La traversata artica di Helen Peel

Ciascuna delle viaggiatrici inglesi che si avventurano nel Grande Nord ha una propria storia da raccontare: Emily Lowe rivendica la sua indipendenza e la sua autonomia, viaggiando, come si definisce, unprotected; Ethel Tweedie trasforma la Norvegia invernale in un Artico immaginario; Henrietta Kent esplora per prima il territorio vasto della Lapponia; Helen Peel conduce il suo pubblico attraverso le acque gelide dell’Artico fino alla pianura siberiana, dopodiché ritorna a far parte della folta schiera delle anonime ladies vittoriane.

Helen Peel

La sua era una famiglia nobile e antica, di tradizione conservatrice: il nonno era stato un famoso primo ministro, il padre e altri parenti sedevano in Parlamento tra i Tories. Quando intraprende il suo viaggio artico Peel ha quasi vent’anni: aveva fatto il debutto in società l’anno precedente. Con la consapevolezza di essere solo una giovane scrittrice dilettante, nella nota introduttiva al suo Polar Gleams (Bagliori polari) del 1894 chiede l’indulgenza di lettori e lettrici per il maiden speech, il «linguaggio da ragazza» della sua scrittura immatura; il suo resoconto però è necessario, afferma, per sfatare lo stigma verso le regioni artiche «alquanto sconosciute»; e superare i pregiudizi sulla Siberia, una terra nota solo per il rigore del clima e per essere sede di una terribile prigione. L’autrice invece ha fatto ritorno affascinata da quelle zone remote ed è convinta che quelle acque siano destinate a diventare «una delle maggiori autostrade del mondo», verso un’area ricchissima di materie prime. A sostenere l’opportunità di questo libro interviene anche il padrino, il marchese di Duffin e Ava, lui stesso esperto navigatore nell’area artica: nella Prefazione ritrae la figlioccia come una giovane donna coraggiosa, che affronta i pericoli e i disagi dell’Artico «senza indossare pastrani di pelle di foca, soltanto con il suo semplice abito di serge [la tela delle divise della marina]».

Nel linguaggio del padrino sono evidenti non solo la difficoltà, ma anche la disinvoltura con cui la viaggiatrice avanza «in compagnia di trichechi e selvaggi Samoedi», (co)stretta da una parte nei termini angusti della cultura vittoriana, apprezzata dall’altra per la sua temerarietà. Duffin non esita a consigliare le pagine di questa «Minerva entusiasta e brillante», che illumineranno «la tediosa routine domestica di lettori e lettrici con la luce radiosa del sole di mezzanotte». La Prefazione perciò prepara il pubblico a incontrare un’autentica esploratrice, che ha affrontato un’avventura normalmente preclusa alle donne, senza tuttavia contravvenire le regole della società civile cui si rivolge il resoconto. La conclusione di Duffin però opera un effetto riduttivo sul libro, invitando ad apprezzarlo in virtù della sua piacevolezza, senza menzionare il valore del contenuto.

Anche il testo di Peel si sviluppa in maniera tradizionale, seguendo lo schema tipico dei resoconti di viaggio (partenza, transito, ritorno). Il primo capitolo si apre descrivendo i preparativi e lo stupore delle amicizie all’annuncio del viaggio di quella che è solo una ragazza: sotto questo aspetto ricorda l’incipit di Léonie d’Aunet e sottolinea come, a distanza di mezzo secolo, il Grande Nord rimanga sconsigliato alle giovani donne. Peel si preoccupa di fornire alcune informazioni sulla goletta, il Blenchatra, e precisa lo scopo del viaggio: il trasporto di 1600 tonnellate di binari, da consegnare in Siberia per la costruzione della ferrovia. I successivi otto capitoli illustrano il percorso dall’Inghilterra del sud-ovest fino alla Siberia, attraverso il Circolo Polare Artico, Tromsø, Capo Nord, Vardø, l’isola di Novaja Zemlja, il Mar di Cara fino allo Yenisei, il principale fiume della Siberia; sulla via del ritorno la tappa più importante è Arcangelo, quindi le coste norvegesi con Trondheim e Christiansand, per terminare la difficile traversata del mare del Nord a Dundee. Gli ultimi tre capitoli riguardano la navigazione del capitano del Blencathra, Wiggins, sullo Yenisei; i preparativi per la spedizione polare di Fritdjorf Nansen; la spedizione artica del capitano Jackson, che intende raggiugere il Polo Nord e piantarvi per primo la bandiera inglese. Il libro si conclude con il diario di bordo del Blencathra, il tracciato del percorso di viaggio e una mappa della ferrovia Transiberiana in costruzione. Alcune fotografie completano la narrazione.

