La République. 2. Cinque anni di macronismo

Gli ultimi cinque anni sono stati segnati da riforme di stampo neoliberista e da una forte repressione. Già prima dell’insediamento di Emmanuel Macron all’Eliseo, ad aprire la strada a tali riforme è stata la Loi Travail, nota anche come Loi El-Khomri dal cognome della ministra che l’ha varata. Tale norma, che regolamenta il mercato del lavoro in una direzione sempre più precaria (la potremmo considerare l’equivalente francese del Jobs Act di Matteo Renzi) è stata oggetto di numerose contestazioni popolari e sindacali, tanto che l’allora presidente François Hollande l’ha fatta entrare in vigore attraverso l’articolo 149 comma 3 della Costituzione che prevede, qualora il governo sia in difficoltà, che una legge sia approvata automaticamente senza votazione parlamentare a meno che l’Assemblée Nationale (la Camera francese) non sfiduci l’esecutivo nei due giorni successivi. La riforma di Hollande e gli scandali di Sarkozy hanno fatto sì che alle elezioni presidenziali del 2017 nessuno dei due partiti storici, quello socialista e quello repubblicano, arrivasse al secondo turno.

Sconfiggendo la nazionalista Marine Le Pen, Emmanuel Macron vince le elezioni il 7 maggio 2017. Liberista ed europeista, Macron ha sconfitto la rivale in nome dei valori fondamentali della République: le libertà individuali, l’uguaglianza dei diritti e l’accoglienza di persone diverse. L’atteggiamento del vincitore è arrogante e superbo, fin da subito sprezzante verso chiunque lo critichi.

Nel primo anno di presidenza Macron aumenta il prezzo del carburante e le tasse, che ricadono sulla classe media ma non su quelle più agiate. Il risultato è un’esplosione. Il 17 novembre 2018 molte città francesi sono bloccate. A Parigi la manifestazione raggiunge gli Champs Elysées, ma nelle altre città i dimostranti rimangono nelle periferie. Chi partecipa a questa lotta indossa un gilet giallo catarifrangente. Non si tratta di persone povere, come durante la Comune di Parigi o la rivolta delle banlieues del 2005, né di giovani figli e figlie dell’alta borghesia, come nel maggio 1968: questo movimento nuovo ed eterogeneo rappresenta la classe media impoverita che lavora tanto guadagnando poco, i lavoratori e le lavoratrici condannate alla precarietà perpetua, pendolari i cui spostamenti costano ogni giorno di più. In pochi giorni i gilets jaunes si diffondono per tutta la Francia. È un movimento variegato, che non ha un leader unico né una linea politica precisa: le richieste vanno dalla diminuzione delle tasse per chi lavora e non ha un reddito alto all’aumento del salario minimo (che attualmente ammonta a 1150 euro mensili per 35 ore di lavoro settimanali). Oggi la principale proposta del movimento è il Ric (Référendum d’Initiative Citoyenne), un referendum popolare per proporre e promulgare le leggi dal basso. Una tattica molto usata dai gilets jaunes consiste nel bloccare i rond-points, le rotatorie delle periferie urbane da cui si accede alle autostrade, molto trafficate dai pendolari. 

La reazione del governo è spropositata. Macron considera le contestazioni opera di selvaggi non degni di rilevanza politica, tanto che non ne ascolta minimamente le richieste. La presenza di poche decine di casseurs in una mobilitazione di centinaia di migliaia di persone è la scusa tanto attesa per scatenare la repressione. Dalla metà degli Champs-Elysées non si distinguono né l’Arco di Trionfo né place de la Concorde, le due estremità del viale, inghiottito da una fitta muraglia bianca di gas lacrimogeno. I feriti e gli arresti si contano a centinaia. La rivolta della borghesia contro un presidente amato dalla banche che vorrebbe rappresentare proprio quella borghesia ha scatenato il panico nei palazzi di Parigi. 

All’inizio del 2019 la rivolta non si è placata. E nemmeno la repressione. Jérôme Rodrigues, membro parigino del movimento, perde un occhio a causa di un candelotto lacrimogeno sparato in faccia dai Crs, la polizia antisommossa. Già il 2 dicembre 2018 a Marsiglia, Zineb Redouane, donna ottantenne di origini arabe, era stata uccisa un una granata della polizia. Il 23 marzo 2019 a Nizza una carica del tutto sproporzionata (i gilets jaunes, in maniera assolutamente pacifica, avevano tentato di raggiungere place Garibaldi, zona centrale vietata dalla prefettura) ferisce gravemente Geneviève Legay, militante di Attac di 73 anni, ambientalista e pacifista. La donna passa mesi in ospedale con varie fratture al cranio e alle costole. Il commento di Macron non si fa attendere: «quando si è fragili, quando ci si può far urtare, non si va nei luoghi che sono stati vietati e non ci si mette in situazioni come questa. […] A madame Legay, una pronta guarigione e un po’ di saggezza!». 

