La donna nell’India antica. Condizioni generali. Il rito del sati

«Per metà sei donna, e per metà sei sogno», recita un bellissimo verso del più grande poeta indiano, Rabindranath Tagore. In verità, nel periodo più antico della storia dell’India, l’età vedica, fra il II millennio e il 600 avanti Cristo, è risaputo che le donne raggiungono un alto livello di cultura e sono in grado di interpretare i testi sacri. Le ragazze frequentano regolarmente le scuole e non sono vittime di disuguaglianze di genere. Le opere degli antichi studiosi, come il filosofo Patanjali e Katyayana, uno dei dieci principali discepoli di Buddha, fanno intendere che durante il periodo vedico le donne sono sufficientemente istruite. Da certi versi del Rig Veda si desume che le donne sono molto probabilmente libere di scegliersi da sole in età matura i propri mariti.

Amrita Sher-Gil, La toilette della sposa

Il Manu Smriti (III. 55-59) riporta: «Le donne devono essere onorate e adorate dai loro padri, fratelli, mariti e cognati, che desiderano il loro benessere; dove le donne sono onorate, lì gli dei sono contenti, ma dove non sono onorate, nessun rito sacro ottiene il favore degli dei. Quando le relazioni femminili vivono nel dolore, la famiglia presto perisce. Quella famiglia dove le donne non sono felici mai prospera: le case in cui le relazioni femminili, non essendo debitamente onorate, pronunciano una maledizione, periscono completamente, come se fossero distrutte da catastrofi. Quindi, gli uomini che cercano il proprio benessere dovrebbero sempre onorare le donne nei giorni di festa e nelle feste con (doni di) ornamenti, vestiti e cibo (delicato)».
Fa eco uno stralcio del Mahabharata (Anushashanparva, 12.14): «O sovrano della terra, il lignaggio in cui le figlie e le nuore sono rattristate da maltrattamenti, quel lignaggio è distrutto, e quando queste donne sono maledette da queste famiglie, tali famiglie perdono fascino, prosperità e felicità».

La figura mostra i diversi stili di sari indossati dalle donne del subcontinente indiano

La cultura indiana più antica onora il genere femminile riservandogli un posto importante nella famiglia e nella società. Nei Veda leggiamo che quando una donna con il matrimonio fa il suo ingresso in una nuova famiglia, vi entra «come un fiume entra nel mare e vi governa insieme al marito, come una regina, sugli altri membri della famiglia». Le donne godono, dunque, di pari dignità e diritti con gli uomini in tutti, o quasi, gli aspetti principali della vita durante l’intero primo periodo vedico, all’incirca fino al 500 a.C. L’amore tra i sessi è vissuto liberamente e gioiosamente. Una certa Maitreyi, figlia del saggio Maitri, è talmente appassionata di filosofia da voler condividere la vita con il maggiore sapientone e filosofo del tempo, Yajnavalkyalui, non come moglie, essendo lui già sposato, ma come sua discepola per creare una convivenza puramente spirituale. La moglie di Yajnavalkya, Katyaayanee, commossa dalla devozione della ragazza, le concede addirittura di sposarlo.

Il filosofo si viene così a trovare con due mogli, casalinga la prima, intellettuale e studiosa la seconda. È autrice di una decina di inni contenuti nei Rigveda. È stato tramandato un celebre dialogo sull’amore che si svolge tra lei e il marito, noto come Dialogo Maitreyi-Yajnavalkya. L’amore è interpretato come una profonda relazione tra l’anima (il sé personale) e il sé universale (che poi si incarna in un individuo): l’amore, in qualsiasi sua forma, è la propria anima che si riflette, come in uno specchio, in un’altra persona. Chiarificatrici sono le battute finali che Yajnavalkaya espone a Maitreyi: «Si dovrebbe davvero vedere, ascoltare, comprendere e meditare sul Sé; in effetti, solo chi ha visto, ascoltato, riflesso e compreso il Sé conosce l’universo intero».

