Mrs. Alec Tweedie, il Grande Nord di una  «lady» vittoriana

Ethel Brilliana Harley nasce nel 1862 in una famiglia agiata e colta di origini nobili. Eredita il secondo nome, Brilliana, da un’antenata vissuta nel XVII secolo, una donna dalla personalità forte: durante la Guerra civile inglese (1642-1651) era rimasta a difendere il castello di Brampton, residenza di famiglia, in assenza del marito e aveva tenuto testa ai Realisti; l’assedio era durato tre mesi e si era concluso con il ritiro delle truppe nemiche. Miss Harley è educata molto liberamente e istruita nel primo college femminile istituito al mondo, il Queen’s College di Londra. Il suo primo viaggio turistico-esplorativo è del 1886: con il fratello, altri due amici (tra i quali il futuro marito) e un’amica raggiunge l’allora remota Islanda. Il risultato sarà A Girl’s Ride in Iceland (La gita di una ragazza in Islanda), pubblicato nel 1889.
Due anni dopo il viaggio, nel 1888, sposa Alexander Tweedie, un assicuratore marittimo che però è dedito al gioco d’azzardo; con lui avrà due figli e vivrà per nove anni, in un rapporto non sempre sereno. Nel 1893 è in Norvegia una prima volta, per raggiungere il fratello malato a Cristiania; vi ritorna in seguito per turismo e per incontrare alcune personalità della cultura locale. A Winter Jaunt to Norway: with Accounts of Nansen, Ibsen, Bjornson, Brandes, and Many Others (Una gita d’inverno in Norvegia: con resoconti su Nansen, Ibsen, Bjornson, Brandes e molti altri), pubblicato nel 1894, è la cronaca di questo secondo viaggio.

La sua vita subisce una tragica svolta all’inizio dell’estate 1896, con la morte improvvisa del marito e quella altrettanto imprevedibile di suo padre, a distanza di poche settimane.
Tweedie rimane sola, con due ragazzini da crescere, senza mezzi economici e senza alcuna eredità paterna. Decide allora di dedicarsi alla scrittura, facendo affidamento sulle sue capacità e sui contatti editoriali presi in tempi precedenti. Si adegua agli usi del tempo e firma quasi tutte le sue opere riportando per esteso nome e cognome del marito: sarà ricordata come Mrs. Alec Tweedie. Forse per aiutarla a superare il lutto, nel 1897 la sorella e un’amica la invitano a partecipare a un viaggio in Finlandia. Durante il soggiorno raccoglie il materiale che risulterà riferito in un terzo libro, Through Finland in Carts (Attraverso la Finlandia sui carri) del 1898.
La popolarità di Tweedie inizia proprio con questi resoconti di viaggio, che la fanno conoscere al pubblico e le permettono di diventare una scrittrice professionista. L’autrice si dimostra sempre consapevole della necessità di accettare le convenzioni letterarie vittoriane per inserirsi nel mercato editoriale. Perciò il suo stile è originale, accattivante, talvolta ironico ma mai supponente; le descrizioni, gli eventi, gli incontri narrati sono interessanti ma non inquietanti; conduce con garbo lettori e lettrici attraverso esperienze coinvolgenti e appassionanti. Inoltre Tweedie, che aveva appreso le tecniche del disegno e dell’acquerello, può completare i suoi scritti illustrandoli con schizzi e bozzetti originali. È anche un’appassionata fotografa, ma i suoi scatti compaiono solo negli ultimi libri, quando la tecnica di stampa delle immagini è migliorata.

