Oltre il sentiero battuto: «ladies» vittoriane nel Grande Nord

In una conferenza del 1931 Virginia Woolf racconta all’uditorio la sua lotta contro «un certo fantasma […] che quando scrivevo si metteva in mezzo tra me e il mio foglio: era una donna […] che mi angustiava e mi faceva perdere tempo e mi tormentava a tal punto che alla fine la uccisi». Woolf la definisce, con una locuzione comune a moltissime culture e traducibile anche in italiano, the Angel in the House, l’angelo del focolare. Di derivazione vittoriana, è questa figura che, con ferma gentilezza, detta alla scrittrice le regole per compiacere il pubblico lettore: «Sii comprensiva; sii tenera, lusinga, inganna, usa tutte le arti e le astuzie del nostro sesso. Non far mai capire che sai pensare con la tua testa». La reazione di Woolf è estrema: strangola il fantasma «per legittima difesa», anche se l’operazione le sottrae quel tempo e quella energia che avrebbe preferito impiegare diversamente, per esempio «a imparare la grammatica greca; o a girare il mondo in cerca di avventure». Ma, conclude, «fu una vera esperienza; un’esperienza che doveva toccare a tutte le donne scrittrici a quell’epoca». Un’esperienza che le autrici di questi resoconti di viaggi al nord vivono in prima persona, cercando di mantenersi in equilibrio fra il ruolo assegnato dalla retorica vittoriana e il loro desiderio inconfessabile di autonomia.

Helen Emily Love

Helen Emily Lowe, The Unprotected Female. Di lei non si conosce la data di nascita; un breve paragrafo di un dizionario biografico del 1897 informa che era figlia di un giudice attivo in India e che nel 1869 aveva sposato sir Spencer, terzo baronetto Clifford, lontano discendente di Enrico VIII. La stessa nota, che definisce Lowe «una donna dal carattere forte», afferma che aveva studiato privatamente navigazione, fino a ottenere la patente di Capitana e ad attraversare il Mediterraneo su un’imbarcazione da 350 tonnellate, con un equipaggio (ovviamente solo maschile) ai suoi ordini.

Infine, dopo il matrimonio, aveva interamente progettato la sua casa di Londra, in Rutland Gate. Il trafiletto accenna appena ai viaggi all’estero di Lowe, poiché il matrimonio aveva messo fine alle sue avventure, assicurandole una rispettabile sistemazione sociale. Un suo primo resoconto, Unprotected Females in Norway (Donne indifese in Norvegia) è pubblicato nel 1857, dopo il suo viaggio in Scandinavia in compagnia della madre; come è consuetudine dei testi odeporici femminili durante il periodo vittoriano (e come consigliava Lady Eastlake) l’autrice è protetta dall’anonimato. Lowe ripeterà sia l’esperienza di viaggio, raggiungendo questa volta l’Italia del Sud, ancora in compagnia della madre; sia la stesura di un nuovo resoconto, dal titolo Unprotected Females in Sicily, Calabria and on the Top of Mount Aetna (Donne indifese in Sicilia, Calabria e alle pendici del monte Etna), ancora pubblicato anonimo. È necessario chiarire che i due termini unprotected females, che nella traduzione italiana sono sempre associati all’aggettivo “povera” per definire una figura femminile oppressa, indicano invece in inglese delle donne intraprendenti e orgogliose della propria autonomia; quando viaggiano si spostano senza scorta maschile, perfino ostentando la loro disinvoltura. In una parola, la locuzione è empowering, ovvero conferisce potere e forza alle donne cui è riferita.

Lo stile effervescente dei testi di Lowe e il suo linguaggio spregiudicato le assicurano un’immediata notorietà, ma non sempre i favori della critica, perché entrambi i titoli risultano alquanto provocatori. Infatti, nel rivelare chi siano le protagoniste – donne indipendenti – , sembrano rivolti quasi esclusivamente alle lettrici. Le due signore si presentano unprotected già prima della loro partenza, quando l’autrice afferma drasticamente che «l’unica funzione di un uomo in viaggio è prendersi cura del bagaglio; per questo faremo in modo di non avere bagaglio». La viaggiatrice deve dunque preparare solo una piccola borsa: «La donna indifesa non dovrebbe portare con sé niente più di una sacca da viaggio» e soprattutto niente chiavi, «che si perdono sempre».