Ancor più significativo è il caso di una filosofa che osa sfidare a singolar tenzone la controparte maschile. Il suo nome è Gargi Vachaknavi, nata verso il 700 a.C. Si sa con certezza che non si sposa, è onorata come una grande esponente dei Veda, ed è una delle personalità di spicco nel brahmayajna, un grande simposio filosofico organizzato dal re Janaka di Mithila. Gargi, figlia del saggio Vachaknu, fin da piccola è straordinariamente dotata per le scritture vediche e gli studi filosofici. È così ferrata da contraddire, se è il caso, i filosofi maschi. Una volta, il re Janaka invita a partecipare a un convegno filosofico tutti i saggi, i re e le principesse dell’India. Nella galassia degli ospiti illustri c’è lei, Gargi Vachaknavi. Durante il congresso, che dura più giorni di fila, i più saggi discutono dei più svariati argomenti con il re dei filosofi, Yajnavalkya, che esce vincente dalla disputa. Quando è il suo turno, Gangi, lungi dal perdersi d’animo e dal considerarsi perdente in partenza, accetta la sfida sottoponendolo a un fuoco di domande intorno all’origine e al significato dell’esistenza che finiscono per mettere in imbarazzo il più saggio dei saggi. Gargi per la sua lucidità e ricchezza di pensiero riceve il titolo di Brahmavadini, qualcosa come “supermente”.

Sati, il sacrificio della vedova, illustrazione da Il costume antico e moderno del dottore
Giulio Ferrario, Milano, 1816 (Biblioteca del Pio Istituto Missi)

Nei primi secoli della nostra era, il sistema delle caste e l’aumentata funzione di controllo della famiglia portano a un graduale peggioramento della condizione femminile con la progressiva limitazione della libertà e dei diritti. Compaiono il rituale funebre del sati, la poligamia, il divieto categorico di risposarsi dopo la morte del marito, l’usanza del matrimonio combinato tra bambini/e (che, trasferendo precocemente le donne nella casa del marito, toglie loro la possibilità di istruirsi).

Più tardi, soprattutto nel XVI secolo con l’invasione islamica da parte di Babur, il fondatore dell’impero Moghul, si accentua ulteriormente l’inferiorità delle donne. Le figlie femmine finiscono per essere considerate un peso inutile, poco adatte al lavoro nei campi, bisognose di una dote al momento del matrimonio: per la dote – simbolo di prestigio sociale – molte famiglie si indebitano fino all’osso del collo. Si diffonde la disumana e crudele pratica di eliminare fisicamente le bambine. L’infanticidio delle figlie femmine è una delle pagine più nere della millenaria storia indiana, un capitolo che purtroppo non può dirsi ancora definitivamente chiuso. Un’antica poesia indiana dice testualmente: «Non far nascere nessuno, ma se proprio devi, fa che non sia una bambina».
Le donne devono affrontare molte restrizioni anche perché a causa delle mestruazioni sono ritenute “impure”. Ancora oggi, d’altra parte, vige ancora il divieto alle donne che hanno il ciclo mestruale di entrare nei templi e di partecipare ai rituali religiosi, perché considerate “sporche”. In ogni caso, quando nasce la donna è condannata a un’infelicità perpetua. Se resta nubile, senza un uomo al suo fianco che la mantiene non vale niente e non occupa nessun posto nel tessuto sociale. Una volta sposata, poi, diventa proprietà assoluta del marito e non va, quindi, incontro a nessun sostanziale miglioramento della propria posizione.

Il rito del purdah (parola che letteralmente significa “tenda”) fa delle donne all’interno della famiglia-carcere delle vere e proprie recluse. Sono, infatti, obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi, in modo da nascondere completamente non solo la pelle ma occultare anche le fattezze e le forme del corpo. Un tale abbigliamento, simbolo esteriore della totale e incondizionata subordinazione all’uomo, non permette loro di muoversi liberamente costringendole, di fatto, a stare chiuse in casa e a non poter svolgere nessuna attività al di fuori delle pareti domestiche, dove si aggirano nascoste dietro tende, pannelli e paraventi per restare invisibili agli altrui sguardi. Durante il governo islamico molte donne indù portano il purdah per la paura di essere rapite dagli invasori e, quindi, per essere meno attraenti e non suscitare l’attenzione maschile.
Un vecchio detto del Padma Purana, il codice familiare, suona così: «La donna è creata per obbedire in tutte le età: ai genitori, al marito, ai suoceri e ai figli… Essa penserà solo a suo marito e non guarderà mai in faccia un altro uomo. Durante una prolungata assenza del marito, la moglie non uscirà di casa, non si pulirà i denti, non si taglierà le unghie, mangerà solo una volta al giorno, non dormirà su un letto, non indosserà abiti nuovi».

