Schegge di umanità tra i banchi di scuola

Gli ultimi giorni prima della vacanze pasquali sembrano non finire mai. Mi trascino nei corridoio con la stessa verve di una novantenne post-ictus, apro sbadigliando la porta dell’aula e i miei 50kg franano sulla sedia del mio banco come se fossero 120. Io non siedo in cattedra: noi docenti di sostegno non lo facciamo praticamente mai. Ho il mio posticino tra i ragazzi e le ragazze, ascolto come loro, ogni mattina, fiumi di parole, guardo la Lim, leggo sui libri di testo, a volte con grande interesse, altre con la nevrosi da orologio, contando i minuti che ci separano dalla fine della lezione. Come questa mattina, col sole fuori che è una meraviglia, le montagne che mi chiamano a loro e il bianco del gesso che riflette una valanga di funzioni algebriche alla lavagna. Non ce la posso fare. Mentre le occhiaie che da qualche giorno mi solcano la faccia assumono un inquietante color blu oltremare, tendente al viola melanzana, ecco giungere in mio soccorso il suono angelico della sirena di fine lezioni: anche per oggi ho dato. Sì, noi abbiamo la sirena al posto della campanella nei laboratori di meccanica, per superare in decibel i macchinari in funzione. E poi così fa più galera, siamo più in tema con lo spirito che anima i nostri alunni e le nostre alunne quando varcano la porta d’ingresso al mattino. Improvvisamente la novantenne post-ictus si alza con un guizzo, si carica in spalla lo zainetto e trotterella zoppicando verso la sua auto, verso l’agognato ritorno ai monti, verso il cielo azzurro, verso la libertà. 

«Prof!» mi corre incontro Carlo, sdraiandosi quasi sul mio cofano «per fortuna sono arrivato in tempo!» mi dice, mostrando un mezzo sorriso sgangherato. Lo guardo con aria interrogativa. «Si ricorda che mi aveva chiesto di farle qualcosa con le mie mani? Finalmente ce l’ho fatta: ecco, è per lei». Prima ch’io possa rispondere qualsiasi cosa, mi caccia in mano un pezzo di ferro lavorato a forma di elle arricciata, con quello che ha tutta l’aria di essere un bullone saldato a una delle estremità. «Oddio, Carlo, ti sei ricordato!» balbetto imbarazzata «Ma che cos’è esattamente?» «Un gancio per la casa, prof. Ci può appendere i salami e anche il cappotto, quello che vuole lei. Buona Pasqua!»

La novantenne post-ictus ora potrebbe anche schiattare per un attacco di singhiozzi da immensa tenerezza, mentre per la verità immagina con un certo disgusto la sua giacca unta dal grasso di un salame. Questo ragazzo – che arriva da una frazione di sei abitanti in mezzo al bosco, che a scuola ci viene con la stessa camicia di flanella da un paio di mesi, quella che indossa mentre spacca la legna prima di prendere il pullman per venire a lezione, con buona pace delle narici sensibili all’odore di sudore della sottoscritta – è una sorpresa continua. Carlo che a novembre è venuto a scuola piangendo perché gli era morta la capra (che allevava di nascosto dalla madre in un recinto improvvisato nel bosco) e che da allora ha la foto del candido quadrupede, al posto di quella di Belen, sullo schermo del cellulare. Carlo che mi ha mostrato orgogliosamente un video in cui trivella una specie di grotta tra gli alberi perché «se viene la guerra, ho un bunker al sicuro». Carlo che quando gli ho detto che l’idea del bunker era da folli e che avrebbe potuto cadergli in testa un pezzo di roccia in ogni momento, mi ha risposto che non gli importava, che se anche fosse morto, nessuno lo avrebbe rimpianto. Carlo che sembra Malpelo, appena uscito da una novella di Verga, coi suoi capelli rossi e la sua aria trasandata, vagamente triste. Carlo che le spara grosse, per riempire forse una vita fatta di niente, tirandosi addosso gli sfottò di tutta la classe e facendo spallucce. Carlo che va in discarica a cercare pezzi di ricambio per le sue motorette improvvisate e probabilmente anche metalli e arnesi utili a fabbricare un gancio per la sua prof. di sostegno. Carlo che sta provando disperatamente a prendere la patente, che guida di nascosto da quando ha otto anni, che ha aggiustato l’auto del collega Giacomo in cinque minuti nel cortile della scuola, ma che non riesce a passare un maledetto quiz a crocette. 
«Hai messo almeno gli occhiali di protezione quando hai saldato il gancio?» gli chiedo col magone, tra un singulto e l’altro. «Io a casa ho una specie di fucina, prof., non uso la saldatrice». Pure. Tra qualche anno mi aspetto un incendio dalle sue parti, provocato da questo ragazzo, intento a forgiare chissà cosa nel suo laboratorio abusivo. 