Quando Lowe sceglie la Norvegia come meta per il suo itinerario turistico-esplorativo tutta la Scandinavia era già diventata una meta di gran moda tra i turisti inglesi. Tuttavia, non era assolutamente scontato che fosse adatta a due donne sole, come avevano a più voci sostenuto numerosi viaggiatori nei loro resoconti precedenti: con un atteggiamento paternalistico, camuffato di protettività, per scoraggiarle avevano evidenziato non tanto eventuali pericoli, quanto l’estrema scomodità dei trasporti e degli alloggi, nonché la variabilità del clima, rigido anche d’estate. Come chiarisce nel titolo dei suoi resoconti, l’autrice intende invece dimostrare che le donne possono viaggiare ovunque sole, senza problemi.

La narrazione si sviluppa secondo l’ordine temporale tipico dei resoconti di viaggio (partenza, transito, ritorno); Lowe dunque si imbarca con la madre a Dover, sbarca a Calais e prosegue via terra attraverso Amburgo e Copenaghen, quindi in battello fino a Göteborg, per terminare il percorso a Cristiania. Da questa città inizia l’esplorazione vera e propria, che condurrà le due donne tra le montagne del Dovrefjell e poi a Bergen, sulla costa ovest. Lowe si concentra spesso su di sé e si presenta non tanto come una turista quanto come un’esploratrice alla ricerca di itinerari poco battuti, al pari dei compatrioti che percorrevano, negli stessi anni, i sentieri più impervi della Scandinavia. In questo modo autopromuove la sua figura di viaggiatrice indipendente alla ricerca di avventure e di diversità culturale: per queste finalità la Norvegia è il Paese ideale, con i suoi ambienti selvaggi, contrapposti alle campagne addomesticate della madrepatria e alle città caotiche; con le sue tradizioni, ancora vive tra le montagne sperdute; con la sua lingua, il modo di vivere modesto, le abitudini semplici. Certamente è necessario un forte spirito di adattamento: chi viaggia deve dormire sul fieno, cavalcare o guidare la propria cariole (la tipica carrozzella norvegese); stirarsi i vestiti, rinunciare agli abiti eleganti e alla vita di società; dimenticare il pane bianco e abituarsi a mangiare porridge tre volte al giorno; solo chi supererà queste prove diventerà «a ‘bona fide’ traveller», un’autentica viaggiatrice.

Il discorso narrativo di Lowe sulla destinazione si concentra soprattutto sulla descrizione della natura, sviluppando alcuni tratti comuni nell’odeporica femminile. È frequente l’adesione all’idea di pittoresco, che rappresenta paesaggi solitari, capaci di suscitare interesse ed emozioni piacevoli in lettori e lettrici. Un esempio è l’arrivo, quando la Norvegia appare «vestita di foglie», gli alberi hanno rami delicatamente «ondeggianti», mentre il battello si avvicina «alla più bella delle baie, dove danzano le due bandiere dei due paesi, uniti nella pace e nella bellezza – l’incontro di Svezia e Norvegia». I luoghi sono personificati, le loro caratteristiche sono gradevoli e rasserenanti. Ugualmente emozionante è la partenza, quando l’autrice saluta affettuosamente la costa che si allontana: «Addio, grande, forte paese».

