Torneo letterario di Robinson – seconda partita

Ricorderete, e ne avevamo già trattato (n. 146), che Toponomastica femminile ha deciso di aderire al torneo letterario della rivista Robinson, allegata al quotidiano la Repubblica ogni sabato. Nella seconda partita, iniziata il 5 febbraio scorso, il nostro gruppo di lettori e lettrici è stato messo alla prova con due capolavori della letteratura russa: Oblomov di Ivan Gončarov (1812-91) e Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj (1828-1910). I giudizi, come sempre accade, sono stati discordanti, ma fra i due quello che (forse in maniera inaspettata) ha ricevuto più consensi, persino entusiasti, è stato il primo. Sicuramente molto rammentato ma poco letto, anche per la mole considerevole, si è rivelato una scoperta affascinante, di quelle che aprono gli orizzonti e svelano le mille sfaccettature dell’animo umano.

Ognuno/a di noi ha inviato poi il suo breve commento che sarà inserito nel blog, ma confesso che sono rimasta assai colpita dalle due belle, ampie, precise recensioni dell’amica Angela Scozzafava; con la sua autorizzazione, ho deciso di proporvele integralmente, sperando che siano di stimolo per riprendere in mano queste opere immortali.

Oblomov (1859) – Angela Scozzafava

Un romanzo corposo, di molte pagine ma che si legge facilmente e che mi ha preso fin dall’inizio. Innanzitutto perché la scrittura è scorrevole e potente: con pochi tratti Gončarov disegna incisivamente caratteri, coglie particolari esteriori (un certo modo di vestirsi, il naso di Anis’ja che “ride”, le sopracciglia espressive di Ol’ga, i gomiti, nudi e seducenti, di Agaf’ja Matveevna, il viso di burro e la morbidezza di Oblomov) e se ne serve per delineare personalità, idee, atteggiamenti; questa, che è una peculiarità del romanzo, è evidente fin dalle primissime pagine, in cui viene introdotta una teoria di ospiti in visita a Oblomov e di ognuno di loro viene fatto un ritratto preciso, che ci permette di immaginarli visivamente e di coglierne il temperamento.

Ritratto di Ivan Aleksandrovič Gončarov.
Autore anonimo

La trama è nota ma credo che sia stata, in parte, fraintesa: è vero, Oblomov (e tutta la classe di possidenti cui appartiene) è un indolente, un incapace, come rivendica esplicitamente («Sì, io sono un signore, e non so fare niente!»), ma il centro di quest’opera, secondo me, non è tanto l’oblomovismo, quanto piuttosto una riflessione sul valore della vita, che si snoda e cresce nel testo e insieme ai protagonisti (si vedano il cambiamento e le riflessioni di Ol’ga): in questo senso Oblomov è un “rassegnato” romanzo di formazione. Inoltre di tutti i personaggi, anche di quelli minori (con l’eccezione forse di Tarant’ev e Ivan Matveevič, il gatto e la volpe della situazione), Gončarov coglie diversi aspetti: nessuno è descritto in modo monolitico: del tutto buono, del tutto cattivo, del tutto sciocco, così come è nella realtà.

Oblomov, ad esempio, è sì un pigro, un fannullone, non sa scrivere una lettera quando non vuole, ma sa cogliere molto bene le ambiguità, le ipocrisie, il conformismo, la superficialità della società pietroburghese. Come riconosce Štol’c, Oblomov è “puro”, è un “cristallo”, ha fede nell’amicizia, ma non ha carattere per difendere le proprie convinzioni, è fuori dal suo tempo.
Si rifugia in una esistenza fiacca, inoperosa, in cui finisce per essere vittima degli imbrogli di Tarant’ev e di Ivan Matveevič, perché ha paura della vita che scorre e che cambia.
È centrale, per questo aspetto, il capitolo IX della Prima Parte: Oblomov sogna di essere di nuovo al villaggio e di vivere in modo sereno, tranquillo, senza scosse, senza turbamenti; della Natura, evocata fin dalle prime righe, rifiuta quegli aspetti (l’infinità degli orizzonti, l’asprezza di alcuni panorami) che costituivano il “sublime” kantiano: li rifiuta perché li teme, perché non vuole confrontarsi con essi. Ma l’inquietante, il “perturbante” riaffiora nell’immaginazione e nelle fiabe popolari russe ripetutamente raccontate, fiabe in cui anche l’oggetto più consueto e innocente può trasformarsi in qualcosa di orrido e meraviglioso, un mondo in cui tutto è possibile.