Quanto poi all’origine di tutti i roghi c’è il mito di Sati, la moglie del dio Shiva. La “Virtuosa”, la “Perfetta”, si sarebbe arsa per vendicare un’ingiuria inflitta dal proprio padre, Dakṣa, al marito, fornendo così l’archetipo della moglie integerrima, disposta a morire per salvaguardare l’onore della famiglia e santificare l’obbedienza allo sposo. Una donna è tenuta a sacrificare la propria vita in nome di un patto di sudditanza stipulato al momento del matrimonio, vincolo per lei necessario e per lei sola inscindibile, al fine di acquisire l’unico e agognato status di moglie. Non diffusa nell’antichità più remota, la cremazione della vedova sulla pira funeraria del marito (rito abolito per legge, ma non di fatto, già dagli inglesi nel 1829 e ancora oggi, sia pure saltuariamente, praticato soprattutto in alcune delle parti più remote del paese) sta a significare che, senza il proprio compagno di vita, la moglie è un soggetto inutile e un individuo senza alcun valore.

Cerimonia del rogo di una vedova indù insieme al corpo del marito defunto, Pictorial History
of China and India, 1851

Il rito del sati, profondamente radicato nella cultura indiana, rappresenta il completo annullamento della personalità della donna. Una volta morto il marito, la vedova viene posta sulla pira funebre e bruciata viva assieme al corpo di lui. Con questo sacro rito la donna virtuosa manifesta la sua libera volontà di appartenere a lui, e a lui soltanto, nella morte così come è appartenuta a lui nella vita. Nello stesso tempo, dimostra pubblicamente e ritualmente che la vita senza il marito è per lei inaccettabile, indecorosa, indegna di essere vissuta. Sacrificare la propria esistenza immolandosi sul rogo del marito è considerato il massimo atto di fedeltà e di consacrazione alla sua memoria. Mai, in nessun caso, una donna si è lasciata bruciare viva per amore.

Non si può escludere che, a volte, forse, la donna s’immolasse terrorizzata al solo pensiero di trascorrere una vita-non vita da vedova: disprezzata, considerata di malaugurio, scacciata di casa senza poter più partecipare alla vita e alle feste della famiglia, costretta a prostituirsi o a vivere facendo la mendicante in strada, obbligata a mangiare una sola volta al giorno, condannata a restare vedova fino alla fine dei suoi giorni, privata, infine, di ogni segno di femminilità (rasatura dei capelli, eliminazione dei gioielli, obbligo d’indossare misere vesti bianche, il colore del lutto). Tipico e tragico è il caso delle vedove di Vṛindavan, città sacra dell’Uttar Pradesh con i suoi 4000 templi, ghettizzate e additate come portatrici di sventure e calamità, costrette ad aggirarsi come fantasmi in un autentico inferno quotidiano.
Sati designa originariamente la donna, intesa come “donna casta”, “donna fedele”, “donna devota”, piuttosto che il rito. Questo ha nomi tecnici come sahagamana (“andare insieme”) o sahamarana (“morire con”) e, talvolta, anvarohana (“ascensione” alla pira). Ci sono pochi casi di sati nell’impero Chola nel sud dell’India. Vanavan Mahadevi, la madre di Rajaraja Chola I (X secolo) e Viramahadevi la regina di Rajendra Chola I (XI secolo) commettono entrambe sati alla morte del marito salendo sulla pira.

