La donna nella civiltà precolombiana azteca

Una caratteristica che accomuna tutte le culture precolombiane è il loro configurarsi come società esclusivamente agricole e guerriere. Data l’importanza che presso quelle popolazioni hanno la guerra e il potenziale militare (esercito e armamenti), poiché combattere è riservato ai maschi, ne consegue che le donne non hanno altro compito che fare figlie/i, dare loro un’educazione esemplare, crescerli nel migliore dei modi badando soprattutto alla loro integrità fisica, e poi, tra le altre priorità, dedicarsi alla cucina, ai lavori manuali e alle faccende domestiche. Le donne sterili vengono emarginate dal tessuto sociale e trattate alla stregua di esseri inferiori.
Come accade presso numerose altre civiltà antiche, la famiglia precolombiana deve necessariamente essere numerosa. I maschi sono prediletti perché da adulti prenderanno le armi e combatteranno per la patria. I Mexica, fondatori e gruppo dominante dell’impero azteco, sono tra i primi popoli al mondo a promuovere un’istruzione obbligatoria nell’infanzia, senza distinzione di sesso o di classe sociale. Fino ai quattordici anni l’educazione è affidata ai genitori, supervisionati dalle autorità del loro calpulli, letteralmente “grande casa”, in pratica un quartiere della città. I padri raccomandano alle figlie di non truccarsi, perché sembrerebbero delle ahuianis, cioè prostitute. Le madri insegnano alle figlie ad aiutare e a essere fedeli ai mariti, anche se sono umili contadini.

Le bambine e i bambini sono tenuti in casa fin verso i quindici anni, ma tutte e tutti sono tenuti ad andare a scuola per un certo tempo tra i dieci e i venti anni. Alle ragazze si insegna economia domestica e cura dei figli, ma non imparano a scrivere e leggere. Alcune apprendono il mestiere di levatrice sotto la guida di un medico e, come i medici, sono chiamate tizitl. Le tizitl curano le donne fin dai primi mesi di gravidanza e, qualora risulti impossibile l’estrazione o l’espulsione del feto, preferiscono salvare la vita alle madri piuttosto che ai feti, ricorrendo all’embriotomia.
La gravidanza, per le donne, è come una battaglia da portare a termine con successo, perciò sono equiparate ai soldati. Alcune testimonianze archeologiche presentano figure femminili con piccoli quadri nel ventre in cui è raffigurato un bimbo. La donna incinta è affidata a una tlamatlquiticitl, un’ostetrica particolarmente preparata che la segue durante tutta la gravidanza. Le donne della nobiltà hanno due o tre tlamatlquiticitl, ma solitamente è una sola. La levatrice suggerisce alla donna di non portare pesi, di non dormire di giorno, di non prendere bagni caldi e, contrariamente a quanto si possa pensare, anziché astenersi dal sesso, le raccomanda, almeno per alcuni mesi, di avere frequenti rapporti col marito, perché solo così il piccolo nascerà sano e forte. Verso il settimo-ottavo mese, la puerpera può anche tentare di modificare la posizione del feto in utero, qualora la levatrice noti qualche anomalia. Al momento delle doglie, la tlamatlquiticitl lava la donna, le fa fare una sauna in temazcal, un locale attiguo alla casa dove si sprigiona il vapore grazie a un infuso di erbe medicinali riscaldato su pietre roventi. La levatrice massaggia l’addome alla puerpera per verificare le contrazioni e farla rilassare. Quando le contrazioni uterine aumentano di intensità, alla partoriente viene somministrato un infuso di cihuapatl, un’erba che accelera il parto e l’espulsione della placenta. Se i dolori aumentano e la donna non riesce a partorire, la levatrice le fa bere un infuso di coda di tlacuatzin, l’opossum.

Nel partorire la donna sta accovacciata per favorire la fuoriuscita del feto. Nei casi più difficili la levatrice estrae il feto con un coltello di pietra, una pratica grossolana che vorrebbe anticipare l’attuale parto cesareo. Gli Aztechi credono che l’anima della/del bambino morto raggiunga una sorta di paradiso terrestre, come l’Eden biblico, in cui cresce un albero dalle foglie a forma di mammelle dalle quali la piccola anima non-nata può prendere il latte. Chi non ha visto la luce tornerà un giorno sulla terra – così la credenza – ma solo quando la razza umana sarà sparita dalla faccia del pianeta. Se è la madre a morire di parto (cosa non rara), le vengono tributati onori solenni, gli stessi che si celebrano per un guerriero caduto in battaglia, ed è venerata come dea. Si ritiene, inoltre, che la sua anima sia accolta nella Casa del Sole, il Paradiso dei guerrieri.
Dopo il parto, la levatrice taglia il cordone ombelicale. Se il nato è un maschio, il cordone viene consegnato a un soldato perché lo seppellisca in un campo di battaglia; in tal modo gli si propizia il futuro da guerriero. Levatrice e nonni del bambino recitano poi delle formule contenute negli Huehuetlahtolli, i cosiddetti “Libri delle Parole Antiche”, raccolte di massime trasmesse di padre in figlio. Se è femmina, la levatrice sotterra il cordone ombelicale della neonata vicino al focolare domestico sotto una macina di mais per augurarle un felice futuro di sposa e madre e per sottolineare che la casa è il centro della vita femminile. Anche per la femmina vengono recitate formule propiziatorie dai Libri delle Parole Antiche. Fondamentale è la scelta del nome. Alcuni giorni dopo la nascita, i familiari organizzano una festa che culmina nella cerimonia del bagno rituale e dell’imposizione del nome.
Il padre comunica ai sacerdoti la nascita e questi consultano il Tonalamatl (che significa “Libro dei giorni”), una sorta di almanacco che permette loro di stabilire se il bambino è nato sotto buoni o cattivi auspici. Nel primo caso si assegna immediatamente il nome alla/al neonato durante il bagno rituale (equivalente al nostro battesimo); diversamente si attende il primo giorno propizio dopo il parto, ma non oltre le due settimane. In questo modo il giorno propizio contrasta gli effetti negativi della nascita. Gli Aztechi considerano nefasti gli ultimi cinque giorni del loro anno solare (a cavallo tra gennaio e febbraio). In questo caso il battesimo viene posticipato all’anno nuovo.

