Henrietta Kent, un’inglese in Lapponia/Lapponia fai-da-te

Per Susannah Henrietta Kent, un’altra lady vittoriana in viaggio nel Grande Nord, l’itinerario in Lapponia rappresenta un traguardo importante, preparato con attenzione minuziosa. Durante il suo primo soggiorno all’estero aveva visitato la Terra Santa, una meta adatta alle signore; nel 1874 aveva pubblicato Gath to the Cedars: Experiences of Travel in the Holy Land and Palmyra during 1872 (Da Gat alla zona dei cedri: esperienze di viaggio in Terra Santa e Palmira nel 1872), un resoconto di quasi quattrocento pagine, divise in trentatré capitoli, in cui offriva a lettori e lettrici un compendio esaustivo della regione, sia dal punto di vista naturalistico che da quello storico. Nella prefazione, con una nota di modestia comune agli scritti femminili del suo tempo, ammetteva di non poter «aggiungere nulla di nuovo a ciò che molti altri scrittori», più validi di lei, avevano già riferito; la sua unica ambizione era quella di «riportare la descrizione fedele del viaggio nelle terre che più sono care a cristiani ed ebrei». L’autrice confermava così l’esistenza di quel “fantasma”, descritto da Virginia Woolf circa cinquanta anni dopo in Professioni per le donne, che suggeriva alle autrici vittoriane di accettare la propria inferiorità e non entrare mai in competizione con l’universo della scrittura maschile.

A differenza di altre viaggiatrici dirette in Scandinavia, che si erano limitate a visitare la zona meridionale della penisola, Kent decide di dirigersi per ben due volte nella vasta area a nord del Circolo polare ed esplorare la Lapponia. Giustifica la sua scelta affermando che la Scandinavia del sud è ormai fin troppo affollata di viaggiatori, perfino di viaggiatrici, inglesi; si rammarica invece che siano poco numerosi coloro che si spingono a nord, dove gli spettacoli naturali sono straordinari. Nel 1877 pubblica Within the Arctic Circle: Experiences of Travel through Norway, to the North Cape, Sweden and Lapland (Oltre il Circolo polare artico: esperienze di viaggio attraverso la Norvegia, a Capo Nord, in Svezia e in Lapponia); il libro riceve un’accoglienza positiva, favorita non solo dal vivace interesse verso le spedizioni artiche diffuso in Gran Bretagna, ma anche per la novità della meta.

Kent parte in piroscafo da Hull, sulle coste dell’Inghilterra nord-orientale, per raggiungere dapprima Kristiansand, nel punto più meridionale della costa norvegese, quindi Cristiania, dove si ferma qualche giorno e visita musei e parchi; viaggia in treno, mezzo del quale apprezza la comodità, fino a Konsvinger, poi attraversa le montagne del Telemark in cariole, la caratteristica carrozzella norvegese, con frequenti, brevi traversate su piccoli traghetti. Giunta a Trondheim prosegue in piroscafo, attraversando il Circolo polare e facendo tappa a Bodø, Hammerfest e Tromsø, dove incontra la popolazione Sami. Da qui procede verso Capo Nord, assiste allo spettacolo del sole di mezzanotte e riprende infine la via del ritorno.

Tutto il discorso narrativo di Kent è particolarmente rivolto alle lettrici: nella prefazione le avverte che il viaggio in Lapponia presenta difficoltà particolari, ma non devono scoraggiarsi, purché siano dotate del bagaglio più leggero possibile e di capi impermeabili. Inoltre, nel resoconto troveranno consigli utili riguardo al cibo da consumare, all’abbigliamento da scegliere, ai mezzi di trasporto da utilizzare. La prima dimostrazione che la Lapponia è adatta alle signore è proprio il fatto che l’autrice viaggia con l’anziana madre, un aspetto che rassicura la mentalità vittoriana, preoccupata non solo della sicurezza ma anche della rispettabilità delle viaggiatrici. Kent conclude con un ultimo incoraggiamento: «tutti gli impedimenti che possiamo incontrare nel corso del viaggio sono trascurabili» di fronte alla soddisfazione di ammirare i paesaggi del nord.

Lo stile adottato da Kent presenta alcune analogie con quello di Ethel Tweedie: entrambe le autrici infatti (in contrasto, ad esempio, con Emily Lowe) cercano di mantenere il loro discorso in equilibrio fra una narrazione genderless, neutra, che sia accettata da lettori e lettrici, e un tono empowering, potenziante, che incoraggi e motivi le donne a viaggiare autonomamente. Pur rivolgendosi preferibilmente alle donne, l’autrice non ama sottolineare le differenze di genere: il disagio della navigazione, afferma, è identico per donne e uomini in quello che definisce «il più irascibile degli oceani», il mare del Nord. Questo orientamento genderless ― paritario, neutro ― ha indirettamente un effetto potenziante per il pubblico femminile: l’autrice dà per scontato che di fronte a eventi atmosferici avversi le donne non abbiano niente di più da temere rispetto agli uomini e che tutti possano adottare le stesse modalità di comportamento.

