Nonostante gli uomini: «lady travellers» nell’area nordica

Se è vero che le donne, in minor numero e per ragioni diverse rispetto agli uomini, hanno comunque sempre viaggiato, i loro spostamenti ricevono un impulso decisivo con la nascita del turismo di massa. Nel luglio 1841, in Inghilterra, Thomas Cook organizza la prima escursione di gruppo da Leicester a Loughborough, dando inizio così non solo alla sua fortuna di imprenditore, ma a una moda che si diffonderà gradualmente a livello globale, cui le donne inglesi partecipano da subito con entusiasmo.

In breve tempo l’interesse turistico delle persone inglesi di classe medio-alta si rivolge verso l’estero; oltre alle mete esotiche delle colonie imperiali molte di loro riscoprono le Alpi, già note come tappa del grand tour quando, a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, alcuni viaggiatori e artisti anticonformisti avevano sostato tra queste montagne: qui, ad esempio, nasce il famoso Frankenstein di Mary Shelley, frutto di una scommessa fra l’autrice, il poeta lord Byron e il medico di lui, John Polidori. Verso la metà dell’Ottocento invece le Alpi svizzere diventano famose come meta sportiva: forti del loro senso di superiorità, sono proprio gli sportsmen inglesi – gli sportivi che amano le sfide – a cimentarsi numerosi nelle ascensioni e a fondare il primo Alpine Club nel 1857, che contava fra i suoi membri illustri filosofi e intellettuali – un nome per tutti, sir Leslie Stephen, padre di Virginia Woolf. Le donne, non ammesse al club e sconsigliate a tentare imprese alpine, sono comunque presenti: Jane Freshfield, Emmeline Lewys Lloyd, Isabella Charlet-Stratton sono solo le più note.

Nello stesso periodo anche il nord Europa conosce un periodo di notorietà grazie alle spedizioni che si avventurano nelle esplorazioni artiche, alla ricerca di quell’introvabile passaggio che dovrebbe facilitare i commerci. In breve tempo all’esplorazione vera e propria fa seguito il viaggio turistico, che si ferma nell’area scandinava e vede nuovamente protagonisti gli inglesi di classe medio-alta: favoriti dalla relativa vicinanza, sono alla ricerca di quella natura selvaggia che la recente, incontrollata industrializzazione ha ormai devastato in Inghilterra. Il contrasto non può essere più stridente: da una parte la potenza imperialista britannica, dall’altra la penisola periferica, con una popolazione esigua, un’economia prevalentemente agricola, un lento sviluppo industriale.

Sono molti i resoconti di viaggio che qualificano come “primitiva” la Scandinavia e i suoi abitanti; Frederic Metcalfe, che visita il Telemark (la regione montuosa del sud della Norvegia), paragona così inglesi e scandinavi: «più una comunità è raffinata, maggiore sarà l’interesse che avrà per le occupazioni, i sentimenti, i comportamenti di persone ancora in uno stato primitivo di esistenza» (The Oxonian in the Thelemarken). Thomas Forester in Norway and its Scenery (La Norvegia e i suoi paesaggi) afferma che nella «vera» Norvegia «il coraggio dei più forti, risoluti ed entusiasti» è messo alla prova dagli aspetti più selvaggi della natura.

Oltre alla percezione di sé come viaggiatore “in prima linea” o “eroe” in terre ignote, è frequente nei viaggiatori anche la presunzione di superiorità: Joseph Phythian definisce la Norvegia «un terreno di gioco adatto specialmente agli inglesi», come dimostra la sua passeggiata in un paese del Telemark, Vossewangen: «Passeggiavamo, tutti notavano che eravamo inglesi: la nostra nazionalità è il nostro orgoglio. […] La sensazione non è che io, come individuo, sia superiore a queste persone, ma che il mio paese sia superiore al loro. […] La posizione dell’Inghilterra è dominante […] la sua supremazia le conferisce potere» (Scenes of Travel in Norway, it. Scene di viaggio in Norvegia). Noi lettori e lettrici moderne non ci aspetteremmo simili considerazioni in un resoconto di viaggio; dobbiamo però ricordare come anche Lady Eastlake, negli stessi anni, si esprimesse con decisione sulla superiorità delle sue connazionali: il discorso narrativo dei resoconti inglesi di questo periodo è spesso caratterizzato da una sorta di “esotismo imperialistico”.

Per quanto riguarda l’altro sesso, intorno alla metà del secolo i viaggiatori britannici esprimono pareri discordanti, ma generalmente poco favorevoli alla presenza femminile in Scandinavia. Thomas Forester si dichiara possibilista, ma le donne devono essere in grado di adattarsi: «Se mi si chiedesse di consigliare alle signore inglesi di intraprendere un viaggio in Norvegia, risponderei che gran parte dei suoi paesaggi più interessanti possono essere visitati, non solo in perfetta sicurezza, ma senza particolari privazioni o motivi di apprensione, purché non siano troppo esigenti per l’alloggio, abbiano una ragionevole dose di coraggio e di intraprendenza e siano disposte a riporre una fiducia totale nelle loro guide» (Norway in 1848 and 1849, La Norvegia nel 1848 e 1849).