Ci sono sacerdotesse, le cihuatlamacazque, libere di sposarsi e di rinunciare alla loro funzione. Le madri sono tenute a insegnare a figli e figlie a comportarsi secondo il proprio genere e classe sociale. Alle bambine si raccomanda di non guardare direttamente negli occhi.
«Alle donne veniva insegnata la sottomissione e il ruolo che avrebbero dovuto tenere, il loro posto nell’economia, il rispetto delle norme morali, il riconoscimento della superiorità maschile e dell’autorità del marito. In generale, quindi, l’accettazione dell’ordine stabilito», spiega l’antropologa María Rodríguez-Shadow nel libro La donna azteca. Le donne svolgono funzioni diverse a seconda del ceto di appartenenza. Quelle delle classi inferiori lavorano spesso come domestiche al servizio delle famiglie più ragguardevoli. Le nobili, invece, sono destinate alla procreazione, nonché alle attività domestiche e alla tessitura.
Le donne non occupano cariche politiche. Ci sono alcuni casi limitati nella civiltà maya, ma mai in quella azteca. Le Azteche, tuttavia, stanno meglio delle europee. Nelle pagine del Codice Fiorentino il cronista Bernardino de Sahagún sottolinea che «gli Aztechi considerano la donna “cuore della casa”, paragonandola alla cenere stessa del focolare». Le ragazze sono esortate a restare vergini e illibate fino al matrimonio, a essere ubbidienti, operose e gentili.

Figura femminile azteca inginocchiata
(XV-inizio XVI secolo), pietra dipinta, Metropolitan Museum of Art (New York)

La donna di mezza età è rispettata e riverita se si dimostra abile nei lavori domestici e se si comporta con diligenza e discrezione. Dovere delle nonne è quello di trasmettere ai/alle nipoti il culto delle tradizioni. L’educazione vera e propria della bambina inizia verso i tre anni: la madre le impartisce inizialmente semplici consigli e le assegna piccoli compiti nelle faccende domestiche. Nel corso degli anni la fanciulla impara a macinare il mais e a preparare le focacce di granoturco (le tipiche tortillas), a cucinare, filare, tessere, ricamare e a tenere ordinata la casa.
A Tenochtitlán, la capitale azteca, le ragazze possono completare la loro educazione presso scuole di quartiere e sotto la guida di donne particolarmente stimate. Inoltre, per un certo tempo, spetta a loro servire gli dei presso un tempio aiutando le sacerdotesse a mantenere puliti i luoghi di culto e a preparare le cerimonie. Un uomo che commette un reato di violenza nei riguardi di una donna, anche se nobile e importante, viene trascinato in piazza, e qui tutto il popolo gli taglia la faccia dal mento alla fronte su entrambi i lati. Come secoli prima le donne di Sparta, le donne azteche fanno di tutto perché i propri figli diventino guerrieri valorosi, soldati forti, vigorosi e gagliardi per portare felicemente a termine le varie guerre mirate alla conquista di nuovi territori.

Nella società azteca il ruolo primario della donna è finalizzato a dare alla patria uomini resistenti alle fatiche e ineccepibili nel loro dovere di servire lo Stato.
Come tutte le altre civiltà precolombiane, anche quella azteca pratica il sacrificio umano. Le fonti descrivono come vengono sacrificati esseri umani durante ognuna delle loro diciotto festività, una per ogni mese di venti giorni. Nel 1520, una carovana di oltre 350 alleati del conquistador spagnolo Hernán Cortés viene catturata nei pressi di Tenochtitlán da guerrieri aztechi e per mesi tutti i prigionieri, tra cui donne incinte, spagnole e indigene, che sono sacrificate ai loro dei, con estrazione dei feti, cannibalismo, estrazione del cuore mentre la persona è ancora viva.

Monolite Coatlicue che rappresenta la dea azteca della terra (Museo Nazionale di Antropologia, Città del Messico)

L’archeologo Enrique Martínez, dell’Istituto Nazionale di Storia e Antropologia del Messico, commenta: «È stato stabilito che tutte le donne sacrificate erano incinte. Nella cosmogonia mesoamericana, le donne incinte erano considerate sacrifici molto graditi agli dei, perché erano destinate ad accompagnare il sanguinario dio Sole nel suo viaggio attraverso gli inferi, il Cihateteo». La prescelta, indipendentemente dalla propria volontà, è condotta magnificamente vestita in cima alla piramide dove viene immolata su una pietra. Il sacerdote incaricato del sacrificio è assistito da altri sacerdoti minori che immobilizzano la vittima mentre viene squarciato il petto con un pugnale di ossidiana ed estratto il cuore, che va offerto ancora pulsante agli dei: il sangue viene fatto colare giù dalla piramide. Dalle piattaforme del tempio il fumo dell’incenso e dei cuori bruciati sale fino al cielo. La tintura nera con cui si tingono i sacerdoti contiene droghe che li rende insensibili alla fatica e capaci di danzare e cantare ininterrottamente per molte ore. Il corpo senza vita della vittima in alcuni casi viene mangiato.

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Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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