Tuttavia, per sottolineare la propria audacia di viaggiatrice , Kent deve anche evidenziare le difficoltà, ma senza assumere toni lamentosi; si limita perciò a constatare che «non ci sono servitori, e non c’è nulla che una signora possa mangiare»; che il viaggio è faticoso, i mezzi di trasporto scomodi, le camminate lunghe e difficili. Non rivendica la necessità di agevolazioni, neppure nelle situazioni più difficili, omettendo qualsiasi allusione alla fisicità femminile. Lettori e lettrici del XXI secolo devono compiere uno sforzo per immaginare le problematiche affrontate dalle donne in viaggio nell’epoca vittoriana: nonostante non si trovino in patria, ma in territori estranei, percepiti come sconosciuti e selvaggi, non sono autorizzate ad abbandonare il loro complicato abbigliamento, perché sono tenute a confermare sempre l’appartenenza al mondo “civilizzato”; così (co)strette fisicamente, devono sopportare tutte le limitazioni derivanti dalla loro presunta “natura” o piuttosto, diremmo oggi, dalla loro collocazione sociale. Le immagini del tempo mostrano che invece gli esploratori abbandonano ogni convenzione e si adeguano all’abbigliamento locale, indossando pellicce e stivali più adatti al rigore del nord. Infine, pur rivolgendosi anche ― soprattutto, nel caso di Kent ― alle donne, tutti i resoconti di allora operano una forma di pudica omissione riguardo alle toilette o all’irriferibile ciclo mestruale, che pure non poche difficoltà dovevano comportare in determinate condizioni.

Il discorso narrativo di Kent, quindi, mantiene sempre un grande equilibrio. Si alternano episodi in cui la viaggiatrice mostra di saper affrontare energicamente situazioni complesse: a Kirkvold, in Norvegia, la sua cariole si rovescia, ma lei esce illesa dall’incidente; in Svezia non esita a mettersi alla guida di una cariole per sé e la madre in una zona senza strade; in Lapponia, a causa dell’abbandono improvviso di un Sami, continua il viaggio senza guida. Se necessario, Kent dimostra di sapersi confrontare con gli uomini senza timore: non si lascia impressionare dalla scortesia di un facchino, a cui reagisce con un atteggiamento di superiorità tipico dei britannici dell’epoca. Per contro, la natura disinvolta della viaggiatrice è bilanciata da episodi in cui descrive sé stessa e la madre occupate in attività gendered che ribadiscono la loro femminilità e l’adesione ai canoni vittoriani: durante gli spostamenti e le soste non rimangono mai inattive e, oltre a leggere, sono spesso intente a lavorare a maglia; sanno apprezzare gli interni delle abitazioni nordiche, descrivendole nella loro accogliente semplicità; ricambiano la cordialità dei locali con espressioni di controllata cortesia. Le difficoltà di questo percorso impegnativo sono sempre ricompensate da immagini visive, che rendono la lettura più stimolante per il pubblico sedentario della madrepatria: la cariole è descritta come «il più piacevole mezzo di trasporto che ci sia in Europa», provvisto di comodi cuscini, di robusti pony e, in qualche fortunato caso, di un conducente gentile, che accompagna il tragitto cantando melodie tradizionali; i panorami sono ineguagliabili e i fenomeni atmosferici unici; la natura premia le due signore anche con il suo fascino, con i colori e il profumo dei fiori, le sfumature del cielo, la leggerezza dell’aria.

In questa regione idilliaca è però sempre necessaria una certa intraprendenza: «il bello delle difficoltà è che incoraggia il desiderio di superarle», e talvolta la trasgressione è inevitabile: quando il piccolo gruppo di turiste e turisti di cui fa parte viene abbandonato dalla guida, tutti, uomini e donne, sono “traghettati” (ferrying us è l’espressione che usa) sulle proprie spalle da un Sami robusto, di notevole altezza e «non eccessivamente pigro». Henrietta si descrive senza alcuna vergogna a cavalcioni dell’uomo «abbracciata intorno al suo collo».

