Mia sconosciuta

Chissà che cosa avrebbe dato chi, come noi, pratica la montagna dagli anni della sua prima giovinezza, per avere avuto una madre come quella descritta da Marco Albino Ferrari nel suo bellissimo e intenso libro Mia sconosciuta, uscito nel 2020 per le edizioni Ponte alle Grazie. Una donna sportiva e atletica che ha iniziato all’escursionismo d’alta quota un bambino di 10 anni, portandolo in posti magici come il bivacco Hess, un “nido d’aquila” vicino ai ghiacciai e alle nuvole, da cui gli ha mostrato le più alte cime della catena del Monte Bianco e gli ha spiegato da dove nascono i torrenti. Imparare a salire verso le vette così presto significa imparare a non averne paura, con l’incoscienza dell’infanzia, e a diventare sempre più agili e audaci. Una madre che era quasi un mito e che sarebbe stata invidiata allo scrittore di montagna, giornalista e divulgatore dai suoi amici adolescenti. E il bivacco Hess, che prende il nome da chi ha progettato i bivacchi fissi “vecchio stile”, è proprio in una posizione unica: «… è fissato alle rocce con tiranti d’acciaio. E le rocce formano un pulpito proteso nel vuoto, a tremila metri, sopra il ghiacciaio. Oltre il ghiacciaio, oltre i crepacci velati dai vapori serali, oltre la parete grigiastra, gli ultimi raggi colpiscono il filo della cresta fin sulla cima, dove sale nel vento un ciuffo di neve arrossata…».
E che emozione deve essere stata la prima scalata: «Legarsi in cordata con la propria mamma non è cosa da tutti. Anche se, in fondo, ognuno di noi è stato unito più o meno in quel modo in un proprio intimissimo passato».

Marco Albino Ferrari riesce a scrivere di sua madre solo dodici anni dopo la morte di lei, dopo che quasi ogni notte gli è venuta in sogno. Per il fondatore di Meridiani Montagne, alpinista, giornalista e scrittore di montagna, Rosamaria è stata «madre, padre e, forse qualcosa di più, una compagna indivisibile». Ha vissuto tutta la vita in simbiosi con lei. Una donna tormentata, inquieta, triste, anticonformista ed eccentrica. Nata nel 1920, terzogenita dopo una femmina e un maschio, in una famiglia benestante della buona borghesia lombarda, con una ricca casa di campagna, si definisce molto presto in contrapposizione alla famiglia benpensante in cui si trova a vivere. Per il padre, ricco imprenditore che commercia con l’Egitto, il destino delle figlie consiste nello sposare un uomo ricco per «sistemarsi». La secondogenita, Mariachiara, obbedirà al modello familiare. Sposando un uomo che non ama e che non le piace, ma che corrisponde ai canoni richiesti e generando otto figli, per lui rimarrà sempre una donna infelice, morta precocemente di cirrosi epatica, incompiuta agli occhi della sorella, che si opporrà con tutte le sue forze, invano, al matrimonio della maggiore.
Rosamaria è una ribelle, ama infinitamente la montagna, che conosce da quando la frequenta ogni estate nelle case prese in affitto dal padre a Courmayeur. Solo in montagna i suoi occhi brillano ed è incantata dai ghiacciai e dai larici pionieri, i suoi alberi preferiti. Il libro è il racconto della relazione a due tra madre e figlio. Rosamaria tratterà sempre il bambino e l’adolescente come se fosse un adulto. Non avrà segreti per lui e molto presto gli racconterà perché in casa un padre non c’è: a 40 anni conosce un pittore olandese, vuole un figlio subito.
«La storia con tuo padre è durata un attimo, fin quando ho scoperto di essere incinta. Di lui, in fondo, so molto poco anch’io. So bene quello che mi ha lasciato e che da lui volevo. Sei tu».

