Giovanni Pascoli, il padre della poesia contemporanea

Per parlare di Giovanni Pascoli a centodieci anni dalla morte (San Mauro di Romagna, oggi San Mauro Pascoli, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), dobbiamo sgombrare il campo dagli stereotipi e dai pregiudizi che spesso ci portiamo dietro da studi approssimativi, affrettate “parafrasi”, ricordi raccogliticci di poesie memorizzate con superficialità.

Il borgo di Castelvecchio e la casa del poeta

Nella mia lunga carriera di insegnante di Materie letterarie nelle superiori, mi rendo conto di aver attraversato varie fasi di incomprensione e di averlo apprezzato piuttosto tardi, ma di aver cercato di rimediare, dandone alle mie classi una visione vorrei dire più viva, moderna, attuale, partendo dalle basi. Le sue basi, formidabili, di linguista e di artefice della parola, di conoscitore totale e assoluto delle tecniche di composizione, lo rendono una sorta di “abc” indispensabile per chiunque voglia capire un testo poetico, magari scomponendolo e, perché no, ricostruendolo come un puzzle. Non per nulla è stato il riconosciuto maestro di tutti, poete e poeti, successivi, da qualcuno amato, da altri cordialmente detestato, ma pur sempre una voce illuminante.

Al di là delle note biografiche e della produzione facilmente reperibili e assai conosciute, quello che ci dovrebbe dunque affascinare è la sua capacità di trattare qualsiasi argomento, anche il più banale, nobilitandolo grazie alla struttura metrica, alla forma, al lessico curatissimo, alla padronanza delle figure retoriche, specie quelle del suono. In quest’ottica, possiamo individuare veri gioielli, sfuggiti alla nostra attenzione e raramente presenti nelle antologie scolastiche. Penso ad esempio alla Canzone del girarrosto in cui la domenica è il giorno del buon cibo, «un odore di festa,/ di nuovo, di tela e di giaggiolo» si spande in cucina, mentre il paiolo «brontola brontola brontola», la pentola «sfrigola sfrigola sfrigola» e lo spiedo («il piccolo schiavo») gira affaticato al ritorno della massaia dalla messa mattutina. Ricordiamo pure la Canzone della granata e la Canzone del bucato (e altre originali poesie dedicate a tutte le operazioni connesse).

Penso anche alla bellissima Lavandare, ricca di metafore, onomatopee, chiasmi, allitterazioni, con una sinestesia («tonfi spessi») e l’iperbato ai versi 4-5, fino al paragone finale. Oppure al madrigale Arano, apparentemente una scenetta campestre, in realtà una raffinata composizione di endecasillabi con note di vivaci colori e suoni umani e animali («il suo sottil tintinno come d’oro»). A proposito di onomatopee primarie e secondarie, da ricordare il don… don… delle «voci di tenebra azzurra», il chiù dell’assiuolo, il trr trr trr terit tirit dello «sgricciolo», e pure un verso curioso: «Che è? Crocchiava un ghiro sul nocciolo?» (L’albergo), e mille altri esempi si potrebbero fare.

Un aspetto essenziale che va sottolineato, in chiave originale e moderna, è legato ai temi trattati: certamente vengono subito in mente gli affetti familiari, la morte terribile del padre Ruggero e i successivi lutti, il legame strettissimo con le sorelle Ida e Mariù, la condizione dell’orfano, la casa come nido, il fanciullino (vedi il ben noto articolo del 1897), la natura della Garfagnana e della regione nativa, la Romagna, i piccoli eventi della vita quotidiana, gli elementi atmosferici (Il lampo, Il tuono, Temporale).

Giovanni Pascoli con Ida e Mariù

Dobbiamo riflettere tuttavia anche sullo smarrimento di fronte all’immensità dell’universo, tanto che si arriva a parlare di “Pascoli cosmico” (Il bolide, Il ciocco, La vertigine, La pecorella smarrita, Alla cometa di Halley), sul senso del peccato e del proibito (Il gelsomino notturno, La digitale purpurea), sul richiamo a misteriose leggende toscane (La tovaglia) e, assai frequente, alla morte (La tessitrice, Scalpitio, L’aquilone), sul riferimento ai miti e alla storia patria (le intere raccolte dei Poemi conviviali e dei Poemi del Risorgimento), specchio di una cultura classica vastissima e profonda, fatta propria e interiorizzata. Basti ricordare la sua conoscenza del latino che lo portò a realizzare antologie scolastiche (ma altre ne aveva edite con testi danteschi) e soprattutto a vincere 13 volte il Certamen, la prestigiosa gara internazionale di composizioni poetiche in lingua latina che si svolgeva ad Amsterdam. D’altra parte era laureato in lettere classiche (Bologna, 1882), fu prima insegnante nei licei e poi docente in varie università: Bologna, Messina, Pisa, ma il suo cuore rimase conquistato dalla Garfagnana dove fece costruire la graziosa casa in collina, a Caprona, località presso Castelvecchio, nel comune di Barga (Lucca); lì volle essere seppellito e, molti anni dopo, lo raggiunse l’amatissima sorella Maria, detta Mariù, che come lui non si era mai sposata e non lo aveva mai lasciato. Un luogo assai bello e riposante, circondato da prati e boschi, alle pendici dell’Appennino, dove tutto è rimasto come era e si può fare nell’abitazione un tuffo nel passato.