Dopo le esperienze nel nord Europa Tweedie continua a viaggiare e scrivere resoconti: nel 1901 pubblica Mexico as I Saw It (Il Messico visto da me) dopo un viaggio in Messico, seguito da altre pubblicazioni sulla situazione politica del Paese centroamericano. Nel 1913, di ritorno dagli Stati Uniti, scrive America As I Saw It; or America Revisited (L’America ai miei occhi; o l’America rivisitata). Nel 1916 deve affrontare un altro grave lutto: la morte di uno dei figli, Leslie, sul fronte francese di Ypres. Le rimane un unico figlio, che morirà nel 1926, durante un’esercitazione dell’aviazione britannica in Giordania. Nel 1918, poco dopo la fine della Prima guerra mondiale, Tweedie parte per un lungo viaggio in direzione del Medio Oriente. Attraversa Francia, Spagna, Grecia, Italia, Turchia, Libano, Siria, Palestina, Egitto; invece di rientrare in patria continua il suo percorso fino a toccare Sud Sudan e India. Ritorna due anni dopo, nella primavera del 1921, e pubblica Mainly East (Soprattutto Oriente) nel 1922. Durante l’estate espone trecento acquerelli raffiguranti i suoi viaggi presso la Alpine Gallery di Londra; il successo ottenuto le permette di continuare ad allestire mostre personali nel periodo seguente. Negli anni Trenta visita Russia, Cina e Giappone, pubblicando An Adventurous Journey: Russia, Siberia, China (Un viaggio avventuroso: Russia, Siberia, Cina) nel 1926; i suoi ultimi viaggi sono in Nuova Zelanda (allora parte dell’Impero britannico) nel 1936 e nel 1938. Parte dei suoi schizzi e altri oggetti personali si trovano tuttora esposti al Victoria and Albert Museum di Londra. Il suo necrologio, comparso nel 1940 sul New York Times, la definisce «giornalista, artista, scrittrice, viaggiatrice per oltre cinquanta anni, benefattrice».

Tweedie non scrive solo libri di viaggio e la varietà dei suoi testi fa di lei un’autrice eclettica. Tra gli scritti non odeporici spiccano infatti una biografia del padre, del 1899; alcune produzioni autobiografiche (come Me and mine, a medley of thoughts and memories, Io e me stessa, un miscuglio di pensieri e ricordi);altre opere si rivolgono, con ironia e arguzia, alle donne e ai loro problemi (ad esempio Women the World Over: A Sketch Both Light and Gay, Perchance Both Dull and Stupid, Donne nel mondo: bozzetti leggeri e lieti, forse noiosi e stupidi). Nel 1932 esce un libello non specialistico di carattere etnografico: Cremation the World Around (La cremazione nel mondo). La pubblicazione più curiosa è però My Table-cloths (Le mie tovaglie) del 1916: Tweedie amava organizzare ricevimenti in cui gli ospiti erano invitati a firmare la tovaglia, affinché in seguito la padrona di casa potesse fissare i loro nomi, ricamandoli in rosso e corredandoli di bozzetti e disegni. Molti i personaggi famosi: fra gli scrittori J.M. Barrie, Bram Stoker e H. G. Wells; inventori come Hiram Maxim, Guglielmo Marconi e John Swan; artisti quali Walter Crane, John Lavery e Linley Sambourne; non ultimi, viaggiatori e viaggiatrici: Fridjorf Nansen, Mary Kingsley, Ernest Shackleton.
Completa la sua attività di scrittrice collaborando regolarmente con quotidiani e riviste londinesi, scrivendo rubriche di vario genere. È in prima linea nella battaglia per i diritti delle donne e il suffragio femminile e, anche a causa della sua esperienza, sostiene la necessità di una tutela economica sia per i maschi che per le femmine: «È crudele mettere al mondo ragazzi e ragazze con risorse insufficienti per la loro istruzione e mantenimento… Ogni bambino dovrebbe avere dalla nascita una sorta di rendita per poter iniziare a vivere. Sia i ragazzi che le ragazze dovrebbero essere trattati esattamente allo stesso modo»; affermazioni non certo comuni ai suoi tempi. Infine, Tweedie sostiene le attività di beneficenza del Consiglio Internazionale delle Donne ed è membro permanente del comitato direttivo dell’University College Hospital e del St. Mary’s Hospital.

