La République. 3. Nuove proposte 

Durante i primi decenni della Quinta Repubblica la politica francese era sostanzialmente bipolare: al partito conservatore che con vari nomi, anche dopo la morte del Generale, ha sempre incarnato le idee di Charles De Gaulle, si opponeva quello socialista, a cui era affiliato quello comunista. In seguito è nato anche il Front National per l’estrema destra e, ancora più tardi, il Front de Gauche per la sinistra radicale. Le imminenti elezioni presidenziali mostrano invece la più totale frammentazione. 

Marine Le Pen

Come cinque anni fa, Le Pen punta a sfidare il Presidente uscente. Figlia di Jean-Marie Le Pen, il fondatore del Front National (Fn) che già nel 2002 era arrivato al secondo turno vinto poi da Jacques Chirac, Marine Le Pen, dichiaratamente simpatizzante di Trump, Putin e Bolsonaro, rappresenta l’estrema destra. Arrivata anche lei al secondo turno alle elezioni del 2017, si presenta come una donna seria e pacata ma il suo programma è intriso di razzismo. Per rendersi più credibile agli occhi dell’intera nazione, il suo partito ha cambiato nome in Rassemblement National (Rn). Propone la chiusura totale delle frontiere negando anche il ricongiungimento familiare di persone straniere, la revoca della cittadinanza francese per i terroristi con doppia nazionalità, il ripristino del servizio militare obbligatorio di tre mesi per uomini e donne, l’uscita dalla Nato, dall’Unione Europea, dall’area Schengen e della zona euro per ripristinare la piena sovranità francese, l’abolizione dello ius soli, la pensione a 60 anni (con 40 di contributi) e la revoca della Loi Travail e di tutte le norme che hanno precarizzato il lavoro (tema, quest’ultimo, condiviso anche dalla sinistra). Negli ultimi mesi, l’Rn si è opposto alla Loi sanitaire per fini propagandistici (non si può certo sostenere che l’estrema destra sia partigiana dei diritti individuali), fino a far comparire manifesti con il volto della candidata e la parola Libertés, come a voler tentare una riconciliazione tra lei e i principi di quella République che vorrebbe guidare. Se arrivasse al secondo turno, Le Pen potrebbe contare su voti di numerose persone che non la apprezzano ma la considerano il “voto utile” contro Macron: pur essendo radicale nelle idee, i suoi modi e atteggiamenti sono assai più accettabili di quelli del rivale.

Éric Zemmour

Ancora più a destra dell’Rn si trova Éric Zemmour, un opinionista misogino e xenofobo. «Non è tempo di riformare la Francia, bisogna salvarla!», ripete spesso. Il primo punto del suo programma è «immigrazione zero». Zemmour ha annunciato la propria candidatura pubblicando in internet un video tanto violento che youtube lo ha vietato a chi ha meno di diciotto anni. Numerose sue affermazioni sono state oggetto di multe e denunce: ha dichiarato pubblicamente che le donne e le persone con le pelle scura sono inferiori, che «tutti i delinquenti, anche quelli comuni, praticano il jihad», che «tutti i ragazzini arabi o neri sono dei criminali e dei pericolosi spacciatori», che «tutti i musulmani istigano all’odio razziale», quando è egli stesso il primo ad essere stato condannato per tale accusa. Oltre alla totale chiusura delle frontiere e all’abolizione del sussidio di disoccupazione per i lavoratori e le lavoratrici straniere, Zemmour propone che chi nasce in Francia abbia obbligatoriamente un nome francese, anche se i genitori sono stranieri. Zemmour, apertamente favorevole alla pena di morte, parla in nome delle persone che non si sentono più in Francia ma ha del Paese una visione caricaturale. 

