Belle, ciao: la Resistenza delle donne

Partigiane a Brera, di Tino Petrelli è, forse, la foto che, più di qualsiasi altra, si impone nella memoria collettiva quando si parla delle donne nella Resistenza. Tre ragazze, con in braccio i fucili, sono ritratte davanti all’accademia milanese pronte a sfilare per la liberazione della città.
Uno scatto denso, che ancora oggi pare solidificare la smania di aria nuova e pulita che segue, inesorabile, gli anni di afrore e asfissia.
Ebbene, come svelerà vent’anni dopo lo storico del Pci Paolo Spriano, l’immagine è una creazione posticcia, costruita a tavolino almeno quattro giorni dopo la liberazione di Milano. Le tre ragazze immortalate sono Anna Maria Lù Leone — compagna e poi moglie di Fabrizio Onofri, responsabile culturale del Partito Comunista Italiano — una combattente polacca di nome Ainiuska e, al centro, la sorella di quest’ultima.

Non si tratta, dunque, di partigiane che, dalle montagne, si sono riversate nelle strade per festeggiare la cacciate del nemico, bensì di donne a cui è stato chiesto di interpretare un ruolo fuori dalla contingenza del momento.
E se è vero che immagini della Resistenza, ricostruite dopo il 1945, sono elemento fisiologico per un Paese che, almeno all’epoca, temeva di cadere nel horror vacui della dimenticanza — anche perché durante la guerra non c’era stato lo spazio necessario per produrre sufficienti materiali visivi — è però altrettanto vero che già a ridosso del 25 aprile le donne sono state sospinte ai margini dei riflettori, invitate a occupare quei coni di ombra che avrebbero impedito loro di farsi vedere e ricordare. Ed è per questo che lo scatto di Petrelli è esemplificativo: è diventata icona un’immagine oggettivamente non veritiera.

Cosa accadde ce lo racconta Beppe Fenoglio nel suo romanzo I ventitré giorni della città di Alba: «Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare “Ah, povera Italia!”, perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città».

Il fenomeno resistenziale in Italia, che pure agì in forza e in situazione diversa rispetto agli altri Paesi europei, volle restituire l’immagine e l’idea di una guerra partigiana profondamente virile e nel quale le donne ebbero un ruolo, sì, importante, ma comunque relegato solo a determinati aspetti.
Ecco, quindi, gli appelli che alle combattenti e alle staffette vennero fatti all’alba della Liberazione: rimanete ai margini, rimanete a casa.
Eppure, la Resistenza femminile iniziò ben prima dell’8 settembre 1943. Esattamente come durante la Grande Guerra, le donne cominciarono a sostituire gli uomini nelle fabbriche e negli uffici pubblici e fu da qui che partì la loro opposizione civile: due esempi su tutti, lo sciopero del pane a Parma nel 1941 o quello delle operaie di Torino nel 1943.

«La campagna ormai è consegnata alle donne, ai vecchi, ai ragazzi (…).
La produzione agricola regge, nel Nord come nel Sud, grazie al lavoro e alla fatica delle donne contadine. La guerra costringe a cambiare abitudini, spinge a uscire di casa, insegna a prendere decisioni che prima non sarebbero state pensabili, obbliga all’iniziativa e al coraggio quando il coraggio e l’iniziativa diventano un elemento necessario alla sopravvivenza. Ma sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito d’avventura che normalmente le donne reprimono e puniscono quasi fosse una vergogna o un peccato», ci ha raccontato Miriam Mafai in Pane nero. Le donne, inoltre, accolsero anche quella chiamata alle armi, a combattere in prima linea, che, a seguito dell’armistizio, serpeggiò e rumoreggiò in ogni dove. Lo fecero pure se l’invito pareva essere rivolto solo agli uomini, così come pensò la mamma di Carla Capponi: «Ma che ci va a fare una donna?», urlò alla figlia che stava scendendo in strada.

Ciò che le partigiane, però, capirono fin da subito fu l’importanza di quello per cui stavano andando a combattere. Non soltanto la libertà più grande e suprema del proprio Paese dal giogo della dittatura, ma per loro anche la possibilità di fondare dalle macerie della guerra una società che fosse più equa, giusta e inclusiva; che le volesse protagoniste nelle azioni e nelle decisioni e non più come appendice passiva e consensuale di ciò che gli uomini avevano il potere di scegliere.