Pur considerandosi una scrittrice professionista, questa autrice rimane sempre consapevole del suo ruolo inferiore di donna: in qualche misura, raggiunge un compromesso con quell’”angelo del focolare” tanto detestato da Virginia Woolf. Tale aspetto è evidente nei titoli delle sue opere, dal valore sempre riduttivo: i suoi viaggi non sono altro che “gite” (ride, jaunt); le relazioni sui Paesi stranieri sono soggettive (il pronome I, me, sempre presente nei titoli); gli argomenti che tratta sono definiti sketch, gay, dull (bozzetti, divertenti, noiosi).

Gli itinerari in nord Europa rappresentano l’inizio di una carriera di viaggiatrice che condurrà Tweedie in tutti gli altri continenti, così come i suoi resoconti le apriranno le porte dell’editoria. Il primo di questi, A Girl’s Ride in Iceland, relativo al viaggio in Islanda, riscuote un successo immediato: due edizioni vengono stampate nello stesso anno e una terza l’anno seguente. L’autrice stessa mostra di meravigliarsene: la sua opera non è che «a maiden effort», l’opera giovanile di una ragazza, afferma, quasi a giustificarne i limiti. Il resoconto si sviluppa secondo le modalità dell’epoca, descrivendo i preparativi e i partecipanti al viaggio, gli spostamenti, i fenomeni naturali dell’isola, il popolo islandese e le sue abitudini. Molti dettagli sono illustrati da suoi bozzetti e integrati da qualche rara fotografia di altri viaggiatori: per i contemporanei di Tweedie si tratta sicuramente di informazioni originali e di immagini inedite. Tuttavia, come sottolinea lei stessa nella prefazione alla seconda edizione, è in primo luogo il suo modo di cavalcare ad aver aperto «an angry discussion» (una rabbiosa discussione) e reso famoso il libro.

Infatti è l’immagine di lei, una giovane donna che cavalca un pony “all’islandese” (ovvero come gli uomini e non all’amazzone, come prevedeva l’etichetta del tempo) a catturare l’attenzione di lettori e lettrici. L’autrice non rivendica alcuna innovazione; si dichiara invece sorpresa della reazione del pubblico e riferisce che quest’abitudine “indecorosa”, cui lei si era semplicemente adeguata, era la norma sull’isola lontana; peraltro, argomenta che «se l’Inghilterra permette alle sue figlie di esplorare il paese a cavalcioni di una bicicletta, potrà consentire loro di cavalcare un animale nello stesso modo». Inoltre, si tratta di una posizione più sicura, confortevole, sana: poche considerazioni logiche bastano a mettere in discussione un’usanza coercitiva per le donne e al tempo stesso legittimare una condizione paritaria, almeno riguardo alle modalità di spostamento: «La necessità dà coraggio nelle emergenze. Ho deciso di mettere da parte ogni formalità e di fare ‘in Islanda come fanno gli islandesi’».

Il secondo libro che Tweedie dedica al viaggio al nord ha lo stile sicuro della scrittrice professionista, che conduce lettrici e lettori attraverso il terribile inverno norvegese, sorprendendoli e divertendoli al tempo stesso. L’autrice dimostra tutta la sua abilità nel rispetto della forma proprio mentre propone un itinerario che, al tempo, era una prerogativa esclusivamente maschile. Il suo percorso è una sfida fin dall’inizio: «l’impiegato rideva all’idea di due signore che intraprendevano quel viaggio» in inverno; «soltanto i commercianti si avventurano fra ottobre e maggio» nelle montagne della Norvegia e il clima di Cristiania è talmente gelido che sembra di essere «nella regione artica». Termini quali “artico” o “estremo nord” sono spesso utilizzati nel discorso narrativo per sottolineare non solo il rigore invernale, ma anche l’audacia della viaggiatrice, che sfida questo ambiente estremo. Tweedie non è più una semplice turista in una zona periferica e inaccessibile, ma diventa l’apripista di nuovi sentieri verso destinazioni ignote. L’autrice alterna le descrizioni dell’ambiente con la narrazione delle proprie avventure, per suscitare di volta in volta emozioni diverse nei lettori e nelle lettrici. Giunta sulle montagne del Telemark la sua curiosità la spinge a cimentarsi nello sci, uno sport dal quale sarebbe esclusa in quanto donna; dovrà però riconoscere la sua goffaggine di sciatrice dilettante e accettare di buon grado il fallimento. Proprio la sua capacità di descrivere l’insuccesso attraverso uno stile narrativo controllato, che rimane nei canoni dell’odeporica femminile del tempo, rende la figura dell’autrice più affidabile agli occhi del pubblico rispetto alla unprotected Emily Lowe, che ostentava le sue imprese. Un altro aspetto rinforza il ruolo di esploratrice di Tweedie: le frequenti citazioni dei viaggi di Fritdjorf Nansen, il famoso esploratore artico, ben noto anche al pubblico londinese. Nella seconda parte del libro, dedicata agli incontri con personalità famose della Norvegia, Nansen occupa ben tre capitoli ed è la figura principale del capitolo finale. Attraverso tutti questi elementi l’autrice facilita l’immedesimazione nell’avventura di chi “viaggia” rimanendo comodamente seduta, o seduto, in poltrona.