Valérie Précresse

La più credibile candidata di centrodestra è Valérie Précresse, proveniente dal partito Les Républicains (Lr), erede della destra gollista conservatrice. Prima donna a governare l’Île de France (la regione di Parigi), punta ora ad essere la prima donna presidente della Repubblica. È più moderata di Marine Le Pen e meno arrogante di Emmanuel Macron, ma il suo programma è un miscuglio dei due: si presenta liberista nell’economia e forte nella gestione dell’ordine pubblico. Non è dichiaratamente razzista ma promette di «usare l’aspirapolvere nei quartieri dello spaccio». Si è soprannominata con un gioco di parole «la dame de faire», «la donna del fare», alludendo anche a «la dame de fer», «la signora di ferro», come era chiamata Margaret Tatcher, «the iron lady»; eppure, per le riforme e per l’atteggiamento, la figura che più ricorda la ex prima ministra britannica è Macron stesso. Siccome la vittoria di Le Pen sarebbe un oltraggio ai principi della République, Précresse appare al mondo della destra moderata come l’unica valida alternativa a Macron, che negli ultimi anni ha accumulato sempre più contestazioni. 

Emmanuel Macron

Emmanuel Macron, in carica dal 2017, ha ufficializzato la propria candidatura soltanto pochi giorni fa, alla vigilia della scadenza, ma i suoi discorsi e le sue uscite pubbliche avevano già da mesi i toni da campagna elettorale, favorita dai soldi e dalla visibilità che il suo ruolo gli conferisce: essendo in vantaggio secondo i sondaggi, nonostante la diffusa antipatia nei suoi confronti, era improbabile che rinunciasse a tentare una sfida che conta di vincere. La campagna vera e propria è iniziata con una Lettera ai Francesi e un video che si svolge già all’interno dell’Eliseo: la Commissione nazionale di controllo della campagna elettorale (Ccncce) ha ingiunto al presidente-candidato di separare i canali propagandistici da quelli governativi. Macron non si è presentato con un programma preciso, ma la sua condotta politica è già chiara. Cerca di porsi come un credibile centrodestra non troppo violento agli occhi dell’elettorato nazionalista e come l’alternativa all’estrema destra davanti al pubblico moderato e riformista; l’essersi candidato alle regionali del 2021 insieme a Les Républicains e l’aver nominato primo ministro il conservatore Jean Castex (Lr) lo mostrano chiaramente come un uomo non certo di sinistra. In un primo momento Macron aveva iniziato a parlare di superare il nucleare per andare verso le fonti rinnovabili sperando di recuperare consenso tra l’arcipelago della sinistra che, pur non apprezzandolo, lo aveva votato al secondo turno del 2017 per evitare la vittoria dell’estrema destra, ma poi, una volta capito che la sinistra non appoggerà in nessun caso chi ha tagliato lo stato sociale e i diritti individuali, Macron ha cambiato rotta e puntato sull’aumento dei reattori nucleari, sperando così di accaparrarsi i voti socialisti, nazionalisti e repubblicani. 

Anne Hidalgo

Nelle elezioni del 2017 il vero, clamorosamente e catastroficamente sconfitto, è stato il Partito Socialista (Psf o più spesso Ps). Risentendo delle contestazioni contro la Loi Travail, nel 2016, non solo non è arrivato al secondo turno, ma è stato addirittura l’ultimo partito su scala nazionale. Oggi la difficile sfida storica di tentare di risollevarlo tocca ad Anne Hidalgo, ex sindaca di Parigi. Propone più finanziamenti per le scuole e un aumento salariale per il corpo docente, avendo capito l’importanza della cultura. Ma tutti gli altri temi la allontanano dalle altre componenti della sinistra: è favorevole all’energia nucleare, alla Nato e all’obbligo vaccinale, inoltre è stato proprio il suo partito, sotto la presidenza di François Hollande, a chiudere le frontiere nel 2015 dopo gli attentati di Parigi, per non parlare dell’ostilità da parte del mondo sindacale che la Loi Travail ha portato al partito. Nonostante la l’emergenza sociale e quella climatica (varie zone costiere e pianeggianti della Francia rischiano in futuro di essere sommerse ogni anno), i diritti violati dal governo e il potere d’acquisto in forte calo, la galassia delle sinistre non è stata in grado di unirsi. Ne sono un esempio il comunista Fabien Roussel (Pcf), l’anticapitalista Philippe Poutou, la trotzkista Nathalie Arthaud, l’ecologista Yannick Jadot, (attualmente eurodeputato e rappresentante del partito dei Verdi, in contrasto con Macron principalmente sul tema dell’energia). 

