Il pane galiziano

«A miña irmá, mi chiamo Antía e ti scrivo dalla Galizia, quel cazzotto di terra che Portogallo e Spagna sembrano volersi dare reciprocamente.
Vivo a Cabo Finisterre, nella provincia della Coruña. Come capirai dal nome, qui è un po’ come stare alla fine del mondo, nonostante l’oceano che ti si apre allo sguardo porti con sé i sapori, gli odori e i rumori delle terre nuove che brulicano lì, dietro le onde. E mi sono sempre immaginata che, dall’altra parte dell’orizzonte, una donna, affacciata alla sua finestra sul mare, si sia figurata le stesse identiche cose. In fondo, l’alterità è solo una questione di prospettiva, non lo pensi anche tu? Io e te, per esempio, siamo amiche e sorelle, anche se non ci siamo mai viste né parlate, per il semplice fatto che ci siamo comunque riconosciute.

La mia cittadina è l’ultima tappa del famoso Cammino di Santiago, quel viaggio, fatto di bastone e conchiglia, che la gente compie, forse, per ricordarsi e rinsaldare la propria identità. Una tonnara di persone, di storia e di storie che avrebbe dovuto, almeno qui, abituarci alla complessità e alle sfumature. Ma pare che sia più facile cucire un giudizio che ammirare la bellezza di una tavolozza impiastricciata di colore.
Per anni, mia cara amica, ho lavorato come inserviente in una taverna della mia cittadina; e le vite che ho incrociato, anche solo per un momento, si sono talmente tanto solidificate e strette tra loro che posso tranquillamente dire di essermi mossa su un tappeto sporco e impolverato di umanità. Non so te, ma io non mi fido degli ambienti asettici e immacolati; e non mi fido nemmeno delle bocche semichiuse, serrate al sorriso ma agili ai ghigni e alle dicerie. Le labbra che non ridono e cantano, con la testa rovesciata all’indietro, sono come quelle stanze che vengono continuamente spazzate: hanno qualcosa da nascondere. Credo nel disordine, nell’allegria e nelle chiacchiere aperte che servono a conoscersi e trovarsi. Un po’ come queste nostre lettere, giusto?
E, soprattutto, credo nelle storie d’amore. La suora dell’istituto dove sono cresciuta diceva sempre che mi sarei presentata al Creatore ridendo e sospirando, con lo sguardo brioso e gli occhi sognanti. Non mi sembra sia un brutto modo di morire. E chissà che non possa insegnare un po’ di autoironia da quelle parti là. Per il momento, però, meglio non stuzzicare troppo il Paradiso e tornare alle nostre sorerne chiacchiere terrene.

Come ti dicevo, ho lavorato in una taverna della mia cittadina e, tra le varie mansioni, mio compito era anche quello di preparare il pane. Un incarico che adoravo perché mi permetteva di mescolare confusione, passione e creatività. Non esiste una cucina che rimanga pulita mentre si stanno impastando acqua e farina; e non può nascere un buon pane se non si mischiano insieme ingredienti diversi, che in natura neanche si guarderebbero, e che, accarezzati da mani creative, riescono a rinascere a nuova vita. Fare il pane è un po’ come fare sesso: si confondono le consistenze, i contorni e i sapori fino al godimento finale.
Sono due delle cose che preferisco, il pane e il sesso. Eppure, secondo ciò che la gente ha deciso, sono stata ammirata per la prima e condannata per la seconda, anche se, a pensarci bene, solo una riguarda la comunità, mentre l’altra sono affari miei e del mio letto. O tavolino. O parete.
Ma, come ti dicevo prima, c’è più gusto nel giudicare il privato di una persona, soprattutto se donna, piuttosto che tacere e godersi il  mangiare. Che poi, se ci si riempisse la bocca di cibo, non ci sarebbe nemmeno lo spazio per le cattiverie e i preconcetti. Figurati: qui a Cabo Finisterre mi chiamano “la fornaia dalle gambe aperte”. Pensano di dirlo con sfregio. Ma l’invidia che hanno si riesce persino ad annusare. E comunque, il pane che cucinavo andava a ruba, da queste parti: quando conviene, i miei cari concittadini sono perfettamente in grado di far finta di non vedere.

Ma basta parlare di me e iniziamo a parlare della ricetta. Il pane di queste zone, il Pan Galego, ha la crosta dura e gli alveoli profondi, come una donna che vuol proteggere la propria personalità e la propria libertà dai giudici del mondo. Per farlo occorrono 350 grammi di farina di grano tenero, 115 grammi di farina integrale, 275 ml di acqua, 15 grammi di lievito, 2 cucchiai di olio o strutto, 2 cucchiai di semi di lino, 2 cucchiai di semi di girasole, 2 cucchiai di miglio e 2 cucchiaini di sale.
Devi unire e mischiare tra loro il sale e le farine e poi aggiungere il lievito che avrai precedentemente sciolto in un poco di acqua tiepida. Metti ora l’olio, o lo strutto, e inizia a impastare. Lavoralo, il panetto, almeno fino a che non lo sentirai caldo e elastico tra le tue dita. Lascialo riposare sotto una coperta, come fosse un amante stremato, e poi, quando lo vedrai cresciuto, riprendilo tra le mani. Aggiungi i semi e mettilo di nuovo a lievitare, anche se per pochi minuti. A questo punto, se sarai stata abile, puoi fare di lui ciò che vuoi e dargli la forma che preferisci: allungata, intrecciata o a spirale, sei tu che gestisci il gioco. Per un’ultima volta concedigli il riposo e poi cuocilo a duecento gradi. È buono. Provalo e, se vorrai, mi farai sapere.