E proprio per esorcizzare questo timore, Oblomov non vuole vivere, finché Ol’ga non lo farà innamorare; allora ci sarà una parentesi in cui sembra rompersi l’incantesimo, ma Oblomov non ha forza, non ha abbastanza carattere per cambiare: tutto torna come prima, anzi peggio. Imbrogliato da Ivan Matveevič e salvato dall’amico Štol’c, sposa la devota Agaf’ja Matveevna e alla fine si adagia in questa “vita senza lampi”. Štol’c rappresenta il tipo ideale dell’uomo dinamico, attivo, che fa del lavoro (si può dire “calvinisticamente”) lo scopo unico della vita, ma è anche un amico attento, che si prende cura di Oblomov; pure il suo personaggio cresce: se all’inizio del romanzo lo vediamo occupato quasi esclusivamente in viaggi e incombenze, poi, dopo il matrimonio, diventa più saggio. Verso Ol’ga, più giovane di lui di parecchi anni, si pone in principio come una guida, come un educatore, poi si trova a costruire con lei un’unione basata su una condivisione di interessi, sentimenti, riflessioni; con lei si confronta a proposito del significato profondo dell’esistenza; vicino a lei capisce che l’affannarsi nelle cose quotidiane, e anche nobili, della vita lavorativa e mondana non è sufficiente: ci sono domande più profonde alle quali non si può sfuggire.

Il personaggio che subisce maggiori trasformazioni è, a mio parere, proprio quello di Ol’ga: giovane intelligente, intraprendente, si innamora di Oblomov, a lei affidato da Štol’c perché lo risvegli dal suo torpore, lo restituisca alla vita; abituata a una certa indipendenza, vive questo innamoramento con coraggio e passione e, di fronte alla paura e alle incertezze dell’uomo, arriva a presentarsi a casa di lui, da sola (fatto inaudito per una ragazza nell’Ottocento).

L’amore deluso la fa maturare, entra nella vita cosciente. Innamorata di Štol’c, non vuole ammetterlo nemmeno a sé stessa; la “confessione” del suo precedente innamoramento ha una funzione freudiana, catartica: parlando con lui, si libera del passato e accetta di amarlo. Hanno personalità diverse, più maturo lui, vivace e curiosa lei, tuttavia si compensano in uno scambio non fusionale ma equilibrato; la vita coniugale la rende una donna attenta e consapevole, capace di vivere e di godere del dono delle gioie quotidiane, ma anche sensibile al mistero della vita, sottilmente malinconica («ho paura della felicità», dice), inquieta, in grado di cogliere, sotto il velo di appagante normalità della sua vita, la fragilità della condizione umana.

Ma anche i personaggi minori sono curati con amore: come Agaf’ja Matveevna, la padrona di casa attiva, solerte, odorosa di spezie, massaia perfetta, che conquista Oblomov e lo ama ciecamente, l’unica – animo semplice, di una semplicità evangelica – che può godere, almeno finché Oblomov non muore, di una felicità piena, senza desideri.

E che dire di Zachar? Servo birbante, pasticcione, pigro come il suo padrone, del quale conosce tutti i difetti, sempre pronto a sostenerlo, finirà in miseria; più ancora di Oblomov rappresenta il destino dell’oblomovista: indifferente, incurante di ogni impegno, destinato al fallimento.

Concludo dichiarando il mio totale accordo col giudizio, riportato nell’Introduzione del volume, che Giorgio Manganelli dà del romanzo: «O lo conoscete, e vi ha sedotto, e un recensore non può dirvi nulla, o non lo conoscete, e allora, per favore non perdete altro tempo con queste fatue righe, e andate a leggerlo».

Sonata a Kreutzer (1889)– Angela Scozzafava

Romanzo potente, impietoso, crudo, inquietante, che costringe a guardare in fondo alla propria anima.