Jean-Luc Mélenchon

La più significativa formazione di sinistra, l’unica che può superare il 13% e puntare al secondo turno, è La France Insoumise (Lfi o Fi, che si può tradurre come “La Francia non sottomessa”), ovvero l’ex Front de Gauche. Per la terza volta consecutiva, a rappresentarla alle elezioni è Jean-Luc Mélenchon. Nel 2017, Mélenchon era arrivato terzo, dopo Macron e Le Pen, sfiorando il 20% dei voti. Il suo programma è non solo il più radicale ma anche il più complesso. Propone l’abbandono dell’energia nucleare, la riapertura delle frontiere, l’aumento del salario minimo, un sussidio di base per i giovani, l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni (la riforma di Macron l’ha aumentata a 64), una forte tassazione per le classi più agiate, la legalizzazione della cannabis per far uscire dalla criminalità i giovani abitanti delle banlieues, una riforma della polizia per evitarne gli abusi a partire dal ritiro delle armi speciali. Accusato di islamo-gauchisme e di voler “creolizzare” la Francia, Mélenchon insiste sul tema dell’immigrazione e dell’integrazione delle culture, una visione della sicurezza alternativa a quella della destra che vorrebbe più polizia e meno persone straniere: «Non sono immigrati di seconda o terza generazione ad abitare le nostre periferie, sono francesi!», ripete spesso. In politica estera ha come punto di riferimento la sinistra internazionale e in particolare quella sudamericana, ma si dichiara fautore del “non allineamento”. Negli ultimi mesi, La France Insoumise, favorevole alla vaccinazione ma senza scavalcare la libertà di scelta di ogni persona, è stata il partito che più di tutti ha appoggiato il movimento antipass. Ma non è tutto: visto che, tra giochi di partito in Parlamento e autoritarismo del Presidente la popolazione è di fatto tagliata fuori da ogni parte del processo decisionale e legislativo, Mélenchon propone il passaggio dalla Quinta alla Sesta Repubblica, da realizzarsi attraverso l’elezione di una nuova Assemblea costituente e la stesura di una nuova Costituzione da sottoporre poi a referendum, per andare verso «una vera democrazia e non una monarchia presidenziale». Il primo punto della Sesta Repubblica dovrà essere il Ric, il referendum popolare propositivo con cui i gilets jaunes intendono ridare voce al popolo. A sostenere La France Insoumise sono gran parte dei gilets jaunes (mentre un’altra componente, minoritaria ma non insignificante, vota a destra) insieme a numerosi e numerose intellettuali della sinistra francese ed esponenti di Ong, fra cui ricordiamo la scrittrice Annie Ernaux, il giornalista Edwy Plenel (ex direttore di Le Monde Diplomatique e fondatore di Médiapart), il sindacalista Xavier Mathieu, la deputata nera Danielle Obonot.

Non possiamo sapere con certezza chi arriverà al secondo turno ad aprile 2022 né tantomeno chi lo vincerà, ma possiamo notare le differenze rispetto alle precedenti elezioni. 

Nel 2017 era abbastanza prevedibile che la presenza dell’estrema destra al secondo turno concentrasse quasi in automatico la maggioranza dei voti verso il candidato più moderato. Ma i provvedimenti presi da quest’ultimo non hanno fatto altro che radicalizzare l’elettorato. In caso di nuovo ballottaggio Macron-Le Pen, c’è da aspettarsi stavolta l’astensione della sinistra. Qualora fosse Précresse a sfidare il presidente uscente, non sorprenderebbe se l’elettorato di sinistra sostenesse la prima donna presidente pur di dare una lezione alla superbia di Macron. 

Ma queste sono solo supposizioni.

***

Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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