La Resistenza femminile fu dunque una resistenza dal triplice aspetto. Si resistette al nazifascismo; si resistette, come disse Antonio Giolitti, «alla tentazione di scappare, di andarsi a nascondere, a rifugiare in qualche asilo (…)»; si resistette all’idea che l’apporto delle donne alla collettività dovesse essere limitato alla cura e all’accudimento.
Lo spirito e l’energia delle partigiane furono pura rivoluzione.
Accanto al ruolo di staffetta, che l’immaginario collettivo si figura sicuramente limitato rispetto alla sua reale complessità (le staffette esploravano il territorio, accompagnavano le brigate in strade sicure, si procuravano le informazioni sulle truppe nemiche, rifornivano i compagni e le compagne di abiti, medicinali, cibo e munizioni, mantenevano i collegamenti tra i diversi gruppi), le donne imbracciarono fucili, spararono, misero bombe, guidarono bande e brigate.
A Marisa Musu e Carla Capponi i compagni gappisti non vollero affidare armi. Alla prima, Amendola disse che il suo compito era di rammendare il calzino del fidanzato; la seconda fu costretta a rubare una Beretta 9 a un giovane della Gnr sull’autobus. Entrambe ebbero un ruolo di primo piano nell’azione di via Rasella. Durante le Quattro Giornate di Napoli, raccontò Maddalena Cerasuolo, «il popolo insorse contro il massacro e il sopruso, e c’ero anch’io dietro la barricata, ragazza piena di amor di patria. Trovai una mitraglietta e sparai, sparai, sparai contro le camionette e i carri armati […]». E se si vuol rimanere nell’ambito della resistenza nel Mezzogiorno, non possono non essere fatti i nomi di Margherita Troili e Edelveiss Iannone, combattenti attive della Resistenza armata. Le donne, dunque, furono assolute protagoniste nella sfera militare di questo Paese e, nel fenomeno resistenziale, ricoprirono i ruoli più disparati e complessi.

Nonostante questo, nonostante tutto questo, con la Liberazione venne chiesto loro di fare un passo indietro. All’appello dell’Udi, solo una minima parte rispose, tanto che, in un calcolo assolutamente sottostimato, si ha notizia di “sole” 35.000 partigiane combattenti. Non solo. Alle elezioni del 18 aprile del 1948, soltanto 49 donne, il 5%, furono elette nel Parlamento. Ciò che si è tentato di fare, chiaramente, è di far rientrare le donne nei ranghi che la società ha sempre imposto loro: «(…) la moglie, invece, fa lo stesso lavoro di una serva, e quello di una donna che si paga, e allatta i bambini, e li custodisce, e cuce i loro vestiti, e rammenda i panni del marito, senza pretendere neppure lo stipendio della serva. Eppure, nonostante questo, il marito può dirle: ti mantengo (…)», come descrisse Alba De Céspedes.

Le cose, però, a un certo punto iniziarono a cambiare. E lo fecero anche grazie a due romanzi: Dalla parte di lei, appunto, e L’Agnese va a morire. Quando questi due libri uscirono, nel 1949, il velo della damnatio memoriae nel quale si voleva far cadere la Resistenza femminile iniziò a scucirsi. Fu soprattutto l’opera di Viganò, tradotta in quattordici lingue, ad assumere il ruolo trainante di locomotiva verso la memoria. Un racconto tutt’altro che epico, che parla comunque di una staffetta, ma che ebbe un successo tale da obbligare la storia a guardare da un altro lato. L’autrice, che pure fu partigiana, ha raccontato che le vicende di mamma Agnese” sono le sue, di vicende; sono le vicende di ciascuna donna che abbia combattuto per la Liberazione. Un libro corale che, però, ha contribuito a strappare la Resistenza femminile dal «carattere collettivo, quasi anonimo» – per usare le parole di Ada Gobetti – che le era stato imposto.

Si dovranno comunque aspettare gli anni Sessanta e Settanta per vedere una nuova e più decisa riscoperta del ruolo delle donne nella guerra di liberazione, prima con il documentario di Liliana Cavani del 1965 La donna nella Resistenza, nel quale si mette in luce come l’esperienza partigiana abbia sviluppato una percezione che prima non c’era, una presa di coscienza di certi, precisi, diritti; poi, nel 1976, con La Resistenza taciuta, di Anna Maria Brizzone e Renata Farina, nel quale le due autrici raccolgono la testimonianza di dodici partigiane piemontesi. Sono passati settantasette anni dalla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, e ancora si sente l’estrema necessità di parlare, raccontare e far conoscere quanto forte e fondamentale sia stato l’apporto delle donne alla costruzione di un Paese libero, pulito, nuovo e giusto.
«La Liberazione aveva liberato molte cose. Aveva rotto delle gabbie, sentimenti prima incapaci di esprimersi avevano imparato a uscire dal chiuso. Ci si parlava. Si imparava a vivere in libertà», disse Maria Ombra.

Se è vero, dunque, che fare memoria vuol dire sentire proprie le storie del passato e vederle proiettate nel futuro; se è vero che la memoria è nulla se privata della ricerca storica, senza la quale essa rischia di essere calpestata e sepolta da altre memorie e altre narrazioni; se tutto ciò è vero, allora questo tema ha bisogno ancora di essere scavato, analizzato e raccontato.
Lo dobbiamo a noi. E lo dobbiamo a loro, le nostre madri di libertà e giustizia. Perché una mattina, quella mattina, anche loro si sono svegliate quando hanno trovato l’invasore.

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice

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