Una pagina memorabile della sua produzione, relativa a questi ambienti, consiste nel poemetto del 1904 Italy in cui viene raccontato il ritorno di una famiglia di emigranti dall’America (anzi: «la mi’ Mèrica») nella nativa Caprona, in cui si mescolano con una sapienza straordinaria i vari linguaggi: l’italiano, il garfagnino di chi è sempre rimasto a casa, l’americano storpiato di chi lo ha imparato poco e male. All’affettuoso incontro, ai ricordi comuni, alle novità portate da chi ha visto un po’ di mondo, alla malattia della bambina, corrisponde una gamma di rime, assonanze, consonanze che vanno gustate e lette (rigorosamente ad alta voce):  Ohio che fa rima con febbraio, la piccola Molly che alla parola «nieva» (nevica) associa con dolore never e teme di non dover ripartire, e quei meravigliosi versi (fra i tanti da citare): «E qui Beppe aggiungea compunto:/ “Poor Molly! qui non trovi il pai con fleva!”».

Se proviamo a considerare con la mente libera testi molto noti, tanto da sembrarci quasi banali, come Novembre, La mia sera, L’ora di Barga, Nebbia, La cavallina storna oppure X agosto, anche qui troveremo spunti originali, segno di una straordinaria sensibilità, come la presenza emozionante della cavalla che non sa parlare, ma è stata testimone dell’omicidio, e quindi non può che nitrire al cenno di Caterina. Oppure verificheremo punto per punto il parallelismo fra la rondine uccisa mentre portava il nutrimento ai piccoli, e quel padre che aveva con sé le bambole per le figliolette; gli uccellini nel nido rischiano la morte, gli orfani di casa Pascoli (8 viventi al momento dell’assassinio) rimangono privi del sostegno affettivo ed economico. Così potremmo procedere a lungo, andando oltre e dentro la superficie dei testi, per scavare nelle finezze lessicali, strutturali, retoriche. A tale proposito vorrei insistere sulla metrica e sulla gamma vastissima di soluzioni adottate nelle rime, nei versi, nelle strofe: praticamente Pascoli ha utilizzato ogni possibilità offerta dalla lingua italiana, così come un grande pittore usa i pennelli e l’infinita gamma dei colori.

Nelle sue raccolte celebri (Myricae, 1891, Canti di Castelvecchio, 1903, Primi poemetti e Canti conviviali, 1904, Odi e inni, 1906, Nuovi poemetti, 1909, Poemi italici, 1911) si ritrovano tutte le forme poetiche con le varianti e le eccezioni di cui solo un artista della parola, a conoscenza di qualsiasi sfumatura, ha completa padronanza. Vi dice qualcosa la rima antisemantica? Eccola: nulla/culla (Il tuono). Ricordate la figura retorica detta reticenza? «Né io… » (La mia sera). Sapevate che esiste la strofa saffica (Germoglio) e cheil raro novenario è stato ripreso proprio dal Pascoli? Potete rileggere Il gelsomino notturno da una nuova prospettiva.

Lo studio del poeta a Castelvecchio

Anche Pascoli non sfugge al destino degli autori celebri che vengono incasellati e chiusi in definizioni comode, ma banalizzanti: penso ad esempio a Grazia Deledda, inserita infelicemente in qualche antologia nel cosiddetto Verismo solo perché ambienta i suoi romanzi in una Sardegna arcaica, oppure la coppia Pascoli – D’Annunzio considerati come i padri della produzione lirica del Decadentismo italiano. Certamente la periodizzazione è utile e crea un preciso riferimento all’epoca storica e ai suoi eventi (da ricordare la giovanile adesione del Nostro al movimento socialista e, in aperta contraddizione, il celebre discorso di spirito colonialista La grande proletaria s’è mossa, tenuto a Barga il 26 novembre 1911), ma è bene talvolta uscire dagli schemi e andare oltre. Decadentismo è uno stato d’animo, un’attitudine, un modo di considerare il proprio io e di farlo parlare, di mettersi in discussione e di avere uno sguardo soggettivo verso il mondo, ma è dato da mille varianti individuali, dal fanciullino, appunto, al superuomo, dall’inetto sveviano all'”uno, nessuno e centomila” di Pirandello fino all’incomunicabilità modernissima di Tozzi. Per non parlare degli esempi della narrativa d’oltralpe (in primis Joyce, Kafka, Proust, Mann, fino al Modernismo di Virginia Woolf). In ogni caso è sempre opportuno leggere, leggere, leggere, facendosi un’idea propria, la più ampia possibile, lasciando da parte le critiche sapienti e abbandonandosi al piacere della parola.

Moneta da 2 euro, 2012

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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