Carlo che ha una disabilità intellettiva, un cervello piccolo, come dice lui, ma un cuore in cui sta dentro il mondo. Lo ringrazio scompigliandogli i capelli rossi. Lui sorride, si gira e se ne va. Proprio come ha fatto qualche giorno fa Beatrice. Nell’ultimo mese ho visto i suoi occhi attraversati da un indefinibile dolore. Poi quel dolore è diventato paura, che è cresciuta un giorno alla volta, fino a diventare panico. «Ci siamo» ho pensato «più in fondo di così non può cadere». E invece no. Esiste qualcosa di ancora più profondo del panico. Esiste l’abisso. E Beatrice lo ha conosciuto. Anche lei mi ha sorriso, mi ha mollato in mano un sacchettino di uova biologiche fatte dalle galline di suo nonno e poi si è girata per andarsene, senza attendere nemmeno un grazie. Nella scatola di cartone le uova erano tutte decorate, una a una, con faccine buffe o cuori. Per me. Disegnate con attenzione, con amore. Beatrice che stava sprofondando nell’abisso, anche da laggiù, dal buio impenetrabile, ha pensato a me.

Mi viene da ridere mentre ricordo il collega Giovanni che, qualche mese dopo avermi conosciuta, mi ha chiesto perché una con la mia testa (cioè una che sa risolvere i sistemi e trovare i punti di intersezione tra parabola e retta, sommo segnale di intelligenza) non insegni la sua materia, ma faccia SOLO la prof. di sostegno. Scommetto che a lui le faccine sulle uova non le ha mai regalate nessuno. Anzi, sempre Giovanni, proprio due giorni fa, ha chiesto, scherzando, alla mia alunna Valentina se quest’anno non avesse ancora preso note sul registro. Lei gli ha risposto di no e lui ha concluso che allora c’è speranza per tutte, nella vita. Ha riso di gusto, Valentina, prima che la prof. di psicologia riconsegnasse le verifiche e lei scoprisse di essere stata l’unica a non aver raggiunto la sufficienza in tutta la classe. «Dai, cinque non è grave, lo recuperi subito con l’orale» le ho detto, ma lei aveva gli occhi pieni di lacrime. «Prof., ho fallito. È stata la prima verifica che ho fatto completamente da sola, senza di lei, volevo dimostrare di essere capace, ma ho fallito». Segue filippica di un quarto d’ora della sottoscritta sui veri fallimenti della vita, ben diversi da un cinque in psicologia alla scuola superiore. Parole al vento. Lei è nello sconforto più totale, ascolta senza convinzione, esiste solo la bruciante sensazione di sentirsi diversa, l’unica a non aver superato l’asticella. Usciamo insieme a studiare in un’aula vuota. Lei alla cattedra, la sottoscritta accanto, con i fogli degli appunti sulle ginocchia. Io alla cattedra ci metto sempre loro: le alunne e gli alunni. Al posto d’onore. All’inizio sono imbarazzati, poi diventa un’abitudine. Studiamo insieme. Facciamo le mappe, gli schemi. Ci alleniamo per l’esposizione. E viene il giorno dell’interrogazione orale. Sette. Tondo tondo. Meritatissimo. Ritorna il sorriso sul volto stupendo, da attrice di film romantici, di Valentina. Stimato collega Giovanni, credi che io possa permettermi di esultare dal mio banchetto in mezzo alle ragazze, anche se sono SOLO la prof. di sostegno?

***

Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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