari o un Guarneri. I giovani che ora vogliono fare carriera non possono comprarsi un vecchio cremonese: fanno la scelta di comprarne uno nuovo per poter cercare il loro suono; sono queste persone che si trasformano nella vita e nella musica insieme al violino e scopri che, dopo vent’anni, lo suonano ancora in un’orchestra in Germania o in America. È gratificante!

Tornando alla ricerca sul suono: come dovrebbe essere il suono?
È personale. Ognuno cerca qualcosa di diverso. Secondo me dev’essere un qualcosa esclusivamente per il musicista: una voce che lui può parlare al mondo e che per questo deve essere potente, sennò nessuno la sente. Dev’essere piacevole e poter esprimere tutte le emozioni. Questo è un buon suono, ecco! Certamente ci sono delle caratteristiche, come quelle degli strumenti dei grandi maestri italiani, che sono talmente penetranti! Pochi strumenti sono così potenti come un violino; la chitarra per esempio non la senti. I violini dei solisti poi devono avere bassi scuri e acuti argentei.

Con Katharina Abbühl ci incamminiamo verso la sua bottega che si trova in Piazza della Pace, a Cremona.

«La mia bottega è come un porto: qui approdano mille persone!»

***

Articolo di Giuliana De Luca

Pianista e laureanda alla facoltà di musicologia di Cremona, insegnante di pianoforte e di educazione musicale alle scuole medie. Crede nella musica al di là del genere e dell’autore, per questa ragione la coltiva nella prassi e nella teoria. Dal 2021 scrive per documentare eventi musicali e per riportare alla luce protagoniste femminili che hanno contribuito a fare la storia della musica. 

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