Pavia. Via Andriola de Barrachis, o sulla rivalutazione della figura della monaca

Purtroppo, della vita di Andriola de Barrachis si sa molto poco, perché scarsi sono i documenti pervenuti fino a noi che ce ne parlano. Quello che si sa per certo è che fu pavese di nascita e venne nominata badessa del monastero di San Felice nel 1459. Proprio sotto la sua guida il monastero conobbe il periodo più florido della sua storia, grazie anche all’aiuto della famiglia Visconti prima e degli Sforza poi, che più volte garantirono l’esenzione dalle tasse e da altri pagamenti. Fu la stessa Andriola a commissionare sia un necessario restauro che un importante rinnovamento architettonico della struttura di San Felice (rimasto tutt’oggi); inoltre fu anche committente degli affreschi del refettorio e delle decorazioni del chiostro. In passato si riteneva erroneamente che la stessa badessa se la cavasse pure con i pennelli, a causa del fatto che il suo nome compare su alcune opere pittoriche. Tuttavia, come ben spiegato da Laura Aldovini (responsabile dei Musei Civici di Pavia) in un articolo su La Provincia Pavese, «è oramai opinione condivisa da parte della critica che, piuttosto che vera e propria pittrice, Andriola sia stata committente delle opere che conserviamo ai Musei Civici» (“Andriola de Barrachis, badessa e forse pittrice e miniaturista”, laprovinciapavese.gelocal.it, 6 marzo 2021).

Io ritengo però che questa constatazione non ci debba distogliere da una questione fondamentale, ossia il bisogno di oltrepassare la comune concezione dei monasteri come luoghi di austerità e di scarsa iniziativa. Al contrario, come dice ancora Aldovini, dobbiamo sforzarci di immaginare i conventi come «il luogo di espressione artistica del tempo…» (basti anche solo pensare «alle monache che miniavano e trascrivevano i codici, ancora nella seconda metà del Quattrocento») (ibidem). Anzi, in epoca medievale il clero rappresentava addirittura la classe sociale più istruita; in questo senso, non è un caso né che membri del clero venissero chiamati per occuparsi dell’educazione dei nobili, né che gli stessi monasteri fungessero da «centri sociali, economici e religiosi, scuole e biblioteche» nelle comunità locali (“Ricerca sul ruolo di potere delle monache medievali”, unive.it, 29 febbraio 2016).

Quando si parla di donne e monachesimo, poi, un’altra nozione interessante che bisogna aggiungere è che, come affermato dalla ricercatrice di fama internazionale Veronica West-Harling, le monache del primo Medioevo godevano di «un’immagine ben lontana da quella delle loro “colleghe” recluse, infelici e senza vocazione… più moderne, del XVII-XIX secolo». La scelta del velo, infatti, in quel periodo storico rappresentava una vera e propria scelta di carriera, in quanto non solo si potevano così evitare i rischi derivanti dall’alto tasso di mortalità per parto, ma si poteva anche puntare a giocare un ruolo di potere sia implicito (inteso come una non poco rilevante «influenza sui maschi della famiglia…») che esplicito (attraverso l’esercizio di ruoli «di controllo sociale, di gestione di grandi patrimoni e di custodia della storia di famiglia») (ibidem). Ovviamente valeva anche il caso inverso, ossia l’accesso alla vita monastica non per una libera scelta ma per una volontà familiare determinata da ragioni politiche o economiche. Sebbene la ricerca di West-Harling si riferisca solo al periodo tra il 700 e il 1100, penso sia comunque possibile estendere in parte le sue considerazioni all’epoca di Andriola de Barrachis e almeno fino al Concilio di Trento (1545-1563), che purtroppo impose «una serie di deliberazioni disciplinari» che andarono a «comprimere gli spazi di autonomia e l’impegno socialedegli istituti femminili» (Matteo Beccari, “Monachesimo al femminile: la rivalsa delle donne nel mondo religioso medievale”, parentesistoriche.altervista.org, 30 ottobre 2017). Esemplare fu l’imposizione di una forma di clausura più severa della precedente, che ancora oggi monopolizza il nostro immaginario di monachesimo femminile.

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Articolo di Giovanni Trinco

Nasce a Padova nel 1997. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è laureando in Comunicazione Digitale presso l’Università di Pavia. Appassionato di giornalismo e saggistica, riguardante la sociologia e la filosofia, spera che un giorno il progressive rock possa tornare di moda.

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