Una dichiarazione per certi versi spaventosa, come se a un figlio si chiedesse di essere il senso della propria vita. Di lei ci piacciono l’intransigenza, il non volersi conformare a convenzioni e riti ipocriti, la sua assoluta laicità. Liquida i riti di passaggio «come una messa in scena per compiacere la vanità di chi vi partecipa. Perciò inutili», come le feste comandate definite «pure convenzioni sociali. Mondanità. Ipocrisie.» Pasqua, Natale, il veglione di Capodanno («Che cosa vuoi che accada a mezzanotte? Tutti a brindare, e per cosa? Per sentirsi uguali agli altri») sono date da rifuggire. Il 31 dicembre si va a letto presto e il primo dell’anno, mentre tutti e tutte dormono, si assaporano con aria di rivincita il silenzio e la bellezza della montagna deserta e tutta per madre e figlio.
Anche sui funerali e sulla frequentazione dei cimiteri dice la sua: «Sono i ricordi che fanno rivivere i propri cari, non una tomba su cui piangere». Veste come le pare, con colori sgargianti, poncho e mantelle: «La moda è roba per chi non ha personalità e vuole essere come gli altri». La madre di Marco Albino Ferrari, che gli ha dato il suo cognome, ha partecipato alle elezioni dell’Assemblea Costituente con grande orgoglio e piena di aspettative per una parità che tarderà ad arrivare nei fatti e per cui ancora oggi stiamo combattendo. Le sue affermazioni sono perentorie, frutto di un pensiero radicale, quelle che a noi è capitato fare in adolescenza quando ci contrapponevano al perbenismo dei nostri genitori. Una frase che la fa andare su tutte le furie è quella che le ha trasmesso sua madre e che invita alla sottomissione e a un atteggiamento servile e che non condividerà mai: «Gli uomini vanno trattati con delicatezza».
Tutta questa intransigenza sarà pagata a caro prezzo perché chi cerca di individuarsi non corrispondendo ai modelli imperanti sente su di sé tutta la riprovazione sociale e se è una donna a farlo la riprovazione è anche maggiore. Rosamaria, chiamata per nome, non a caso, solo alla fine del libro, tanto è forte in montagna, tanto è fragile di fronte alle difficoltà della vita, con ricorrenti attacchi d’asma, di mancanza d’aria, accessi di collera e lunghi periodi di depressione. Come se, nonostante il rifiuto delle convenzioni sociali, continuasse a sentirsi in gabbia, in una società e in una famiglia che la considerano una stravagante.
«A lei non piaceva soprattutto l’idea di purezza, a lei piacevano gli ibridi, quasi per una forma ideologica. Io stesso ero un ibrido, nato da una donna latina e un uomo sconosciuto del Nord Europa o meglio ero un bastardo, come aveva detto lo zio Carlo (che l’aveva definita puttana n.d.r.)». Come se potesse essere sé stessa solo tra i ghiacciai e le vette, o nell’altezza che preferiva, tra i 2000 e i 2200 metri, o suonando il pianoforte. Eccellente pianista, non riuscirà mai a superare l’ultimo esame del Conservatorio, da giovane, per una delle tante “mancanze d’aria” che l’aggrediscono a Milano, fuori dal suo ambiente naturale, la montagna, e lo racconterà al bambino, lungo “i sentieri delle parole”, le loro chiacchierate lunghe in cui il figlio è chiamato a prendere posizione e ad argomentare.
Le crisi, come quelle depressive, aumenteranno con l’età, per sparire solo dopo la diagnosi di un male incurabile, in cui si dimostrerà tutta la sua tempra di resistente.

Il solo grande amore della sua vita sarà Edi Consolo, conosciuto in giovinezza a Courmayeur, uomo sposato molto più grande di lei, figura mitica della Resistenza, col nome di battaglia Solemio, con cui Rosamaria condividerà splendide passeggiate ma che non riuscirà mai a liberarsi di un legame infelice perché all’epoca il matrimonio è un istituto indissolubile e occorrerebbe attendere il pronunciamento della Sacra Rota, inarrivabile per le finanze di Edi.
I due si incontreranno clandestinamente fino a quando la speranza di ottenere l’annullamento del matrimonio di Edi si fonderà su qualche elemento.
Quando questo traguardo diventerà irraggiungibile Edi porrà fine alla loro relazione e Rosa accetterà questa decisione, obbediente forse per la prima volta in vita sua. Per tutto il resto della sua esistenza vivrà nel ricordo dei giorni passati con lui e delle bellissime escursioni fatte insieme.
Quando alla fine la legge sul divorzio sarà finalmente approvata, nel 1970, dopo aver resistito alla campagna referendaria che ne voleva abrogazione, sarà ormai troppo tardi. I due si sono persi di vista da tempo, ma il ricordo di quell’amore giovanile non sarà mai più cancellato per la madre di Marco.