Nella descrizione della natura si ritrovano i due aspetti complementari che avevano caratterizzato altri resoconti precedenti, a partire dalle Lettere di Mary Wollstonecraft quasi un secolo prima: il pittoresco, che rappresenta paesaggi solitari capaci di suscitare interesse ed emozioni piacevoli in lettori e lettrici; e il sublime, che invece evoca emozioni profonde, in conflitto con la razionalità, di fronte alla potenza irresistibile della natura. Pittoresche sono le frequenti descrizioni paesaggistiche di valli, monti, fattorie, nonché il «sorprendente labirinto» delle isole e isolette che proteggono il continente europeo dalle onde minacciose del mare Artico; più originali sono gli spettacoli sublimi, dal sole di mezzanotte a Capo Nord fino al fenomeno del parelio, il “miraggio” artico: «una sera ci apparvero tre soli, ed era impossibile distinguere quale fosse quello reale»; infine uno spettacolare arcobaleno «da un orizzonte all’altro» sulle acque del mare Artico «abbracciava quella vasta solitudine». Oltre al sublime e al pittoresco, che dunque Kent condivide con altre scrittrici di viaggio, il suo resoconto presenta una caratteristica esclusiva: il frequente paragone tra i luoghi che visita e località esotiche che ha conosciuto solo attraverso lo studio e la lettura. In questi anni, mentre le esplorazioni britanniche si rivolgono all’Artico e le conquiste coloniali stanno ampliando i confini dell’impero, il discorso narrativo della scrittrice non solo conduce lettori e lettrici verso una zona limite, quasi ai confini del mondo, ma dilata la loro immaginazione confrontando la Lapponia ad altre località, altrettanto distanti ed esotiche.

Questa molteplicità di ambienti estranei, contrapposta alla staticità della madrepatria e alla solidità della cultura inglese, affascina il pubblico sedentario: la neve della Lapponia si trasforma nell’ «altopiano sabbioso del deserto nubiano», mentre la solitudine del Dalarö somiglia a quella della Kamchatka e le Alpi norvegesi sono «tinte di rosa» come il Matterhorn. Sono presenti riferimenti alla Russia, all’Irlanda e a diverse località italiane: le Alpi, il Vesuvio, Venezia, Pompei; l’ospitalità sincera della popolazione norvegese è paragonata con quella, interessata, spagnola e, per contro, la rozzezza dei Sami è messa in contrasto con l’accoglienza araba. Tuttavia, la scrittura di Kent non agisce solo sull’emotività; l’autrice desidera anche fornire informazioni precise in ambiti diversi. Spesso riporta esempi di frasi nelle lingue locali; fa ricorso ai termini latini di Linneo per descrivere vari tipi di muschio («Lichen rangifernus e Lichen deformis») ed è estremamente accurata nella descrizione delle renne: la sua precisione integra la mancanza di immagini nel testo. Ancora a Linneo ricorre per descrivere l’eccezionale rapidità di movimento dei Sami, «questi particolarissimi abitanti d’Europa» che, secondo lo studioso svedese, sarebbe dovuta a tre ragioni: il fatto che non portano tacchi; la necessità di correre costantemente dietro ai branchi di renne; il non svolgere lavori pesanti, che rende il loro sangue più denso e i loro arti più veloci. Mentre gli incontri con il popolo scandinavo sono sempre cordiali e amichevoli, il contatto con i Sami mette allo scoperto il disagio dell’autrice nel confronto con l’alterità: questa gente, afferma, rappresenta l’unica nota stonata in una regione idilliaca.

Kent visita l’accampamento di Tromsø, una tappa obbligata per chi si avventura nell’estremo nord della Scandinavia: è infatti lo stesso che aveva visitato Léonie d’Aunet e che visiteranno nei decenni successivi le altre viaggiatrici di cui seguiremo le tracce. L’impressione che ne ricava è decisamente negativa: «Un gran numero di lapponi vi si affollavano. Persone minute, con la pelle giallastra, l’occhio porcino, il naso piatto, le labbra carnose, vestiti con sottane corte fatte di pelle di renna, legate da una corda intorno alla vita, ghette dello stesso materiale, con berretti a punta blu su quelle loro teste oblunghe dai capelli neri». Anche la tenda Sami non è che «un’abitazione primitiva», composta di pali di betulla e pelli di renna. Infine, le loro abitudini sono ripugnanti: per pulire i contenitori del cibo sono soliti leccarli dopo l’uso. L’unico rapporto possibile con loro è perciò quello commerciale: il gruppo di turisti desidera solo comprare oggetti tradizionali a buon mercato. Kent acquista un costume e una culla, dello stesso tipo che aveva intenerito Léonie d’Aunet durante la sua visita di circa quarant’anni prima; non dimostrando la stessa empatia della viaggiatrice francese, definisce la culla «una specie di scatola a forma di sarcofago», che la madre depone nella neve quando deve allontanarsi, lasciando i cani a guardia.

Nel complesso, dunque, la scrittrice sembra condividere le teorie della sua epoca, che situavano quel popolo in una posizione intermedia fra gli animali e l’uomo civile europeo. Conclude mostrandosi critica riguardo a tutta la cultura della zona: superstizioni irrazionali sono diffuse sia fra gli Scandinavi che fra i Sami, dagli spiriti che comandano il vento al mostruoso serpente d’acqua, cui entrambe le popolazioni guardano con terrore. Si afferma così, anche nel suo resoconto, l’atteggiamento di superiorità culturale britannico così rassicurante per i viaggiatori e le viaggiatrici sedentarie, che leggeranno il libro in patria, nelle loro comode poltrone.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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