Nonostante la critica del tempo non ne abbia riconosciuto l’originalità, la ricchezza dei contenuti permette di includere questo testo fra le testimonianze dei viaggi esplorativi che, alla fine del diciannovesimo secolo, si avventurano oltre il Circolo Polare Artico non solo alla ricerca di nuove rotte di comunicazione ma anche di nuove zone ricche di risorse da sfruttare. L’Artico, ancora in gran parte inesplorato, è teatro di imprese audaci dove gli esploratori si confrontano per stabilire primati. La competizione coinvolge anche lo spirito nazionalistico dell’epoca e vede partecipare diversi Paesi, dalla Norvegia al Canada alla Gran Bretagna, che sta espandendo un impero sconfinato, alla potenza emergente degli Stati Uniti; perfino l’Italia parteciperà, di lì a pochi anni, con Luigi Amedeo d’Aosta che il 25 aprile 1900 raggiunge la massima latitudine artica di 86° 33′ 49″, superando il record stabilito in precedenza da Nansen. Negli stessi anni oltre alla competizione verso il Polo Nord si manifesta l’interesse per la rotta marina artica, destinata a rendere la Siberia accessibile ai commerci di materie prime: il governo russo sta potenziando la navigazione fluviale e sta costruendo una ferrovia che attraversi la regione.

In quanto donna, l’autrice è esclusa sia dall’esplorazione geografica sia da quella commerciale, ma ha ugualmente l’opportunità di imbarcarsi: lo consente la sua posizione sociale di giovane arstocratica super partes. Inoltre, si trova nelle condizioni ideali per intraprendere questo viaggio, per quanto trasgressivo e inopportuno: è giovane e sana, non è sposata, non ha genitori anziani da accudire né altri doveri domestici da abbandonare. È però evidente che a bordo Peel non può ricoprire alcun ruolo, per cui rimane quasi un ornamento che, come afferma Duffin, «abbellisce il Circolo Polare Artico con il suo abito di stoffa»: una passeggera senza alcuna funzione, neppure quella di accompagnatrice che ricopre invece l’unica altra donna, Mrs. James, moglie di un ufficiale, citata una sola volta, in occasione di un piccolo concerto a bordo. Come Léonie d’Aunet aveva insistito per imbarcarsi verso le Svalbard; come Ethel Tweedie aveva ricreato l’Artico nella Norvegia invernale, così Peel si immagina esploratrice e costruisce la sua identità di “avventuriera”. Innanzitutto, non perde occasione per sottolineare la propria audacia: già prima della partenza confessa di essere spinta «dalla giovinezza, dall’amore per avventura, dall’incoscienza del pericolo, dall’irrequietezza», ma soprattutto dall’ambizione di essere la prima donna a compiere questa impresa.

Durante il viaggio è spronata, non intimorita, dal rischio: raggiunti i 74° di latitudine nord si sente «così emozionata che, se si fosse deciso di cambiare direzione e puntare al Polo, mi sarei lanciata volentieri nell’avventura». Peel sottolinea il suo primato e la sua identità di “esploratrice” usando spesso il termine “pericolo”, ma sempre in maniera generica, senza descrivere alcuna situazione realmente insidiosa: «Nel pomeriggio [del 29 agosto] siamo entrati nel Mar di Kara, che è stato per me di grande interesse. Prima di tutto, il fatto che io fossi la prima donna ad aver navigato queste acque mi procurava grande gioia; in secondo luogo, prima della mia partenza mi era stato descritto come pericolosissimo, un avvertimento che mi aveva piuttosto attirato». Il Mar di Cara però la delude, perché «tutto era troppo semplice; nessuna avventura si è verificata lungo la strada, nulla ha causato la benché minima ansia». Inoltre, Peel rinforza la sua immagine di “esploratrice” identificandosi con autentici esploratori, del calibro di Nansen e Jackson e paragonando il suo viaggio con i loro.

Anche lei però, come le altre viaggiatrici vittoriane, deve costantemente ponderare le sue affermazioni in modo tale da non apparire troppo avventurosa. Se vuole conservare l’approvazione del pubblico deve adoperarsi per mantenere integra e ben visibile la sua femminilità, testimoniata da diversi episodi: durante la navigazione nel mare Artico vorrebbe salire sulla coffa sistemata in cima all’albero principale per avere una vista più ampia della zona, ma è proprio «la sottoveste ingombrante» a impedirglielo. Attraverso questa rinuncia (e citando casualmente i suoi indumenti intimi) Peel raggiunge un doppio risultato: si dimostra capace di controllare la propria impazienza e rinunciare a un’esperienza troppo audace; al tempo stesso accetta i limiti ― l’abbigliamento scomodo ― della propria “natura” femminile. Più volte gli ufficiali le consigliano di indossare indumenti caldi, quali pellicce e stivali, ma l’autrice rifiuta sempre e conserva gli abiti che qualificano il suo ruolo, rinunciando alla pratica comune fra gli uomini, che invece abbandonano il loro aspetto “civilizzato” e indossano abbigliamento locale, “estraneo” ma più adatto a proteggere dal freddo. Lontana da ogni vanità femminile, Peel procede a una descrizione completa dei suoi capi solo nel quinto capitolo, quando si trova sul Mar di Cara: «La mia uniforme abituale durante tutto il viaggio, può essere riassunta in poche parole: una gonna di serge blu, una giacca in tinta, non rifinita, una camicia di flanella rossa, e un cappello di paglia da marinaio: ecco la mia divisa a bordo»; una tenuta semplice, ma femminile.