La scoperta di località isolate nelle montagne interne, dove la viaggiatrice ritiene di aver trovato la «vera Norvegia», mostra un paesaggio agli antipodi di quello inglese. Poiché Lowe viaggia d’estate vista e olfatto sono costantemente sollecitati dai colori tenui del cielo e della campagna, dai profumi delicati di fiori e frutti; inoltre sottolinea il suo stupore per le lunghe giornate, in cui il sole non tramonta quasi mai; questo stato di continua eccitazione emotiva accompagna l’esplorazione delle due viaggiatrici, le ripaga delle scomodità e, non meno importante, permette a chi legge di condividere le stesse sensazioni. Infine, la piacevolezza della stagione estiva è sottolineata dal contrasto con l’inverno immaginato: anche questo tratto è comune negli scritti odeporici di molte autrici (era presente, ad esempio, pure nei resoconti di Léonie d’Aunet e di Mary Wollstonecraft): l’inverno sconosciuto si presenta come un periodo di insopportabile asprezza climatica e totale solitudine, il che rende l’estate ancora più gradevole.

La Norvegia non è solo geograficamente ma anche culturalmente lontanissima dall’Inghilterra. Tale aspetto è comune ad altri resoconti: è un’eredità romantica e vede nella Norvegia una specie di Arcadia, dove ricongiungersi con ipotetiche radici nordiche, più libere e primitive della soffocante Inghilterra vittoriana. Lowe descrive infatti un mondo moralmente integro, lontano dal progresso e legato alla tradizione, dove la visitatrice straniera si sente nello stesso tempo a proprio agio e all’apice della sua esperienza esotica: può vivere la quotidianità di contadini e contadine, partecipare a feste e assistere a danze tradizionali, in un’atmosfera simile a quelle che aveva ammirato a Cristiania nei quadri di Tindemand, pittore non solo paesaggista, ma sapiente interprete dello spirito del popolo norvegese, che ha rappresentato «dalla culla alla tomba». Impressionata da queste «abitudini nazionali» così genuine, Lowe si augura che i norvegesi riescano a evitare la contaminazione di quei modi «civilizzati» dai quali lei si è allontanata con sollievo.

Tindemand dance

Lowe non si limita al suo ruolo di acuta osservatrice: la sua natura di sportswoman si afferma con la partecipazione a una spedizione alpinistica sul massiccio del Dovrefjell. Il trekking alpino, espressione di totale comunione con la natura ma riservato agli sportsmen vittoriani, qualifica Lowe una volta di più come donna audace e trasgressiva.

Viaggiare da sole rappresenta per le due ladies un indubbio vantaggio nei rapporti con i nativi, perché il comportamento delle persone norvegesi è sempre gentile e la loro collaborazione sollecita e costante; controllori di treno, passeggeri di carrozze, impiegati di hotel, tutti desiderano mostrarsi garbati e disponibili verso queste avventurose signore, perfino nei luoghi più isolati, dove il turismo è quasi sconosciuto: in una «remota, pittoresca fattoria» le due sono trattate con «maniere educate e generose» e viene loro addirittura offerto del vino di Madera. L’autrice non risparmia critiche ai viaggiatori inglesi, che incontra numerosi durante il percorso e dai quali desidera distinguersi. Contraddice quei suoi compatrioti che avevano sconsigliato il viaggio alle donne per motivi di scomodità: per quanto concerne i mezzi di trasporto, ad esempio, afferma che lei e la madre hanno trovato confortevoli sia le cavalcate che i percorsi in cariole: «molti le considerano ingombranti, particolarmente nelle traversate in traghetto», perché è disagevole issarle a bordo e riportarle a terra; lei e la madre invece, le unprotected, trovano sempre qualcuno disposto ad aiutarle in queste operazioni difficili. L’autrice è particolarmente critica anche riguardo alla (in)capacità di comunicazione degli uomini inglesi: per superare questo problema fanno ricorso a interpreti, un’abitudine di cui «non si sentiva parlare fino a qualche anno fa». Invece lei si ferma a Cristiania più di una settimana per procurarsi una prima infarinatura della lingua, «non per apprendere correttamente la grammatica ma per imparare il lessico e capire come lo organizzano i nativi». Proprio in città si imbatte in un compatriota «saccente» e presuntuoso, che si lamenta di aver studiato norvegese «nella migliore delle scuole» senza apprenderlo, «mentre noi», continua riferendosi a se stessa e alla madre, «l’abbiamo imparato senza troppe pretese, in modo un po’ sbrigativo, masticando insieme frammenti di lingue diverse in modo disordinato, ma non abbiamo mai incontrato nessuna difficoltà». Lowe sembra così intuire l’importanza dell’apprendimento comunicativo della lingua; inoltre, si aiuta con un semplice «libriccino blu» pubblicato dal governo norvegese, che descrive i percorsi tra le stazioni e, grazie ai tracciati, può essere utile anche a chi non capisce la lingua; anticipa perciò modalità di viaggio moderne, basate su guide e prontuari linguistici.