Tolstoj, come è poi esplicitato nelle considerazioni finali, sostiene con convinzione il rifiuto dell’amore sensuale, la necessità della continenza e della lotta contro la depravazione e lo fa alimentando il sospetto, smascherando le falsità e le ipocrisie della società che costruisce falsi simulacri – l’innamoramento, l’amore coniugale, l’amore paterno e così via – per vivere poi nella dissolutezza, nel  «pantano della menzogna», in un «abisso di infelicità».

Ritratto di Lev Tolstoj (1873)
di Ivan Kramskoij

Il protagonista confessa, durante un lungo viaggio in treno, a un passeggero sconosciuto il suo delitto: ha ucciso per gelosia la moglie. Il racconto-confessione di Pozdnyšev è un’analisi minuziosa, acuta, spietata del male. Sono magistrali le pagine in cui Tolstoj descrive come si passi rapidamente da una fase di innamoramento ad un’incomunicabilità marcata, all’insofferenza per comportamenti, anche se irrilevanti, dell’altro, a liti sempre più frequenti e a rappacificamenti superficiali. Così come esemplari e attuali, assolutamente da leggere, sono le pagine in cui Tolstoj descrive come “montano” la lite e la rabbia fino ad essere incontrollabili e incontrollate e confessa che, nonostante gli anni di convivenza, marito e moglie non si conoscono, non riescono a trovare un canale di comunicazione; né l’uno né l’altra hanno consapevolezza di questi meccanismi psicologici che porteranno alla tragedia.

Quelle di Pozdnyšev sono solo fantasie di tradimento: in realtà egli non tollera che la moglie, dopo il quinto figlio, ritrovi uno spazio per sé, che il suo corpo rifiorisca, che ella possa avere interessi propri o una passione che l’avvicina, innocentemente, ad un altro uomo. E la musica è un medium pericolosissimo, che non calma, non eleva, ma eccita ed è solo tramite di tentazione e peccato: è l’unione spirituale, la vicinanza che si crea tra il violinista e la moglie che egli non tollera.

Non si può non riconoscere la grandezza e la forza della scrittura di Tolstoj ma credo che le descrizioni dei personaggi e delle situazioni siano, in parte, piegate a sostenere le sue tesi moralistiche, anche a costo di una semplificazione di alcuni caratteri, in particolare di quello della moglie, presentata come vittima, inizialmente, dell’educazione impostale; ma che poi a questo modello si adegua fino a diventarne complice e a perdersi quando, dopo cinque figli e mal consigliata dai medici, rinuncia ad altre gravidanze.

Lei, come le donne del suo tempo, frena il progresso e fa della sua civetteria e della sua grazia un’arma di vendetta e di dominio; una donna «sciocca e volgare», incapace persino di rendersi conto di quel che sta succedendo intorno a lei (solo alla fine, quando sta per morire, rifiuta di concedergli il suo perdono).
Romanzo sincero, perché Tolstoj scava con coraggio nelle pieghe dell’animo umano, descrive in modo impietoso i pensieri, i momenti, i gesti lucidi dell’assassinio, ma anche ”truffaldino” perché guarda la vicenda da un unico punto di vista. E infatti, Pozdnyšev, fino quasi all’ultimo momento, pensa che sia lei a dover chiedergli perdono per il tradimento (presunto) che, per lui, rappresenta l’essenziale; sarà solo di fronte al viso tumefatto di lei, ormai in delirio, che pronuncerà una tardiva richiesta di perdono.

Prima di concludere non mi resta che rimandare al sito per saperne di più e invitare chi volesse partecipare come singolo/a lettore o lettrice a iscriversi individualmente, oppure chi preferisse unirsi al nostro gruppo a contattare la redazione di Vitamine vaganti che mi passerà i nominativi per iniziare insieme una nuova sfida.

Ivan Goncarov
Oblomov
Feltrinelli, Milano, 2014 (2° edizione)
pp. 574

Lev Tolstoj
Sonata a Kreutzer
Feltrinelli, Milano, 2014 (10° edizione)
pp. 160

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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