L’ultimo resoconto dedicato al nord riguarda il percorso in Finlandia, effettuato, come afferma orgogliosa la scrittrice, spostandosi su carri. In questo testo l’attenzione è spesso rivolta alle donne e Tweedie descrive con toni entusiasti la parità di diritti raggiunta dalle finlandesi nel matrimonio, nell’istruzione che non prevede una distinzione in base al sesso, nell’accessibilità a molti di quei mestieri che nell’Inghilterra vittoriana erano ancora preclusi alle donne. La Finlandia, che comunemente si crede «del tutto separata dal mondo civilizzato», è piuttosto «separata dall’influsso corruttore della civiltà» e può sviluppare «così indisturbata e isolata» una cultura egualitaria. Alle donne sono dunque aperte possibilità di istruzione e d’insegnamento, è consentito l’accesso all’impiego in banche e uffici pubblici, così come alla carpenteria e alla pulizia delle strade. Tweedie fornisce una lista completa ed esauriente di mestieri per concludere: «C’è qualcosa che una finlandese non possa fare?». Del resto, la parità tra i sessi non è forse già affermata nel poema fondativo della civiltà finlandese, il Kalevala? Non è confermata dalla legislazione sul divorzio, concesso non solo per adulterio ma anche a causa di «abbandoni volontari e assenze prolungate»? Questa libertà, secondo l’autrice, contribuisce all’armonia domestica, poiché «il fatto stesso di poter tornare liberi rende tutti meno disposti a rimanere prigionieri delle proprie catene». Infine, un intero capitolo è dedicato alla sauna, descritta con il termine inglese di Finnish bath (bagno finlandese): ancora una volta l’argomento viene trattato combinando delicatezza e razionalità, così da sorprendere lettori e lettrici senza offenderne il pudore. Peraltro, si tratta di anche un’esperienza culturale, citata più volte nel Kalevala. I finlandesi praticano la sauna «ogni sabato, durante tutto l’anno – la stufa è accesa, e tutta la famiglia fa il bagno – oh no, non singolarmente, ma tutti insieme, uomini, donne, bambini!». Anche in questa occasione Tweedie è attratta non solo dalla cultura, ma pure dagli aspetti quotidiani della tradizione finlandese: vuole provare tutto, senza pregiudizi, condividendo le sue esperienze con chi è rimasto in patria. Perciò non esita a sperimentare l’ebbrezza del Finnish bath, sebbene in una costruzione privata, con la sola compagnia delle due amiche e di una donna del luogo, preposta a facilitare l’operazione. Tuttavia, dopo aver paragonato la sauna al bagno turco, la definisce «un’orribile esperienza», a causa dell’eccessivo calore e della tradizionale, ma inevitabile, fustigazione con i rami di betulla. La viaggiatrice curiosa, sempre alla ricerca di «strani luoghi, pratiche bizzarre, esperimenti originali», questa volta non ha gradito l’esperienza.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...