Attraverso le figure di Jérôme Rodrigues, Zineb Redouane e Geneviève Legay, i gilets jaunes hanno il merito sorriso di aver mostrato all’opinione pubblica francese ed europea che la violenza di polizia non riguarda esclusivamente le persone migranti.

Nell’autunno del 2019, Macron avvia le sue principali riforme a danno della sécurité sociale, lo stato sociale francese, prima molto efficiente e “generoso”. Viene posticipata l’età della pensione, abbassato il rapporto tra salario e pensione e proposta una “pensione a punti”. Viene inoltre diminuita la cosiddetta allocation chômage, ovvero il sussidio di disoccupazione: l’obiettivo della “generosità” dell’alloc chômagenon era solo aiutare chi perde il lavoro ma anche garantire la libertà di scelta tra gli impieghi possibili, quindi permettere a chi ha un lavoro retribuito ma non gratificante di lasciarlo per trovare di meglio senza nel frattempo essere in difficoltà. Prima della riforma, l’alloc chômageprevedeva due anni di disoccupazione ogni quattro mesi di lavoro, ora prevede un anno di disoccupazione dopo sei mesi di lavoro.

«On est là / on est là / même si Macron ne veut pas / nous on est là. / Pour l’honneur des travailleurs  / et pour un monde meilleur / même si Macron ne veut pas / nous on est là»: («Siamo qua, siamo qua, anche se Macron non vuole, per l’onore dei lavoratori e per un mondo migliore siamo qua») questo canto, nato proprio in difesa dei diritti di chi lavora, è diventato di fatto l’inno dei gilets jaunes e la colonna sonora di ogni manifestazione. Viaggiando nel gennaio del 2020 si poteva attraversare una Francia costellata di proteste e paralizzata dagli scioperi. 

A marzo 2020 si diffonde il coronavirus. La Francia subisce tre confinements (l’equivalente di quello che in Italia abbiamo chiamato con il termine inglese lockdown): marzo-aprile 2020, novembre 2020 e aprile 2021. Prima di ognuno dei tre, Macron aveva annunciato che non avrebbe applicato chiusure né restrizioni; pochi giorni dopo, le applica violando il principio della liberté a cui si era appellato subito prima. Da sinistra, Jean-Luc Mélenchon fa notare che la restrizione delle libertà è andata di pari passo con la crisi sanitaria ma senza un collegamento logico tra le due cose: nel 2020, in piena emergenza ospedaliera, sono stati tagliati oltre cinquemila letti nelle terapie intensive degli ospedali ma è stato istituito il coprifuoco per non gravare sugli stessi. Al confinamento si sono opposti anche vari medici, fra cui il più famoso è il dottor Didier Raoult, marsigliese esperto di malattie infettive, al centro di una polemica per aver effettuato una ricerca non autorizzata dal ministero ma rivelatasi efficace. Oltre alla questione delle libertà personali calpestate, bisogna dire che imporre il confinamento ha avuto per la Francia anche un senso politico nei confronti del dissenso precedente: manifestare è vietato e, dal momento che si possono svolgere solo i lavori “essenziali”, è di fatto soppressa qualsiasi forma di sciopero.

A luglio del 2020 scoppia una nuova protesta, stavolta da parte dei movimenti femministi: con il consenso di Emmanuel Macron, è stato nominato ministro dell’interno (quindi capo delle forze dell’ordine) Gérald Darmanin, un uomo accusato di stupro, stalking e omofobia.