Nonostante le sue critiche verso i connazionali e l’ammirazione per la Norvegia, Lowe mostra di condividere lo sciovinismo dell’Inghilterra imperialista, una caratteristica frequente in questo periodo, dovuta non solo all’espansione coloniale ma anche alle spedizioni artiche, che vedono gli inglesi partecipare numerosi. L’autrice non esita a dichiarare la superiorità di chi è capace di «viaggiare nelle zone più impervie della Norvegia […] creare nuovi percorsi per i nativi […] chi se non gli inglesi sarebbe in grado di farlo?», conclude. A riprova di questa affermazione cita il viaggio di Ida Pfeiffer, che l’aveva preceduta di qualche anno in Norvegia: «Madame Ida Pfeiffer è stata piuttosto attiva ed è stata capace di aggirarsi indisturbata ma, come confessa lei stessa, è un tipo magro e segaligno; gli inglesi o gli americani sono raramente dello stesso tipo fisico, essendo invece generalmente pieni di salute e attraenti; perciò la conquista è un loro diritto innato, che li fa arrivare trionfalmente per primi anche nei recessi più isolati dei paesi»; queste considerazioni fanno evidente riferimento alle teorie eugenetiche diffuse al tempo e ribadiscono la superiorità britannica. Se il libro ha goduto di una certa popolarità presso il pubblico per lo stile colloquiale e accattivante, il rifiuto di Lowe di piegarsi ai canoni vittoriani le ha procurato giudizi critici decisamente ostili. Nella sua recensione Beuclerck constata ironicamente che, pur dichiarandosi colei che scrive unprotected, sembra cavarsela benissimo in ogni circostanza. In un opuscolo di viaggio del 1859, Lindesnaes to the midnight sun and Nordkap to Christiania (Da Lindsnaes al sole di mezzanotte e da Capo Nord a Cristiania) gli autori John Benjiamin e Sarah Popplewell riportano una conversazione dalla quale si evince come la viaggiatrice fosse solita raccontare episodi inventati, obsoleti o riferiti da altri; il suo interlocutore conclude con un giudizio pesantemente negativo sulla persona, oltreché sulla scrittrice:«Il gentiluomo disse di Miss Lowe: ‘Beh, sono davvero contento di aver trascorso un’ora con una donna simile, è un vero piacere, ma il cielo mi risparmi da una moglie del genere!’».

Nel 1860, in seguito alla stampa del secondo resoconto di Lowe sul suo itinerario nel sud Italia, è Anthony Trollope, viaggiatore e scrittore di fama, a pubblicare una parodia intitolata addirittura Unprotected Female at the Pyramids (Una donna indifesa alle Piramidi): la protagonista è una spinster (zitella), una certa miss Dawkins che, solo a parole orgogliosa della propria autonomia, cerca invano di aggregarsi a gruppi di turisti inglesi e perfino di unirsi a una famiglia di compatrioti. Mettendo in ridicolo la protagonista il libro di Trollope intende colpire anche l’autrice delle Unprotected Females e le sue scorrerie dall’estremo nord all’estremo sud d’Europa; tuttavia, la parodia conferma indirettamente il successo di questa donna indipendente, così desiderosa di distinguersi dai turisti uomini e di mostrare alle donne itinerari nuovi, anticipando modalità di viaggio destinate a favorire l’emancipazione femminile.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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