Pavia. Via Bona di Savoia, o sul timore di associare qualcosa di amato a un avvenimento tragico

Bona di Savoia nacque ad Avigliana nell’agosto del 1449, quattordicesima dei diciotto figli di Ludovico di Savoia e Anna Lusignano di Cipro. Alla morte della madre, avvenuta nel 1462, venne inviata alla corte francese della sorella Carlotta e del suo consorte il re di Francia Luigi XI, il quale decise di darla in sposa a Galeazzo Maria Sforza (figlio di Bianca Maria Visconti e a quel tempo già succeduto al trono del ducato di Milano da due anni), dopo aver provato invano a proporla a Edoardo IV re d’Inghilterra. Concluse le trattative, le nozze vennero celebrate ad Amboise (Francia) il 12 maggio 1468 e poi riconfermate in piazza del Duomo a Milano circa due mesi dopo.

Cosa lega Bona di Savoia a Pavia è qualcosa di molto intimo e personale. Il castello visconteo fu infatti la residenza preferita della coppia di sposi e lì Bona trascorse la maggior parte dei primi otto anni di matrimonio, in compagnia dei figli avuti nel frattempo e di cui si occupò personalmente durante la crescita. In questo periodo Bona non venne coinvolta dal marito nei propri affari politici, se non in alcune brevi visite di Stato (prima a Firenze e poi a Mantova) e nell’attività di mantenimento di buoni rapporti tra la famiglia Sforza e quella dei Savoia. Ciò però non significa che lei non godesse della fiducia e della stima del duca, il quale le affidò la città di Novara nel 1470 e le entrate del parco di Pavia nel 1474. Questa tendenza, tuttavia, cambiò drasticamente a causa di un avvenimento infausto, ovvero l’assassinio del marito avvenuto il 26 dicembre 1476. Tale evento comportò il brusco passaggio del ducato in eredità al primogenito Gian Galeazzo Maria, la cui giovanissima età (aveva solo sette anni) spinse la madre a scendere in campo, assumendo il ruolo di reggente nelle veci del figlio e mettendosi a governare con la collaborazione di Cicco Simonetta, uomo fidato del defunto marito.

Per poter governare più efficacemente, Bona decise quindi di lasciare l’amata Pavia per trasferirsi al Castello sforzesco di Milano, dove poteva prendere direttamente le decisioni assieme a un comitato del Consiglio segreto, il quale «si riuniva… alla sua presenza…» e «… rinviava l’esame dei problemi fino a quando… non era stata consultata…» (Daniel M. Bueno De Mesquita, “Bona di Savoia, duchessa di Milano”, treccani.it). Con non poche difficoltà dovute a pressioni esterne (specialmente quelle derivanti dalle ambizioni dei fratelli del marito, tra cui il famoso Ludovico il Moro), riuscì a tenere la reggenza fino alla fine del 1480, quando fu di fatto costretta a rinunciare alla tutela del figlio in favore dello zio (il già citato Ludovico), per poi trasferirsi ad Abbiategrasso. Ritornò a Pavia solo per stare al capezzale di Gian Galeazzo Maria, gravemente malato e morto nell’ottobre del 1494, dopo cinque giorni di atroci sofferenze. A posteriori, il destino che ha legato Bona di Savoia a Pavia è qualcosa di straziante. Finire i propri giorni associando un luogo che si è tanto amato (il castello visconteo) alla morte di un figlio, credo che sia un qualcosa di difficilmente descrivibile. Figuriamoci, poi, per chi non ha figli come il sottoscritto. Tuttavia, penso di poter comunque empatizzare non poco con Bona, a causa della mia paura del rischio di poter associare qualcosa che amo a un avvenimento doloroso.

Ho scoperto per la prima volta questo timore durante una passeggiata domenicale di parecchio tempo fa. Mio padre si stava imbarcando per prendere l’aereo e, nel mentre, io cercavo di fargli compagnia scrivendogli del più e del meno su Whatsapp. Le nostre conversazioni si erano prolungate per diversi minuti, almeno fino a quando non ha dovuto spegnere il cellulare o metterlo nella modalità adeguata a causa della prossimità della partenza. Ricordo che camminando stavo ascoltando una raccolta di The Smiths (band a cui sono molto legato) e che ero arrivato alla canzone There is a light that never goes out, quando a un certo punto è apparso in cielo un aereo, probabilmente proveniente dall’aeroporto più vicino e diretto per chi sa dove. Non so per quale motivo, ma in quel momento ho immediatamente pensato che mio padre fosse lì dentro e a come quest’aereo potesse precipitare da un momento all’altro. All’angoscia immediata si è aggiunto successivamente il pensiero ansiogeno di poter perdere non solo il mio genitore, ma anche quella musica per me così importante per colpa dell’ovvia associazione mentale che il suo ascolto mi avrebbe inevitabilmente originato. Spaventato, ho tolto le cuffiette sperando non fosse troppo tardi, ma ormai il danno era fatto. Ho quindi atteso con impazienza di ricevere un messaggio con scritto “atterrato!”, che fortunatamente è arrivato.

A volte mi domando se ci siano altre persone che hanno avuto lo stesso mio pensiero. Fratelli e sorelle di paure mentali.

***

Articolo di Giovanni Trinco

Nasce a Padova nel 1997. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è laureando in Comunicazione Digitale presso l’Università di Pavia. Appassionato di giornalismo e saggistica, riguardante la sociologia e la filosofia, spera che un giorno il progressive rock possa tornare di moda.

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