Z: una faccia, una razza

«I militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotskij, scioperare, la libertà sindacale, Lurçat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Čechov, Gorki e tutti i russi, il “chi è?”, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace e la lettera “Ζ” che vuol dire “è vivo” in greco antico». Così dice la voce narrante in Z. L’orgia del potere, il film del 1969 di Costa-Gavras, vincitore di due Oscar e di numerosi altri premi, che fece conoscere al grande pubblico quello che stava succedendo in Grecia a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

I carri armati davanti al Politecnico di Atene il 17 novembre 1973

Ce la ricordiamo bene, la dittatura dei Colonnelli, come ricordiamo la catastrofe più recente che ha colpito il Paese nostro vicino dopo che il primo ministro Papandreou rivelò, nel 2008, che i bilanci dei precedenti governi greci erano taroccati, la Grecia si avviava al default economico e i Paesi creditori, in prima fila la Germania, ne avrebbero spolpato le ossa.
 

E lo ricorda bene Mietta Timi, che nel suo La scelta migliore, appena pubblicato dall’editore Bertoni, ripercorre le vicende dell’ultimo mezzo secolo e penetra nei legami che accomunano la Grecia e noi: “una faccia, una razza”, diremmo, tanto per usare uno stereotipo vecchio ma efficace. L’autrice però non concede stereotipi. Il suo non è un saggio né un romanzo storico, se si prende per buona la definizione secondo la quale il romanzo storico dovrebbe essere ambientato in un’epoca trapassata; però qualunque buon romanzo è storico perché non può non descrivere e riflettere il tempo in cui viviamo, e in questo la Storia è protagonista di spicco. Timi racconta fatti verosimili su uno sfondo esatto, impietoso: se lo osserviamo con attenzione abbiamo molto da imparare.

La somiglianza fra i popoli non si limita ai tratti somatici: in quegli anni diversi Paesi a noi vicini, per geografia o perché terra di emigrazione nostra, erano in mano a dittature: la Spagna, il Portogallo, il Cile, oltre alla Grecia. I democratici italiani soffrivano per la sorte dei vicini e tentavano di sostenerne la Resistenza, ma c’era anche un legame scellerato che univa fascisti italiani e greci, stragisti nostrani e torturatori ellenici. Gli uni facevano visite di cortesia agli altri, imparavano, davano consigli. Le ramificazioni del Male non hanno confini. Entrambi i fili sono presenti e se, leggendo le pagine di La scelta migliore,pensiamo che quello più infame ci sarebbe potuto essere stato risparmiato, è solo perché la prosa è efficace. 

La scelta migliore parla di due donne, Mara e Stella, madre e figlia, entrambe legate alla Grecia, la prima figlia di un greco, la seconda probabilmente pure. Questa probabilità, questa quasi-certezza, ci accompagna fino alla fine ed è uno dei cardini sui quale girano le pagine. Mara, laureanda nella prima metà degli anni Settanta, s’immerge nella ricerca etnomusicologica sulle montagne di Creta e viene a contatto, quasi suo malgrado, con la Resistenza al regime. Non è un contatto neutro: il Male non fa sconti. Accanto alle musiche straordinarie e alla dolce accoglienza di figure amiche, si muovono personaggi ambigui o perfino criminali. Quarant’anni dopo sua figlia, funzionaria della Commissione europea e moglie di un collega tedesco, si scontra con il duro pragmatismo di Bruxelles la cui disumanità è condivisa dal marito. Entrambe si sentono parte dei due Paesi, ne parlano correntemente le lingue, vi hanno radici e affetti profondi. Per entrambe le sorti subite a distanza di quarant’anni dalla gente greca sono fonte di dolore.

Mietta Timi

Timi non dipinge la Grecia, e in particolare Creta, con i toni turistici che le bellezze naturali e il patrimonio archeologico ci suggeriscono. Della Grecia, ci dice tra le righe, oltre al Partenone e alle spiagge, sappiamo poco perché è nell’interesse stesso del mercato limitare le nostre conoscenze. Come la pizza e il mandolino con cui è diffuso l’ingombrante stereotipo italiano, così la penisola e le isole nostre vicine sono famose per il sole, l’insalata di pomodori e il cosiddetto sirtaki. Mara e Stella invece, privilegiate dalla doppia origine e dalle due lingue, conoscono la Grecia nel profondo. È una Grecia che non ha perso nulla della sua bellezza ma che, dopo secoli di occupazioni, conserva l’orgoglio partigiano.

La musica fa da sottofondo: Timi ce la fa sentire e ci ricorda che, a differenza di quanto è successo dalle nostre parti, le melodie popolari non sono mai diventate mero folclore, non si sono volgarizzate se non nel senso di nascere dal popolo conservandone la memoria che è, spesso, memoria di ribellione all’oppressore: anche il pop, in Grecia e soprattutto a Creta, è nato dalla tradizione, intesa come patrimonio della gente e consapevolezza della Storia, senza piegarsi alle mode d’importazione. Gruppi e solisti si alternano nelle taverne e nelle feste popolari che vanno avanti tutta la notte fra allegria, cibo, fiumi di tsikoudià, nostalgia e orgoglio. La nostalgia di Odisseo e l’orgoglio dell’Ethnikós Laïkós Apeleftherotikós Stratós, l’esercito popolare di liberazione che per primo combatté i nazifascisti. 

Gli anni di piombo, la dittatura, le bombe sui treni, la strage al Politecnico di Atene e tutto quello che ne è seguito vedono Mara agire, subire violenza, interrogarsi sulla vera natura dell’amico ed ex amante Andreas, portare dentro di sé, oltre agli affetti famigliari, la ricerca della verità. Stella invece vive nel mondo attuale, vola da Bruxelles a Roma a Chanià e Salonicco, conosce la Grecia moderna in cui fiorisce l’arte contemporanea, si scontra con l’impietoso pragmatismo della Troika che ha ridotto la gente in miseria e con il gelo di un marito nordico, acritico, modernamente indifferente al dolore che lui stesso contribuisce a provocare; e conserva il dubbio inquieto sulle sue origini. La tentazione potrebbe essere quella, facile e ovvia, di dipingere personaggi tutti d’un pezzo e soffiare sul fuoco degli stereotipi, ma il corpo del libro non è fatto di monoliti: neanche il marito di Stella è del tutto anaffettivo e cieco, neanche la determinazione di conoscere la verità è sottoposta a critiche.

Nell’esergo del libro, Adorno ci ricorda che «L’oggettività sovrana, che sacrifica il soggetto all’accertamento della verità, elimina, col soggetto, anche verità e oggettività». L’autrice, filosofa, sindacalista, profonda conoscitrice e amante di Creta, non perde mai di vista la premessa. La ricerca della verità è sacrosanta ma rischiosa. L’oggettività assoluta soffoca il soggetto. La scelta ci pone davanti al bivio, a quella dualità che proprio la Grecia ci ha insegnato e che, nella vita, è spesso costrittiva. L’urgenza della scelta può impedirci di cogliere il contorno. Esiste poi davvero una “scelta migliore”?

Mietta Timi
La scelta migliore
Bertoni, Perugia, 2022
pp. 377

***

Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e altro in una blues band.

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