Una vedova sta per gettarsi nel fuoco, incisione britannica del 1820 circa

Vestite con il sari del matrimonio, dopo aver pronunciato le parole rituali, le vedove vengono sottoposte a un rigoroso controllo: se sono incinte o hanno le mestruazioni, sono considerate impure e quindi non idonee per essere bruciate vive. In tutti gli altri casi, le eroine che si sacrificano per stare eternamente vicine ai loro coniugi, si gettano nel fuoco della pira funebre mentre attorno si marcia per ore assistendo alla lenta agonia del corpo in fiamme. La donna può dar fuoco lei stessa alla pira oppure lo fa un fratello minore. I tamburi coprono le urla anche se, secondo la tradizione, una sati non soffre nell’essere bruciata viva perché gettandosi nel fuoco si trasforma in una dea potente.

Molto spesso, il rituale viene eseguito il giorno dopo la morte del coniuge, a meno che il marito non sia morto lontano da casa. Prima di eseguire il rito, la donna si lava accuratamente il viso e indossa i suoi abiti da sposa e i gioielli, che le sono stati regalati dal marito defunto. In tal modo, è come se la coppia completasse il matrimonio, unita nella morte come nella vita. La vedova si avvicina al fuoco, accompagnata dai suoi parenti più stretti, mentre fa pubblica confessione e pentimento dei peccati commessi in vita. Prima della cerimonia, il sacerdote spruzza sulla moglie e sul marito acqua del sacro fiume Gange e talvolta dà da bere alla donna un infuso di erbe dall’effetto narcotico per farla soffrire di meno. La vedova può distendersi sulla pira funebre vicino al corpo del consorte oppure gettarvisi sopra quando il fuoco è già divampato. A volte dà fuoco alla catasta di legna da sola, mentre vi è già stesa sopra. Sebbene formalmente il rituale del sati sia volontario (nel senso che è una libera scelta della vedova, non costretta da nessuno), quelle che lo decidono non possono cambiare idea. Se la vedova tenta di fuggire all’ultimo momento, viene ricacciata nel fuoco ardente con lunghi pali. Accade qualche volta – ma si tratta di casi isolati – che la cerimonia si svolga in modo puramente simbolico: la vedova si sdraia accanto al corpo del marito defunto, ma prima che il fuoco venga acceso, lascia la pira.

Miniatura persiana che mostra la vedova Brideh che brucia viva sul rogo
del marito morto

Fonti greche intorno al 300 a.C. fanno menzione isolata di sati, ma esso appare documentato storicamente per la prima volta durante l’Impero Gupta, all’incirca fra il 300 e il 550 dopo Cristo, uno dei periodi di maggiore splendore nella millenaria storia dell’India. In tale arco storico gli episodi di sati iniziano a essere registrati con lapidi commemorative, prima in Nepal nel 464 d.C. e poi in Madhya Pradesh dal 510 d.C. La pratica si diffonde in seguito nel Rajasthan, situato nella parte settentrionale del Paese, ed è lì che avviene più frequentemente nei secoli successivi.
Probabilmente diventa un vero sacrificio del fuoco solo dopo il 500 d.C., continua per tutto il periodo dell’impero Moghul e durante il dominio islamico. Inizialmente, sembra che il sati sia limitato alle famiglie reali e nobili della casta Kshatriya (guerrieri e principi).

A poco a poco, tuttavia, trova largo seguito nelle caste inferiori. In alcune aree come il Kashmir, il rito viene praticato dalle persone di tutte le classi sociali. Anzi, via via che l’induismo guadagna proseliti nel Sud-Est asiatico, anche la pratica del sati conquista nuovi territori tra il 1200 e il 1400. Un missionario e viaggiatore italiano registra che le vedove nel regno di Champa (pressappoco nell’odierno Vietnam) praticano il sati all’inizio del 1300. Altri viaggiatori medievali documentano l’usanza in Cambogia, Birmania, Filippine e in parti di quella che oggi è l’Indonesia, in particolare nelle isole di Bali, Giava e Sumatra. A Ceylon il sati trova adepte solo tra le regine, mentre le donne comuni non si uniscono ai loro mariti nella morte.