Molto meno incoraggiante Alfred Smith: «Non ignoro lo spirito indomito, l’energia e il coraggio con cui le donne inglesi superano le più grandi difficoltà e affrontano il massimo pericolo. Posso facilmente credere che molte cavalcherebbero impavide i pony norvegesi giù per le scogliere quasi perpendicolari di un fiordo, attraverso sentieri rocciosi e lugubri foreste; ma dubito che si lascerebbero persuadere facilmente ad affidarsi alle braccia ruvide e maleodoranti di un barcaiolo norvegese, a posare le loro delicate membra su una pelle d’orso in qualche fienile norvegese, a passare la notte in una foresta desolata, con una pietra come cuscino e un letto d’erica […] la mancanza di una sistemazione adeguata è l’ostacolo principale per le donne […] anche un viaggio in cariole [la carrozzella norvegese a un posto, condotta dal o dalla conducente] sarebbe impensabile per loro» (Sketches in Norway and Sweden, Paesaggi di Norvegia e Svezia).

I viaggiatori inglesi sono nel complesso poco inclini a consigliare un viaggio nel Grande Nord a una donna: elencano i fastidi che possono incontrare, dovuti al clima e alle asperità del terreno, per cui necessitano di coraggio e intraprendenza, ma sottolineano soprattutto, con un larvato paternalismo, la difficoltà del contatto con le guide, ovviamente uomini. Si tratta dunque di un mondo non adatto alle donne, perlomeno non alle vere ladies, come afferma un altro viaggiatore, John Bowden. Tutti, infine, ritengono impossibile che viaggino da sole: devono essere accompagnate, preferibilmente da un inglese, o almeno da una guida locale (ovviamente un uomo) già conosciuta e consigliata da altri. È evidente come la società vittoriana cerchi di impedire alle donne di sviluppare e mettere alla prova la loro autonomia, esperienza, conoscenza, ostacolandole perfino nel far sentire la loro opinione, che non è mai richiesta; il che ricorda il trattamento riservato, nel romanzo di Charlotte Brontë, alla muta Bertha Mason in Jane Eyre.

Passano solo pochi anni e l’opinione maschile, così decisa nel considerare il nord terra d’avventura in cui sperimentare la propria audacia e, di conseguenza, inadatta alle donne, cambia rapidamente: la Lapponia, molto economica e quasi sconosciuta, viene proposta come alternativa alle Alpi, soprattutto a causa dei costi, sempre più proibitivi, di queste ultime. Nel 1870 Alexander Hutchinson scrive Try Lapland: a Fresh Field for Summer Tourists (Prova la Lapponia: un territorio nuovo per il turismo estivo) e la Lapponia diventa una «novità assoluta, priva di pericoli», adatta a tutti coloro che sono stanchi della monotonia della madrepatria; è piacevole, accogliente, conviene a tutte e tutti. In meno di vent’anni l’opinione maschile, così negativa verso la metà del secolo, sembra aver subito una rapida evoluzione: un cambiamento stimolato anche dalla caparbietà delle loro conterranee che, come vedremo, non si erano mai rassegnate a seguire i loro consigli. Scritto senza pretese letterarie, il libro di Hutchinson risponde indirettamente anche a un’altra esigenza: contribuisce a dirigere l’attenzione del pubblico inglese, e conseguentemente dell’editoria (già attenta ai cambiamenti nel gusto di lettori e lettrici) verso questa nuova meta.

Il risultato è che circa duecento resoconti, solo relativi a viaggi in Norvegia, vengono stampati in Inghilterra fra il 1870 e il 1900. Questa impennata nella produzione di testi odeporici sul nord Europa è dunque dovuta alla combinazione di fattori diversi: la popolarità delle spedizioni artiche, il calcolo opportunistico dell’editoria, l’interesse e la curiosità del pubblico verso una meta ormai considerata accessibile. Il mercato editoriale inglese (il più consistente del momento) dimostra così di poter ospitare testi fra loro assai diversi: dalla consacrazione dell’eroe-esploratore di terre ostili e pericolose all’apertura della Scandinavia al turismo. Non solo: la ridefinizione della regione in termini turistici ha offerto l’opportunità di visita anche alle donne, tradizionalmente escluse dalle spedizioni esplorative, e l’editoria fa spazio ai resoconti dei loro viaggi, a quella scrittura «precisa» che, secondo Lady Eastlake, sapeva comunicare con un tocco leggero, brillante e allo stesso tempo chiaro, la verità.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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