Durante il secondo confinamento (novembre 2020), mentre è vietato manifestare, vengono varate altre due leggi contestatissime. La prima è la Loi sécurité globale, che aumenta a dismisura i poteri della polizia nella gestione dell’ordine pubblico; se i gilets jaunes avevano mostrato le violences policières, l’articolo 24 della legge vieta di filmare la polizia in azione. Il secondo provvedimento porta il nome di Loi islamo-gauchisme. Concetto inventato dalla destra, l’islamo-gauchisme è un accostamento tra l’Islam e la sinistra (gauche), accostamento nato dall’appoggio che i movimenti antirazzisti europei hanno sempre fornito alla causa palestinese. Varata all’indomani dell’omicidio di Samuel Paty, docente di una scuola della regione parigina decapitato da un musulmano per aver mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo, la legge criminalizza l’intero mondo musulmano e la sinistra antirazzista che lo sostiene. A Parigi la popolazione viola il confinamento per manifestare contro questa legge. Macron cambia nome alla norma: ora si chiama Projet de loi confortant le respect des principes de la République («Progetto di legge riguardante il rispetto dei principi della République»). Macron consiglia al corpo docente scolastico e universitario di non parlare di “postcolonialismo” perché questo tema non solo alimenta l’islamo-gauchisme più radicale, ma anche «il separatismo e l’odio verso la République». La legge prevede anche il divieto dell’educazione familiare (educare i figli e le figlie in casa anziché nella scuola pubblica) e il controllo statale sulle moschee per allontanare gli imam accusati di propaganda jihadista: quest’ultimo punto è in aperto contrasto con il principio repubblicano della laicità stabilito dalla legge del 1905, secondo cui, come le Chiese non devono intromettersi sulla politica, così le leggi statali non devono interferire sulla celebrazione dei culti. Probabilmente queste leggi hanno l’obiettivo di far apparire un centrodestra credibile su cui possano confluire i voti moderati e quelli nazionalisti, meno a destra di Marie Le Pen ma non tanto distante, per evitare che sia proprio lei a superarlo alle prossime elezioni. Al secondo turno delle elezioni regionali di giugno del 2021, La République En Marche (Rem, il partito di Macron) si candida insieme a Les Républicains (Lr, il partito conservatore del centrodestra).

Nell’estate del 2021 la vaccinazione contro il covid è iniziata e prosegue rapida. Ma cresce anche la sfiducia verso il vaccino, tacciato di inefficacia (molte persone vaccinate si sono ammalate ugualmente) e di pericolosità (un farmaco in fase ancora sperimentale ha causato migliaia di decessi, sebbene si tratti di un’esigua minoranza rispetto al totale delle persone sottoposte alla vaccinazione). L’inquilino dell’Eliseo non permette alcun dialogo. Viene istituito il Pass santaire, un certificato da esibire obbligatoriamente, pena il non accesso a qualsivoglia luogo di cultura e svago collettivo, e il licenziamento da alcuni lavori. La Loi sanitaire vieta al personale scolastico di criticare le scelte governative in materia di sanità. E la Francia esplode di nuovo. Il 14 luglio, all’indomani del discorso con cui viene annunciata la nuova norma, sorgono le prime manifs antipass e il 31 dello stesso mese la Francia è in piazza. A Parigi si contano quattro milioni di manifestanti. Gran parte indossa il gilet giallo. Il canto dei gilets jaunes viene modificato in: «contre le pass sanitaire  / et l’État autoritaire / même si Macron ne veut pas / nous on est là» («Contro il pass sanitario e lo Stato autoritario, anche se Macron non vuole, siamo qua»).

Il Pass sanitaire viola due principi fondamentali repubblicani: la libertà personale e l’uguaglianza di diritti. Il diritto alla salute è trasformato da scelta in obbligo e la differenza di opinioni diventa fonte di discriminazione. Alla fine dell’estate si contano decine di migliaia di licenziamenti (circa tremila per dipartimento) tra chi non ha obbedito al governo, aggravando così il carico sugli ospedali. Pur trattandosi di una libertà individuale, la Francia ha di questa libertà una visione collettiva, dunque, numerosissime persone vaccinate e per niente contrarie al vaccino manifestano per il rispetto dei diritti di chi ha un’opinione diversa dalla propria.

Nel dicembre 2021, durante un’intervista rilasciata al giornale Le Parisien, Macron dichiara: «J’ai envie d’emmerder les non vaccinés». La frase si può tradurre letteralmente come «Ho voglia di rompere il cazzo ai non vaccinati». L’arroganza è la solita, la volgarità fa scandalo, il contenuto anche, l’intero mondo politico si indigna: il presidente della Repubblica, peraltro della patria della prima Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, vuole trovare una soluzione a un problema o soltanto spaccare la popolazione e creare un capro espiatorio? Il leader della formazione di sinistra La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon (favorevole alla vaccinazione ma non all’obbligo) dichiara che l’imposizione (non il vaccino in sé) è «contraria ai principi repubblicani» e chiede in Parlamento al ministro della salute Olivier Véran (LaRem,La République En Marche): «L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto di convincere piuttosto che costringere, e voi che cosa avete fatto per convincere oltre che costringere?». 

Alle proteste si uniscono la sinistra e l’estrema destra: Macron sta trasformando il vaccino, il pass e la gestione dell’epidemia in generale in un plebiscito su se stesso. E sta portando la Francia (e l’Europa) verso un sistema in cui i diritti non siano più garanzie basilari ma merci da ottenere in cambio di qualcosa, tra cui la ricchezza o l’obbedienza. 

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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