Questo libro, atto d’amore esclusivo e infinito per la madre, è stato scritto da Marco Albino Ferrari dopo la morte di un caro amico e compagno di infanzia, a Milano e in montagna, figlio di un’amica della mamma, Lillina, sua confidente per tutta la vita, una donna perfettamente a suo agio nella società in cui vive, ma capace di comprendere le inquietudini di chi scalpita per essere sé stessa in un mondo che ne condanna quasi ogni scelta. Dopo la morte dell’amico è come se lo scrittore riuscisse a liberare la figura imprigionata della madre che ha custodito dentro di sé e riuscisse a vedere anche quanto la sua influenza lo abbia segnato, sia nelle relazioni sociali, tenendolo lontano dai riti tanto disprezzati e però forieri anche di rapporti che potrebbero rivelarsi arricchenti, sia nei rapporti con le donne, spesso fugaci e mai davvero importanti fino alla morte della madre.
Per questo amore ineguagliabile tra madre e figlio mi sono risuonate nella mente le parole di Supplica a mia madre di Pasolini. La scomparsa dell’amico d’infanzia e di escursioni è stata l’occasione per cominciare finalmente a differenziarsi dal modello materno, per partecipare per la prima volta a un funerale, riuscendo a vederne aspetti che il giudizio tranchant della madre non permetteva. Non solo parteciperà al funerale di Alessandro ma ne terrà l’orazione funebre e capirà quale è la funzione dei funerali: salutare tutti e tutte insieme le persone che se ne vanno da questa vita. E troverà la forza di raccontare la vita e l’amore della madre, soprattutto nella seconda parte del libro, dopo avere il coraggio di aprire un baule e di leggere le lettere e tutto quanto vi è conservato. Leggerà di quando da ragazza andava a prendere il ghiaccio sul ghiacciaio della Brenva per tenere fresche le dispense in estate, di quando a Milano frequentava il Bar Jamaica, di quando aprirà una Galleria a Portofino.

Mia sconosciuta in fondo può essere letto su due piani: la storia di un rapporto filiale segnato prevalentemente da figure femminili e la storia di una donna che ha cercato di essere libera e che ne ha pagato le conseguenze sulla propria pelle e sul proprio equilibrio nervoso.
«Per mia madre, mi sono convinto, stare male significava soprattutto rinchiudersi in sé stessa, appartarsi in una dimensione assente, privata, intima, che con la malattia poteva facilmente raggiungere senza sentirsi in colpa… Era giustificata. Tutto ciò aveva una certa assonanza – paradosso che solo più tardi avrei capito – col vivere l’alta montagna, con lo stravolgersi di fatica muovendosi lontano da tutto e rimanendo in una dimensione a parte. La malattia, la montagna, la musica, un amore perduto costituivano in lei una sola entità a più facce. Fare alpinismo, che a prima vista esprime un’immagine di sfacciata e incontenibile vitalità, in realtà nasconde un rovescio della medaglia. Quando si torna dall’alta montagna, magari dopo due giorni passati su ghiacciai e pareti di roccia, ci si ritrova rotti di fatica, esausti, la faccia e gli occhi bruciati dal sole, le ginocchia indolenzite, le mani ferite per la disputa della pietra. Come chi è febbricitante, si ha solo voglia di dormire, di abbandonarsi a un sonno ristoratore e prolungato. Chiudere gli occhi e sparire nei propri sogni, che, ovviamente, ti riporteranno in montagna».
Marco Albino Ferrari ritroverà Edi Consolo, diventato artista famoso, a una presentazione dei suoi lavori: un uomo ormai minuto, quasi centenario, verso cui proverà una grande stima ma che non avrà il coraggio di avvicinare. E verso la fine del libro accennerà a voler realizzare finalmente un desiderio della madre, spargere le sue ceneri su un ghiacciaio, lasciandola finalmente andare, perché attraverso l’elaborazione del lutto si può rinascere o finalmente nascere pienamente.

Le parole per scrivere questa recensione mi sono risuonate nella mente su un sentiero di media montagna, percorrendo una tappa del Cammino Balteo. In montagna la vicinanza degli alberi, la terra del sentiero, le rocce e il cielo mi riconnettono con me stessa e amplificano i pensieri. Forse questo succedeva anche a Rosamaria, che ha cercato di essere libera in tempi che non lo consentivano alle donne, ingabbiata da un amore impossibile e da chissà quali tormenti, una donna che solo nel rapporto con la montagna riusciva a trovare la vera pace. Un libro scritto con una penna fluida e felice, consigliabile anche a chi non è esperto di montagna, una riflessione sincera e senza difese di elaborazione del lutto e di emancipazione dall’amore troppo grande di una donna che ci resterà nel cuore come il suo bambino.

Marco Albino Ferrari
Mia sconosciuta
Ponte alle Grazie, Firenze, 2020
pp. 240

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Avvocata per caso, docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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