Dipinto di Mohammad Rizā che mostra una principessa indù che commette Sati contro la volontà ma con la riluttante approvazione dell’imperatore Akbar

Del sati parla Giulio Verne nel suo famoso romanzo Il giro del mondo in 80 giorni. «Usi così barbari vigono ancora in India, e gli inglesi non hanno potuto sradicarli? Veramente nella massima parte dell’India – rispose Sir Francis Cromarty – simili crudeli sacrifici non si compiono più. Soltanto il territorio del Bundelkund, sul versante settentrionale dei monti Vindhya, è rimasto fuori dell’influenza inglese; e vi sussistono usanze fanatiche e selvagge, come questa di ardere viva sul rogo la vedova accanto al cadavere del marito. Che sventurata! – mormorò Passepartout. – Bruciata viva! Sì – riprese l’ufficiale. – Verrà bruciata, e voi non potete immaginare a quale miserabile condizione verrebbe ridotta, dai suoi stessi congiunti, la donna che riuscisse a sottrarsi al supplizio. Le raderebbero i capelli, la nutrirebbero appena con qualche manciata di riso, la scaccerebbero come una creatura immonda.

La prospettiva di un’esistenza così orribile spinge perciò sovente quelle meschine a scegliere la fine sul rogo, molto più che non lo possa l’amore o il fanatismo religioso. Qualche volta, tuttavia, il sacrificio è realmente volontario, e ci vuole l’intervento energico del Governo per impedirlo. Qualche anno fa io risiedevo a Bombay, quando una giovane vedova è venuta dal Governatore a chiedere l’autorizzazione a farsi bruciare con il corpo del marito. Come potete immaginare, il Governatore rifiutò. Allora la vedova lasciò la città, si rifugiò presso un rajah indipendente e così poté consumare il suo sacrificio… E il sacrificio quando avrà luogo? Domani allo spuntar del giorno… Allora il signor Fogg rivolgendosi all’ufficiale: Se salvassimo quella donna? – disse con naturalezza. Salvare quella donna?! Signor Fogg, che dite mai? – Ho ancora dodici ore di vantaggio… La giovane donna era ricaduta nel torpore. Passò, scortata dai fachiri che cantavano lente salmodie. Phileas Fogg e i compagni, confondendosi tra gli ultimi gruppi della folla, seguirono il tragico corteo. Sulla riva del fiume dove esso si fermò, poterono portarsi a una cinquantina di passi dal rogo. Videro, fra l’incerto crepuscolo, la vittima bella assolutamente inerte, stesa accanto al cadavere del vecchio rajah. Una torcia fu avvicinata alla catasta: la fiamma divampò e crepitò sinistramente sul legno asperso d’olio e di resine. Sir Francis Cromarty e l’indù dovettero faticare a trattenere Phileas Fogg che in un impeto di generosità si slanciava verso la catasta ardente. Grida altissime lacerarono l’aria fra le spire di fumo e le lingue di fuoco che danzavano intorno».

Non sapremo mai quante vedove nel corso dei secoli siano state le vittime consenzienti (o quasi) di questo rituale solenne, grottescamente simile a una cerimonia nuziale, creato a bella posta dalla classe sacerdotale per sancire di fatto quello che la tradizione, senza mai essere esplicita e univoca, nei secoli ha voluto ratificare: non è concesso a una sposa sopravvivere al suo “signore”. Immolarsi viva procura un blasone di “santità” alla famiglia propria, a quella acquisita e al gruppo sociale, nonché a lei stessa la felicità eterna nell’aldilà o la rinascita in una vita migliore, magari incarnandosi in un corpo maschile e di casta alta, in un individuo, cioè, che possa nobilitare la classe d’appartenenza e la famiglia. D’altra parte, quando la vedova segue nella morte il marito, ci sono vantaggi economici non indifferenti per la società: un’eredità non più da spartire, una bocca in meno da nutrire, costosi souvenir (“santini” veri e propri) da vendere sul luogo del rogo e, non da ultimo, doti da intascare.

(continua)

In copertina. Raffigurazione tipica di un sati.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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