Come era avvenuto per Léonie d’Aunet, anche l’unicità dell’avventura di Peel è messa in evidenza dagli uomini con cui condivide il viaggio; i marinai sono stupiti della “presenza delle signore”, mentre riferisce così l’atteggiamento dei doganieri di Sombola: «La presenza delle donne li lasciava particolarmente perplessi. Non potevano credere che avessimo volontariamente accompagnato una spedizione nello Yenesei, affrontato i pericoli del Mar di Kara e quelli connessi all’esplorazione artica. Immaginai che ci considerassero molto strambe; poi capii che eravamo oggetto di grande ammirazione e stupore, per la pericolosità e la novità della nostra impresa». In virtù della sua giovane età e al suo status di donna libera da legami sentimentali Peel è anche protagonista di alcuni episodi di natura velatamente romantica. All’ingresso dello stretto di Yugor si mostra sensibile al fascino maschile verso «un giovane tenente della nave da guerra russa […] alto, biondo e di una bellezza promettente» che era salito a bordo del Blencathra. Più tardi riferisce che il capitano e gli ufficiali di una nave da guerra russa «ci accolsero nel modo più ospitale, lo champagne scorreva generosamente e si succedevano i brindisi». A proposito di uno spostamento in slitta con un mercante russo ad Arcangelo racconta: «ho dovuto aggrapparmi con entrambe le braccia al collo del mio compagno» per evitare di essere sbalzata dalla slitta e «al ritorno, un altro russo attraente sembrava ansioso di salire in slittino con me, e poiché era difficile resistere al suo pressante invito, mi sono sottoposta a quest’altra prova». Peraltro, Dufferin aveva già accennato nella Prefazione all’«audacia indomabile delle nostre fanciulle moderne» che, evidentemente, non temono il contatto fisico.

Il resoconto è ricco di osservazioni sia sulle popolazioni locali che sulla natura artica.
Peel manifesta il suo interesse sia per i Sami che per i Samoedi: riporta osservazioni sull’abbigliamento, le abitazioni, la cultura nomade, evidenziandone le caratteristiche «primitive» senza empatia e con un atteggiamento di superiorità paternalistica, ma senza esprimere giudizi negativi. Sembra invece più interessata alla fauna straordinaria dell’Artico, in particolare alle balene, avvistate in lontananza, e ai trichechi; il suo coraggio la spinge a partecipare alla caccia di questi animali su piccole imbarcazioni. Anche la via del ritorno assume delle caratteristiche fuori dal comune: l’autrice visita Arcangelo, che descrive come l’unico porto russo, patria di etnie diverse e in pieno sviluppo. In Norvegia, dove ormai la stagione turistica è finita, è nuovamente considerata una viaggiatrice “speciale”. Ripassando da Capo Nord ne apprezza la solitudine: «Incantata, mi sono seduta sul ponte in presenza di opere della natura sublimi e meravigliose, in silenzio». Di ritorno dalle terrae incognitae dell’Artico questa giovane donna percepisce la propria trasformazione: «Mi sentivo come se i miei occhi stessero scrutando l’invisibile, come se avessi varcato la soglia di un nuovo mondo, brulicante di pericoli sconosciuti. Tutte le mie simpatie andavano a quei valorosi esploratori che hanno rischiato la vita per il progresso della scienza e sfidato un destino infausto nella speranza di ottenere un vantaggio per l’umanità. Sì, in effetti, non possiamo ammirare a sufficienza tali imprese eroiche. E ora che posso annoverarmi in modo modesto tra i viaggiatori artici, posso in piccola misura immaginarmi i numerosi e pericolosi ostacoli da superare».

La critica del tempo non ha riconosciuto alcuna originalità alle informazioni fornite dall’autrice e successivamente il libro è stato dimenticato. Se i suoi detrattori avevano sottolineato che «il principale interesse del libro è il ritratto di una giovane lady cui è venuta a noia la vita lussuosa della crociera, per cui cerca una destinazione diversa e più avventurosa», non hanno potuto però accusarla di sfidare la morale vittoriana. Nel suo articolo Lady travellers Blakie William Gardens dell’Edimburgh Magazine afferma invece, seppure con una frase riduttiva, che «naturalmente non c’è bisogno di dire che lodiamo il coraggio e la perseveranza del gentil sesso; è un pregio di cui le donne possono andare fiere». Gardens conclude riaffermando una volta di più le doti femminili indispensabili: «E dobbiamo anche lodare il fatto che, a causa del loro entusiasmo per il viaggio, non hanno trascurato i loro doveri domestici e non hanno contravvenuto la morale, la grazia e la gentilezza che devono essere considerate come le qualità fondamentali del loro sesso». Come afferma Kirsti Siegel, «per raggiungere il pubblico, un’autrice doveva emozionarlo; per conservarlo, doveva rimanere una signora».

In copertina. Yacht Blencathra.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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