Ora però, a miña irmá, mi piacerebbe approfittare ancora di questa lettera e della confidenza che rappresenta, per raccontarti dell’altra mia passione: le storie d’amore. Te ne voglio far conoscere una, bellissima e tormentata, che par essere uscita fuori dalla mente contorta di chissà quale scrittore o scrittrice. Le vicende si sono svolte proprio qui, a Cabo Finisterre, tra la fine del secolo vecchio e gli inizi del nuovo.
Elisa Sànchez e Marcela Gracia si conobbero al Collegio di formazione per insegnanti di La Coruña, dove entrambe studiavano per divenire maestre di scuola elementare. Un’amicizia, la loro, che da subito divenne salda e strettissima e che, in breve tempo, si trasformò in altro. Il loro era un sentimento profondo e sincero ma socialmente inaccettabile, tanto che i genitori di Marcela, temendo – sia mai! – lo scandalo, obbligarono la figlia a terminare gli studi a Madrid. È incredibile quanto le famiglie preferiscano vivere un dolore piuttosto che una “vergogna”.
Il destino, però, quando vuole, sa dimostrare un gran senso dell’umorismo. E così, dopo pochi anni, Elisa e Marcela si ritrovarono nuovamente vicine, entrambe insegnanti in due scuole di questa provincia, a una manciata di chilometri di distanza. E siccome gli amori irrisolti sono come una tempesta costretta in un otre, la passione finalmente trovò la sua soddisfazione, senza che venisse lasciato alcuno spazio per le paure o i ripensamenti. Le ragazze decisero di vivere insieme, prima a Calo, dove Elisa lavorava, e poi, a partire dal 1889, a Dumbría, dove Marcela era stata trasferita.
Nel 1901 la storia assunse una svolta. Marcela rimase incinta, non si è mai capito se volutamente o meno, e le due, per legittimare la creatura che sarebbe arrivata, decisero di sposarsi. Elisa si tagliò i capelli, incupì la voce, cambiò i propri abiti, e divenne Mario, uno spagnolo cresciuto a Londra. Questo, almeno, è quello che raccontarono a padre Cortiella, parroco di San Jorge. E furono sicuramente convincenti, visto che l’8 giugno del 1901, presso la chiesa di San Giorgio, l’igrexa de San Xurxo, a La Coruña, Elisa e Marcela si sposarono davanti a testimoni. La prima notte di nozze la passarono nella pensione Corcubión, sulla strada di San Andrés, dove io lavoravo.

Come me la ricordo, questa coppia, mia cara amica. Era così felice e ardita e completa che ci è voluto davvero tanto repellente impegno per scorgerci peccato e abominio. Ma tant’è. La serenità di Elisa e Marcela durò poco e, in breve tempo, il loro matrimonio venne additato come “senza uomo”. La stampa odorò lo scandalo e non diede tregua. Le due persero il lavoro, e il parroco si sentì addirittura in diritto di ingaggiare un medico per verificare il loro reale sesso. Mario provò a farsi passare per ermafrodita, ma fu inutile. La coppia venne scomunica e braccata dalla polizia. Elisa e Marcella fuggirono in Portogallo, ma a Oporto, il 18 agosto del 1901, vennero arrestate, processate e poi prosciolte.
Nella cittadina portoghese nacque Pepe, la bimba che Elisa aveva in grembo. La loro bimba. Fu per questo, forse, che decisero di fuggire a Buenos Aires: per evitare l’estradizione in Spagna e per provare, semplicemente, a essere felici. Non so bene cosa sia successo loro, una volta stabilitesi in Argentina. Alcune notizie raccontano di un nuovo matrimonio di Elisa, un’unione di copertura, mai consumata, che il nuovo marito ha provato a far annullare. Chissà. Io mi auguro davvero che abbiano trovato la pace necessaria e dovuta, e che abbiano avuto la possibilità di vivere finalmente il loro amore.

E questo è ciò che auguro anche te: che possa l’amore accompagnarti sempre, indipendentemente da come tu lo concepisca. Che sia verso un uomo, una donna, verso entrambi o, semplicemente, verso te stessa, non importa. L’amore basta a sé e non ha bisogno di alcun tipo di approvazione. E se poi, dopo che avrai raggiunto il piacere − con un uomo, una donna, da sola − vorrai mangiarti una bella e piena fetta di pane, allora il tuo viaggio in paradiso sarà completo.
Credo sia il momento di lasciarti, a miña irmá. Un saluto e un abbraccio sincero. Ata que nos vemos de novo, almeno fino alla prossima lettera, alla prossima ricetta, alla prossima storia d’amore».

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice

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